La Chiesa ed i legami spezzati

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In questi decenni i fallimenti matrimoniali sono aumentati e stanno aumentando sempre di più. Di fronte a questo dato la Chiesa non può non interrogarsi anche sul grande capitolo della prevenzione, che riguarda anzitutto la qualità degli itinerari in preparazione al matrimonio. Se questi sono ormai diffusi ovunque, ci interroghiamo sui contenuti e sulla metodologia e probabilmente ci sono ancora tanti spazi per migliorare e in certi casi anche per voltare pagina.

Prevenzione significa anche accompagnamento delle giovani coppie soprattutto nei primi anni di matrimonio quando avviene l’impatto con la realtà coniugale, spesso lontana dalla attese e idealizzazioni precedenti.

Prevenzione è entrare nelle “crisi” per coglierne la potenziale occasione di crescita del rapporto; è far emergere il disagio sommerso, quello che spesso rimane nel silenzio per paura di rompere l’idillio dell’ amore ma che, come un tarlo, rovina anche e cose più preziose.

Colpisce non poco chi lavora a contatto con coppie in difficoltà il fatto che gli stessi motivi che diventano per una coppia occasione di separazione e di divorzio, per un’altra coppia, che li affronta con fedeltà creativa, diventino occasione di crescita e di maturazione.

Quando si va a scavare alla ricerca dei motivi che hanno portato una coppia alla fine del matrimonio si scopre che, molto spesso, ci sono all’origine gli stessi problemi che incontrano tutte le coppie, ma questi non sono stati riconosciuti né affrontati.

Di fronte a un fallimento matrimoniale la chiesa invita a valutare anche la validità del sacramento ricevuto, con l’aiuto del tribunale ecclesiastico chiamato a esprimersi sulla possibile nullità del matrimonio stesso. Sul significato e l’opportunità che il tribunale ecclesiastico gestisca questa problematica ci sono molte discussioni in atto: c’è chi ritiene il diritto non adatto a entrare nei meandri della coscienza e del vissuto delle coppie e chi, invece, rifiuta di opporre  il diritto alla prassi pastorale sottolineando come il diritto sia uno strumento pastorale della chiesa.

Attualmente possono essere permessi i sacramenti, privatamente e senza scandalo, a quelle coppie per le quali risulta impossibile tornare al primo matrimonio, qualora si impegnino a vivere come “fratello e sorella”.  Il senso del gesto, pur nella sua durezza, indica la volontà di lasciare la situazione irregolare per ritornare al matrimonio legittimo. Siccome questo potrebbe non essere possibile, peri nuovi obblighi sopraggiunti, ecco l’impegno di rinunciare agli atti sessuali come strada per dire che il vero matrimonio è solo il primo.

Il gesto concreto è un segno effettivo di conversione, e la chiesa si affida a questo gesto esterno come segno di un atteggiamento interiore di conversione.

Tra gli atteggiamenti che abbiamo evidenziato c’è l’ascolto e il dialogo con questi fratelli. È importante parlare con queste persone, per evitare che la separazione e il divorzio portino automaticamente all’autoesclusione dalla vita della chiesa. Tra il tutto e il niente c’è un ampio spazio che va ricordato e curato, senza paura ma con pazienza e saggezza. Si parla tanto di questi problemi, ma forse se ne parla poco con gli interessati, di cui possiamo farci compagni di strada per ascoltare le loro domande, superare il senso di esclusione e di abbandono da parte della chiesa, rompere i muri dell’isolamento e condividere una difficile ricerca in ordine alla fede e alla vita cristiana.

Una riflessione merita il grosso nodo dei sacramenti. Non possiamo non riconoscere una certa ambivalenza nel messaggio della chiesa: da una parte tutta la pastorale ruota attorno ai sacramenti, dall’altra noi diciamo, in questi casi, che non sono l’unica strada per incontrare il Signore. Non posiamo negare che celebrare un sacramento sia sentito anche come esperienza di appartenenza e sia difficile accettare che “la non ammissione dei divorziati risposati non significhi una punizione, ma solo un amore che vuole restare autentico perché inscindibilmente legato con la verità”.

Possiamo ricordare, in questo contesto, la dottrina classica del votum sacramenti (=desiderio spirituale del sacramento) che affrontava la questione di coloro che non potevano accostarsi all’eucarestia o perché in stato di peccato o perché impediti da motivi disciplinari.

