La Croce di cristo, sorgente di salvezza

L’omelia pronunciata in Duomo Vecchio dal vescovo Pierantonio Tremolada in occasione delle celebrazioni di apertura del Giubileo straordinario delle Sante Croci

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“In te la nostra gloria, o Croce del Signore, per te salvezza e vita nel sangue redentore. La Croce di Cristo è nostra gloria, salvezza e risurrezione”. Profondamente grati al Signore per il dono fatto alla nostra Chiesa, apriamo solennemente questo Giubileo straordinario delle Sante Croci, che viene istituito in occasione del quinto centenario di fondazione della Compagnia che custodisce le sacre reliquie. Da secoli nel nostro Duomo Vecchio si trova un vero e proprio tesoro, che in questi giorni sarà esposto alla contemplazione e alla preghiera di tutti i fedeli. Circondato dal materiale prezioso, l’oro e l’argento, che l’arte di grandi maestri ha forgiato, il legno della santa croce – un suo frammento – è questo tesoro, riposto segretamente e gelosamente nel cuore della nostra Chiesa bresciana.

Il tempo che si apre, i giorni, i mesi che ci stanno davanti saranno l’occasione per fissare lo sguardo sul grande segno della redenzione universale, sorgente della benedizione perenne di Dio per l’umanità. La reliquia della Santa Croce, infatti, oggi viene esposta qui nel nostro Duomo Vecchio ed esposta rimarrà fino al prossimo 14 settembre, quando, con rito ugualmente solenne, tornerà a riposare nella sua custodia, presso la cappella che da lei prende i nome.

La circostanza che ci troviamo a vivere, con il suo carico di dolore e di incertezza, rende questo inizio di Giubileo ancora più intenso. La nostra celebrazione avviene qui in Duomo Vecchio a porte chiuse, senza concorso di popolo. Sono qui con me soltanto alcuni autorevoli rappresentanti della nostra città, che saluto con ossequio e ringrazio di cuore, e della nostra diocesi. Le limitazioni imposte dall’esigenza di contenere gli effetti di un’infezione virale tanto seria quanto sorprendente, non hanno consentito a molti che avrebbero voluto partecipare di essere presenti. Tutto questo non ci impedisce, tuttavia, di sentirci uniti e concordi. Forse, anzi, ci spinge di esserlo ancora di più. Grazie alle reti televisive e radiofoniche, che di cuore ringrazio per il loro prezioso servizio, e agli altri mezzi più recenti di comunicazione, è possibile seguire questa celebrazione anche dalle proprie case e vivere con immutato fervore l’inizio del nostro Giubileo. Voglia il Signore che già da questo inizio possa trarre giovamento la nostra comunità diocesana, ma anche l’intera nostra regione, così provate in questo momento di particolare apprensione.

“Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto” – scrive l’apostolo Giovanni a conclusione del suo racconto della passione di Gesù, citando il profeta Zaccaria. L’abbiamo sentito proclamare nel brano di Vangelo di questa liturgia. Noi vogliamo essere tra coloro che raccolgono questo invito. Vogliamo “volgere lo sguardo” per contemplare colui che è stato trafitto e sentirci noi pure trafitti interiormente. Lo scenario struggente del calvario non lascia mai indifferente chi vi si accosta con animo sensibile. La misura dell’amore di Dio per l’umanità, che nella croce di Cristo raggiunge la sua piena evidenza, ha un effetto travolgente su ogni onesta coscienza. Lo testimonia san Paolo, il persecutore divenuto apostolo, quando, scrivendo ai Galati e ricordando la sua esperienza, dice: “Sono stato crocifisso con Cristo; non sono più io che vivo, ma Cristo vie in me. Questa vita che vivo nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal, 2,20).

Non c’è infatti amore più grande di chi dà la vita per i suoi amici. Così ha fatto il Signore della gloria, che tuttavia è proceduto oltre: egli ha dato la vita stendendo le braccia sull’orrendo patibolo della croce, accettando, lui il santo, l’umiliazione estrema riservata al peccatore; morendo, lui l’innocente, sul patibolo dei colpevoli; provando, lui il Figlio amato, il sentimento atroce dell’abbandono del Padre. Il vertice dell’amore è coinciso per lui con l’estremo abbassamento. Come ci ricorda sempre san Paolo nella Lettera ai Filippesi: “CristoGesù, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini. Apparso in forma umana, umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2,5). Fino a questo punto è giunto il nostro redentore.

Chi potrà dunque contrastare un amore la cui misura è immensa quanto la sua potenza? Chi o che cosa gli potrà mai resistere? Questo amore realmente divino è infatti l’energia di bene che ha dato vita all’universo, che ha fatto esistere l’umanità e che ogni giorno la custodisce; è misericordia rigenerante che scaturisce dall’intimo della Trinità santa. Se dunque l’amore di Dio si è pienamente manifestato nella morte in croce di Gesù, questa stessa croce andrà considerata un meraviglioso segno di grazia, il segno per eccellenza della salvezza e della vittoria. È croce benedetta e gloriosa, è il vessillo del re trionfante. Come recita la suggestiva sequenza del giorno di Pasqua: “La morte e la vita si sono affrontate in un tremendo duello: il condottiero della vita, morto, regna vivo“.

