La banalità dell’educazione

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LA BANALITA’ DELL’EDUCAZIONE

La vicenda di Sabbio Chiese merita una riflessione ad alta voce. Francamente non mi colpiscono i particolari della violenza, che ovviamente devono ancora essere confermati in sede processuale. La vera sorpresa riguarda ciò che i diversi professionisti implicati nel dover intervenire o raccontare il fatto hanno rimarcato: il Procuratore dei minori, infatti, dichiara di non aver mai visto una cosa simile, così come il Comandante provinciale dei Carabinieri, così come alcuni autorevoli giornalisti della nostra cronaca locale. La motivazione? Una banalizzazione incosciente del male provocato da questi minori: un contesto definito quotidiano, appiattito, grigio, da cui non emerge minimamente (e non può emergere) una coscienza critica che faccia scattare nella mente e nel cuore di questi ragazzi un dubbio, una valutazione, una presa di posizione, un indizio che si sta compiendo qualcosa non solo di sbagliato ma di tremendamente disumano.

In sintesi: il male banalizza. Ciò vale non solo per questi ragazzi, brutalizzati e banalizzati nel gesto che hanno compiuto. Ne esce banalizzato anche il mondo degli adulti, visto che di fronte ad una vicenda del genere non si capisce come abbia tremendamente rinunciato ad intervenire. Ne esce banalizzata la nostra società, che si scandalizza ipocritamente degli atti compiuti salvo continuamente stuzzicare i nostri ragazzi nel compierli.

Evitare di essere banali è dunque il primo passo dell’educare: dire cose non banali, fare con i ragazzi cose non banali, evitare giudizi banali, interessare a cose non banali… La fatica dell’educare è tutta qui: trovare qualcosa di più interessante della banalità, con la piena consapevolezza che il muro di gomma della banalità assorbe tutto.

Non mi piace mai fare il gioco dello scaricare responsabilità sugli altri, soprattutto in queste circostanze. Sarebbe, ovvio, banale. Mi limito al mondo degli oratori, che ovviamente è più che scosso di fronte all’agire di questi ragazzi, visto che li conosce e che non sono estranei. Mi chiedo cosa significhi per l’oratorio non essere banale, e spero che questa riflessione aiuti anche gli altri mondi educativi. Inutile sottolineare che non mi riferisco a nessuna situazione in particolare, perché penso che ciò che dico possa valere per tutti, anche per lo stesso Ufficio Oratori.

La prima banalità che un oratorio potrebbe commettere è dire che questi fatti non gli interessano, che il suo compito è altro e ben più nobile. L’oratorio, come ogni mondo educativo, non sceglie il punto di partenza, ma lo trova. Non importa quanto basso sia. Al limite fissa un punto di arrivo, ma non può avere schifo di ciò che segna il mondo dei ragazzi. A furia di dire che il nostro compito non è quello di far giocare, o di accogliere, o di sostituire la famiglia stiamo diventando banali: se c’è bisogno di organizzare sabati sera diversi per evitare che i nostri ragazzi cadano nella trappola della banalità dobbiamo farlo. Se serve fare “il parcheggio” perché i genitori non sanno dove mettere i ragazzi dobbiamo venire incontro a questo bisogno. Non farlo è banale.

Secondo: la banalità si sconfigge non tanto con le cose ma con le persone. Ci vogliono le attività e i programmi, ci vogliono le cose da fare, ma soprattutto ci vogliono gli educatori. Voglio essere più esplicito: siamo troppo bravi nel fare cose, siamo troppo carenti nell’investire sulle persone. In estrema sintesi: meno muri e più persone, anche da un punto di vista di investimento economico. È la relazione significativa che fa emergere il mondo più profondo, il bello e il possibile.

Terzo, ed ultimo: la banalità vuole tutto e subito, l’educazione si alimenta di percorsi, di tempi lunghi, di quotidiano. Alla banalità del male si risponde con la banalità dell’educare, con la quotidianità della relazione. Siamo in una società che corre e corre e corre; e ci siamo dimenticati che l’uomo cresce piano e piano e piano. I tempi umani sono lenti. Se c’è una cosa triste nella vicenda di questi ragazzini è vederli troppo adulti, fare cose orribili ma come se fossero già troppo grandi, e invece sono piccoli. Sono appena adolescenti, e agiscono già da vecchi. Imitano i grandi, ma è gente triste. Riusciamo ancora ad accompagnarli offrendo loro ciò che è proprio della loro età? Abbiamo ancora la pazienza educativa che sa anche sopportare le sconfitte educative senza però indietreggiare di un millimetro rispetto alla decisione dell’aiutare a crescere, costi quel che costi?

Sono in tanti ad essere scossi da questa vicenda. Invito tutti a rimboccarsi le maniche. Essere semplicemente scandalizzati ma non muovere un dito è più banale di ciò che è capitato.

don Marco Mori 

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