La crisi di coppia ed i sintomi (II parte)

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Sentirsi estranei

La mancanza di comunicazione raggiunge il suo vertice quando conduce uno dei due o entrambi a sentirsi come estranei e perfino esclusi dal mondo del partner, da ciò che egli è, vive e fa.

Si è dinanzi a un segnale di crisi assai pericoloso, che può condurre i coniugi – se non si interviene in tempo – a vivere come due “estranei” in casa: abitano sotto lo stesso tetto, dormono nello stesso letto, ma non vivono il “noi” coniugale. Gli sposi vivono vicini, ma sono come due binari paralleli, che camminano fianco a fianco, senza un vero incontro di cuori, di menti e di vita. La gioia di costituire una comunità di vita è sacrificata a vantaggio di interessi altri, di hobby personali o di attività esterne.

I due livelli di solitudine fanno avvertire un malessere interiore che può condurre a stati d’animo assolutamente negativi quali:

la collera come rabbia interiore che diventa presto insofferenza;

la paura come stato d’animo ansiogeno, con la sensazione martellante che tutto sia finito o stia per finire;

la tristezza come sfiducia, insicurezza, scarsa stima di sé o dell’altro, fino a forme di depressione e isolamento da tutto.

Tutti e tre gli stati d’animo sono all’origine delle situazioni critiche che fanno della solitudine un’occasione per cercare gratificazioni compensative. Pare che il 60-70% dei tradimenti coniugali dipendano da questi stati d’animo, specie quando diventano cronici e gli sposi non corrono per tempo ai ripari.

L’antidoto consiste nel ricercare una tenerezza nuziale capace di far sentire l’altro coniuge amato, desiderato, apprezzato. Un antidoto che chiede alla coppia di saper coltivare occasioni forti per parlarsi e rieducarsi all’ascolto, riscoprire l’affettività come gioia di accogliersi e donarsi e come attenzione ai bisogni e alle esigenze l’uno dell’altro.

Il secondo sintomo di crisi è la monotonia, e si verifica ogni qualvolta il vissuto coniugale si fossilizza in un tran tran quotidiano, sempre uguale a sé stesso, smarrendo il senso della scoperta e della novità.

MANCANZA DI “CAREZZE”

Il linguaggio delle “carezze” è indispensabile per una coniugalità creativa che faccia sperimentare la gioia di essere sposi e conduca a rinnovarsi in essa. La carezza può essere verbale o non-verbale e in qualunque forma si attui, la carezza è sempre un messaggio che fa essere vivi, perché conduce a sentire di amare e sentire di essere amati.

Scrive la psicoterapeuta americana Virginia Satir: “Ognuno di noi, piccolo o grande, ha bisogno di quattro carezze al giorno per sopravvivere, otto per vivere, dodici per vivere floridamente”.

Perché fra noi non ci sono più gesti affettivi, perché non ci si donano più quei messaggi di riconoscimento così frequenti nei primi tempi? Che cosa è intervenuto nel nostro vissuto di coppia? Perché il desiderio di stare insieme si è raffreddato e la stessa vita intima è sempre più rara o ha assunto scadenze abituali, diventando frustrante per l’uno o l’altro o per tutti e due?

SESSUALITA’ PRIVA DI TENEREZZA

Quando non c’è più alcuna gioia nello stare insieme, quando non si è più capaci di meravigliarsi, la stessa sessualità si riduce a un mero fatto materiale o di sola soddisfazione degli istinti; un episodio chiuso in sé stesso, senza una reale esperienza di amore.

STATO DI RIVINCITA

La conseguenza più diretta dei sintomi segnalati è l’indurre in uno o in tutti e due i coniugi uno stato di rivincita che cova, come fuoco sotto la cenere, esplodendo quasi sempre nel momento meno opportuno. Se nel cuore degli sposi si insinua un forte senso di solitudine, è praticamente inevitabile che possa sorgere un vissuto connotato da delusione e impressione di fallimento, con ferite e rivendicazioni di ogni genere, attribuendo all’altro (il collerico) o a sé stessi (l’ansioso) o al matrimonio stesso (il depresso) la frustrazione che si sta sperimentando.

RIVINCITA COME DO UT DES

La logica che prevale in tutte le circostanze segnalate è di tipo calcolatorio e perfino ricattatorio: do ut des, “dono se ricevo e solo nella misura in cui ricevo”. Varianti della medesime logica sono: “Che cosa stai facendo tu per me?”. “Ti amo, se mi ami”. “Solo quando mi domanderai perdono, ti amerò”.

 Quando gli sposi si accorgono che la loro esistenza sta scivolando verso approdi di questo genere, devono drizzare le antenne e mettere in atto una verifica molto sincera e approfondita.

Il “circolo vizioso” si spezza e diventa “virtuoso” solo se ognuno dei due smette di situarsi al livello del do ut des, e si domanda: “Che cosa sto facendo io per lei / lui, perché sia felice?”. “Ti amo, anche se tu non me lo dimostri”. “Ti chiedo perdono, anche se tu non lo fai”.  

E’ il principio paolino di “vincere il male con il bene”; un principio difficile da incarnare, ma è l’unico che spezza la spirale del calcolo e dell’accusa e conduce a recuperare una relazione di amore positiva e propositiva, liberando il cammino coniugale dal rischio di modelli distruttivi.

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don Domenico Paini

don Domenico Paini

Classe 1967 e originario della parrocchia di Castel Goffredo, ha svolto i seguenti incarichi: curato a Calcinato dal 1992 al 2001, curato a Manerbio dal 2001 al 2008. Dal 2008 è curato di Leno, dal 2013 è curato anche di Milzanello e Porzano, seguendo la pastorale familiare.


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