La famiglia e l’educazione dei figli (I parte)

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1. È necessario che una generazione trasmette all’altra quello che possiede e il collegamento è garantito dall’educazione

Intendo “educazione” come tutto quel complesso di attività, di insegnamenti, di esempi, di esperienze o di direttive con cui una generazione cerca di trasmettere alla generazione successiva le dimensioni fondamentali della sua vita; quindi i valori, le traduzioni, una serie grande di conoscenze, un modo di vivere i rapporti.

Le generazioni hanno un’esistenza che dura alcuni anni, mentre le civiltà durano molto di più, proprio per questo è necessario che una generazione trasmetta all’altra quello che possiede – il suo patrimonio di cultura e di esperienza – e il collegamento è garantito dall’educazione.

1.1. L’educazione si opera in concreto attraverso la scuola e i media

La domanda è: questo collegamento, garantita dall’educazione, attraverso quali strumenti si opera in concreto?

Perché non c’è dubbio, uno degli strumenti fondamentali si chiama, ad esempio, “scuola”. Attraverso la scuola si trasmettono i saperi fondamentali, e dopo lì si discuterà su quali siano i saperi fondamentali, se siano quelli o:

  • dell’educazione classica;
  • del saper fare, più tecnico, più moderno, più efficace;
  • se sia soprattutto imparare a imparare, quindi l’insegnamento non tanto di nozioni, ma del processo attraverso cui la persona impara, crea, produce e raggiunge lui delle conoscenze.

E non c’è dubbio che nella nostra società una importanza decisiva ce l’hanno i media; gli strumenti mediatici di comunicazione sono preziosissimi da questo punto di vista: molte cose, molti atteggiamenti e modi di pensare sono trasmessi dalla televisione, dal cinema, dai giornali, adesso da internet perché posso arrivare ad avere tutta una serie di conoscenze incalcolabili nella loro quantità.

Insomma, tutto questo contribuisce alla trasmissione di quel sapere da una generazione all’altra.

La domanda è: in questa trasmissione la famiglia ha ancora un posto o no? O si deve dire che ormai ci sono delle altre realtà educative, o formative in genere, che hanno preso il posto della famiglia?

Perché, non c’è dubbio, la famiglia in questi ultimi decenni, ha perso alcune delle funzioni che giustificavano la sua esistenza. Per esempio, nella famiglia contadina una delle funzioni importanti era quella dei beni di servizio. La famiglia era una realtà economicamente preziosa. Ma adesso non si produce più in famiglia, si va fuori in altri luoghi a produrre, nella fabbrica e negli uffici, in ogni modo in luoghi lontani dalla famiglia.

Addirittura quella funzione, che è sempre stata tipica della famiglia, del controllo sociale della sessualità e della procreazione, non è più così strettamente legato con la famiglia in senso stretto.

Allora la domanda è: per quanto riguarda l’educazione, ha ancora un posto o invece è una funzione che la famiglia ha esercitato nel passato ma adesso non è più in grado di esercitare, per cui il bambino che cresce impara le cose fondamentali fuori dalla famiglia?

Evidentemente in questa domanda ci sta dentro anche un richiamo a quella che noi chiamiamo la crisi della famiglia, la crisi della fedeltà, la crisi della tipologia stessa della famiglia.

Qualcuno che ha fatto una inchiesta, in un quartiere di una grande metropoli, ha trovato una settantina di tipi di famiglie diverse: marito e moglie e figli che è classica, marito e moglie e figli e nonni, marito e moglie e figli e un nipote, un marito solo con i figli, una moglie sola con i figli, la zia con la nipote… Cioè tutte tipologie che rendono l’immagine della famiglia molto più varia e incerta di quello che era anche solo pochi decenni fa, perché questa rivoluzione è avvenuta in pochissimi anni.

Torniamo allora alla domanda: la famiglia è in grado di educare? E come e perché?

La prima risposta molto semplice è questa:

  • la famiglia rimane la prima e fondamentale scuola di socialità.

Una psicologa-sociologa, da questa definizione della famiglia:

“La famiglia è quella specifica e unica organizzazione che lega e tiene insieme le differenze originarie dell’umano: quella tra i generi maschile e femminile, quella tra le generazioni genitori e figli, e quella tra le stirpi i due cognomi dell’albero genealogico paterno e dell’albero genealogico materno”.

Insomma, dentro la famiglia quelle diversità – che esprimono l’esistenza dell’uomo nelle sue varie forme – riescono ad incontrarsi e a diventare strumento di produzione di vita.

Anzitutto la differenza tra uomo e donna, la diversità sessuale, è quella prima e fondamentale nella vita della persona.

Quando il Libro della Genesi racconta la creazione della donna, nel cap. 2, fa dire al Signore così:

«[18]Il Signore Dio disse: Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile… [23]Allora l’uomo disse: Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa. La si chiamerà donna perché dall’uomo è stata tolta» (Gen 2, 18-23).

Dove, se voi notate, c’è l’affermazione della differenza fondamentale dei sessi e della loro complementarità, nel fatto che la persona umana proprio perché è sessuata non è chiamata a vivere isolatamente ma a trovare la sua pienezza e il suo completamento nell’altro sesso.

E la famiglia fa esattamente questo: nella famiglia il riconoscimento dell’altro sesso, come il completamento della propria vita diventa un progetto effettivo; il diverso è sperimentato come complementare e come fecondo nella crescita personale.

Ma poi nella famiglia stanno insieme le generazioni, genitori e figli. Il bambino che nasce impara lì a rapportarsi con gli altri; impara:

  • a rendersi conto della autorità,
  • della capacità dei genitori di guidarlo,
  • a fare le esperienze della vita,
  • pian piano a crescere e diventare responsabile.

Anche lì le generazioni diverse non sono contrapposte ma al contrario si sostengono e si aiutano a vicenda: la generazione dei genitori sostiene quella dei figli, ma quella dei figli motiva quella dei genitori; c’è quindi ancora una complementarità.

Così come nella famiglia sono unite le stirpi diverse, i cognomi diversi; il “cognome” vuole dire il portarsi dietro una cultura, un’esperienza della mia famiglia: la mia famiglia, i miei nonni, i bisnonni… Quindi abbiamo costituito un’identità culturale, e nella famiglia questa diversità culturale si unisce a costruire la coppia.

Aggiungete che nella famiglia si fa l’esperienza tipica della fraternità, il fratello e la sorella che vivono insieme. È vero che purtroppo ci sono molte famiglie con un figlio solo, il che non vuole dire che un figlio solo non possa essere educato bene, ma può essere educato benissimo; però evidentemente non può fare l’esperienza tipica di avere un fratello o una sorella, con cui si condividono molte cose, e per certi aspetti più cose che non con i genitori.

Io sono vissuto con mio padre per ventisei anni, con mia madre per ventinove anni, ma con mia sorella per sessant’anni, vuole dire che buona parte della mia vita è passata insieme con lei. Quindi la fraternità è uno degli elementi che ci accompagna nella vita.

Ebbene, la famiglia mette insieme tutte queste realtà diverse.

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don Domenico Paini

don Domenico Paini

Classe 1967 e originario della parrocchia di Castel Goffredo, ha svolto i seguenti incarichi: curato a Calcinato dal 1992 al 2001, curato a Manerbio dal 2001 al 2008. Dal 2008 è curato di Leno, dal 2013 è curato anche di Milzanello e Porzano, seguendo la pastorale familiare.


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