Il grande sovrano che trionfa con una simile dirompente forza d’amore è l’Agnello di cui parla il Libro dell’Apocalisse. Egli “è degno di potenza e ricchezza, sapienza e forza, onore, gloria e benedizione” (Ap 5,12). Egli, il Cristo crocifisso, è il Signore della gloria, il servo di Dio che è divenuto intercessore a favore dei suoi fratelli. Lui stesso aveva dichiarato ai suoi discepoli e alle folle: “Quando sarò innalzato da terra, io attirerò tutti a me” (Gv 12,32). Lui, inchiodato sulla croce e ormai in agonia, aveva promesso al ladrone che al suo fianco lo supplicava: “Oggi con me sarai nel Paradiso” (Lc 23, 43).

Davvero la croce di Cristo è la sorgente della nostra salvezza. Essa è cosparsa del sangue del Santo e del Giusto, versato nello slancio di un amore tenerissimo per l’umanità sfigurata dal male. Nulla potrà più resistere all’ardore travolgente di questa divina benevolenza. Le porte degli inferi ormai sono state divelte. Il redentore del mondo è sceso negli abissi della nostra oscura malvagità, ha afferrato e innalzato con sé l’Adamo antico, lo ha introdotto per sempre nella sua dimora regale, dove tutto è luce e splendore di bellezza.

Con la croce del Signore il cielo e la terra si sono uniti per sempre. Anche in questo la croce è divenuta segno: il suo braccio verticale e il suo braccio orizzontale richiamano la duplice dimensione dell’esistenza umana, con le sue essenziali caratteristiche dell’altezza e della profondità, della lunghezza e della larghezza. Il Cristo salvatore è innalzato tra cielo e terra e muore con le braccia aperte: egli stringe l’umanità in un abbraccio universale, la riunisce dagli estremi della terra, e insieme la eleva con sé verso l’alto, mostrandogli nel contempo la sua nobile profondità. La croce innalzata sul calvario è in realtà piantata al centro della terra e nel cuore della storia. Essa richiama l’evento che ha dischiuso la grande rivelazione e ha alzato il sipario sullo scenario enigmatico della storia. La croce è dunque anche un segno da interpretare, un messaggio da comprendere, la chiave di lettura dell’intera vicenda umana. La croce ci ricorda che è ora possibile aprire il grande libro sigillato e conoscere il senso del cammino che l’umanità sta compiendo nello scorrere del tempo.

Questo segreto che dona a tutti speranza è l’amore dell’Agnello di Dio, l’amore umile e mite del Cristo crocifisso e risorto. È il mistero di grazia nel quale dovremmo sempre più immergerci, per rimanerne conquistati. La storia tutta intera trae la sua luce e quindi il suo senso ultimo dal segno che ricorda l’amore sacrificale del Figlio del Dio vivente. Una simile conoscenza desiderava l’apostolo Paolo per i suoi amati fratelli delle comunità cristiane; nella lettera agli Efesini egli scrive: “Per questo io piego le ginocchia davanti al Padre, dal quale ha origine ogni discendenza in cielo e sulla terra, perché vi conceda, secondo la ricchezza della sua gloria, di essere potentemente rafforzati nell’uomo interiore mediante il suo Spirito. Che il Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori, e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e di conoscere l’amore di Cristo che supera ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio” (Ef 3,14-19).

È quanto vorrei chiedere anch’io per tutti noi, per la nostra amata Chiesa di Brescia, che entra nel tempo di grazia di questo Giubileo straordinario. Tenendo fisso lo sguardo sul Cristo redentore, vittima di pace e sacerdote della Nuova Alleanza, e lasciandoci ispirare dallo Spirito santo che illumina le menti e i cuori, potremo scoprire sempre più il tesoro custodito nel mistero della croce.

O croce santa,
che fosti degna di portare il nostro Redentore,
albero della vita eterna a noi restituita in dono;
sii tu benedetta per la salvezza che da te è scaturita.

O croce beata,
segno perenne della misericordia di Dio per noi,
testimonianza viva di un Cuore palpitante d’amore;
sii tu benedetta per la rivelazione che in te si è compiuta.

O Croce gloriosa,
vero altare del sacrificio di Cristo,
trofeo di vittoria che ci ha aperto la via del cielo;
sii tu benedetta per il regno che con te si è inaugurato

O croce amabile,
termine fisso del nostro sguardo adorante,
sorgente viva di una luce che trafigge il cuore;
sii tu benedetta per la grazia che da te si è irradiata.

In te, o croce benedetta, noi ci vantiamo,
per te noi speriamo,
alla tua ombra sostiamo,
sotto le tue insegne lottiamo.

A colui che su di te ha steso le braccia per amore,
all’Agnello di Dio mite e vittorioso,
che morendo ci ha resi suoi per sempre,
eleviamo con umile cuore
la nostra lode grata e perenne.

A lui sia gloria nei secoli dei secoli.

Amen

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