S. Tommaso afferma che, nell’impossibilità di ricevere l’eucarestia, i frutti del sacramento possono essere raggiunti anche attraverso il desiderio di esso.

Sullo sfondo ci sono due motivi: il primo è che se i sacramenti sono la via ordinaria per ottenere la salvezza, “il Salvatore e la sua azione salvifica non sono così legati a un segno sacramentale, da non poter in qualsiasi tempo e settore della storia della salvezza operare al di fuori e al di sopra dei sacramenti”. Il secondo motivo è che noi non sappiamo se il divorziato risposato sia in quello stato di peccato che renderebbe impossibile accostarsi all’eucarestia; la chiesa non esprime un giudizio su questo, ma prende atto di un’impossibilità a motivo della situazione oggettiva creatasi con il secondo matrimonio.

Il divorziato risposato continua a far parte di quel corpo mistico che vive in forza dell’amore fedele di Cristo per le sue membra, anche se con il suo gesto di rottura è come una cellula sterile di questo corpo. Egli è chiamato a recuperare quella vitalità che è indispensabile alla salvezza.

Il “voto” del sacramento è cosa ben diversa dal semplice desiderio psicologico; è atto della volontà che nasce da una coscienza sincera e che porta il credente a ottenere la realtà spirituale  contenuta nel sacramento stesso.  Possiamo dire che questo avviene in maniera ancor più forte nella penitenza dove l’atteggiamento penitenziale costituisce la materia stessa del sacramento. Sullo sfondo di questa dottrina, affermata da san Tommaso e ripresa dal concilio di Trento, c’è una concezione dinamica della grazia, della salvezza e anche dei sacramenti, che non possono essere rinchiusi nella, pur essenziale, dimensione celebrativa. Questa via trova riscontro anche nelle parole di Giovanni Paolo II: “La chiesa con ferma fiducia crede che, anche quanti si sono allontanati dal comandamento del Signore e in tale stato tuttora vivono, potranno ottenere da Dio la grazia della conversione e della salvezza, se avranno perseverato nella preghiera, nella penitenza e nella carità”.

Se i sacramenti non sono l’unica via per incontrare il Signore, quale cammino di fede è possibile allora per questi fratelli? Ci aiutano a dare una risposta gli Atti degli Apostoli quando raccontano che i cristiani “erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli, nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere”.

Il primo punto di riferimento è la Parola di Dio, primo nutrimento e guida per la fede. La Parola chiama tutti a lasciarsi trasformare da essa, quindi a un costante itinerario di riconciliazione. La mancanza del sacramento della penitenza può portare il divorziato risposato a recuperare tante altre forme di penitenzialità dimenticate o sottovalutate (elemosina, digiuno …). Il cristiano poi non è un isolato, ma vive dentro la comunità, partecipa ai suoi momenti forti, primi fra tutti quelli liturgici.

Il suo non potersi accostare ai sacramenti è, a suo modo, una testimonianza della grandezza di questi segni e una provocazione per chi li vive con superficialità. C’è poi la preghiera personale, la carità che valorizza la presenza di Cristo nel povero (“avevo fame e mi avete dato da mangiare”) e le diverse forme di apostolato, prima fra tutte quell’annuncio del vangelo che può portare il credente a presentarsi come “guaritore ferito”. Lo stesso atteggiamento di obbedienza e rispetto alla chiesa è una grande testimonianza.

In questo itinerario di fede un posto delicato è occupato dalla questione del perdono. Dio non si nasconde a chi lo cerca, e questi fratelli, come tutti i cristiani possono trovarlo a due condizioni: il desiderio sincero di Dio e il continuare a sentirsi responsabili e in qualche modo ad agire per la salvezza del coniuge dal quale si sono separati. A ogni cristiano è chiesto di perdonare e di amare i nemici; sappiamo come spesso la rottura di un matrimonio porti con sé astio, animosità, perfino odio verso chi viene ritenuto la causa di tanta sofferenza.

Riuscire, con pazienza e dentro un cammino graduale, a donare il perdono e perfino a pregare per quella persona è un gesto importante e sacro.

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don Domenico Paini

don Domenico Paini

Classe 1967 e originario della parrocchia di Castel Goffredo, ha svolto i seguenti incarichi: curato a Calcinato dal 1992 al 2001, curato a Manerbio dal 2001 al 2008. Dal 2008 è curato di Leno, dal 2013 è curato anche di Milzanello e Porzano, seguendo la pastorale familiare.


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