Itinerario quaresimale: sulle orme di san Benedetto

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Durante i pomeriggi delle domeniche di quaresima abbiamo potuto meditare sul tema della missionarietà della comunità cristiana alla luce di S. Benedetto, visitando tre abbazie benedettine e ascoltando le meditazioni dei monaci.

A Chiaravalle abbiamo ascoltato il Priore, Padre Stefano Zanolini, sul tema dell’ascolto della Parola per diventarne famigliari.  “Il cammino che san Benedetto propone al monaco, e al cristiano, puntualizza alcuni aspetti che vale la pena di riconsiderare. Ne prendiamo in considerazione due. Nel Prologo della Regola, san Benedetto, invita con forza ad «ascoltare con orecchie attentissime la Parola divina che ogni giorno grida a noi esortatrice: oggi se udite la sua voce non indurite il vostro cuore…» (RB Prol. 9-10).

Un primo aspetto che può sembrare scontato è che il Signore ci ha dotati di un organo per ascoltare, ad esso arriva, o facciamo arrivare di tutto. In questo contesto il modo giusto è “attentissime”, un aggettivo che indica certo un’attenzione ma che implica anche stupore; ascoltare con stupore la Parola divina. La tentazione che tutti proviamo è quella di Pietro, cioè di precederlo e non seguirlo. San Bernardo a questo proposito così si esprime: «Non lo seguono ma lo precedono quelli che alle parole del Maestro preferiscono le proprie». (Sermoni de diversis 62).

Un secondo aspetto è quello del tempo, cioè quando ascoltare la parola di Gesù? Oggi! «La Parola di Dio ogni giorno grida: oggi se udite la sua voce…». Ogni giorno, oggi. Questo vuol dire una frequentazione assidua, vale a dire quotidiana, rendere cioè abituale questo incontro, renderlo quotidiano come altre abitudini sono normali, quotidiane nella vita: la lettura del giornale, la frequentazione internet, il caffè, ecc… Il tempo che Dio dona è quello di oggi e una familiarità, in ogni ambito di vita, si radica grazie a una frequentazione costante, quotidiana che non è fatta necessariamente di ore. Il lavoro che il discepolo è chiamato a fare è esattamente quello della famiglia di Gesù, di sua madre Maria e di san Giuseppe che hanno vissuto una familiarità assolutamente unica, ma piena, quotidiana, umana e per questo esemplare per ogni discepolo”.

A Pontida abbiamo ascoltato Don Emanuel sul tema dell’apertura al fratello e al forestiero. “S. Benedetto, nella sua regola, ha un capitolo dedicato interamente all’ospitalità. Questo capitolo, il 53°, non si intitola “L’ospitalità “oppure “I monaci e l’ accoglienza” ma: “Come debbano essere accolti gli ospiti”. Dunque per S. Benedetto è molto importante la modalità (“come”) con cui si accolgono gli ospiti; infatti le persone si possono ricevere in modi differenti: in modo sbrigativo, in modo freddo, oppure facendo capire che si dà accoglienza ma col desiderio di non essere troppo disturbati. “Tutti gli ospiti che sopraggiungono, siano ricevuti come Cristo perché egli dirà: fui ospite e mi accoglieste”, riferendosi al vangelo di Matteo.

Penso che occorra partire prima di tutto da chi ci vive accanto, da coloro con cui passiamo la maggior parte del nostro tempo, ad esempio i nostri familiari, i colleghi di lavoro, coloro che conosciamo molto bene nei loro pregi e nei loro difetti e che, appunto, proprio per questi ultimi diventa più faticoso essere loro disponibili. Accogliere, in realtà, non significa immediatamente dare un alloggio a casa nostra ma, prima di tutto nel nostro cuore. Scendendo più nel concreto: se vivo con mio marito, con mia moglie, con qualunque familiare, a gomito a gomito o con un collega di lavoro senza essere disposto nei suoi confronti a fare tutto quanto farei se avessi davanti il Signore Gesù, devo ancora fare dei passi. Posso non lasciar mancare niente a mio marito, a mia moglie, al mio collega di quanto materialmente ha bisogno, ma se non gli sono vicino come fosse Gesù, se non lo accolgo nel mio cuore, non sono ancora sulla strada giusta.

S. Benedetto, poi, nel suo capitolo sul come debbano essere accolti gli ospiti, si premura di avvisare che verso i poveri e i pellegrini occorre avere particolari premure e attenzioni, perché specialmente in essi si riceve Cristo. I poveri e i pellegrini, lo si può intuire, sono coloro che hanno bisogno di tutto, che arrivano inaspettatamente, che rappresentano per noi coloro che fanno cambiare i nostri programmi, coloro che ci indispongono, che in fin dei conti ci chiedono di sacrificare qualcosa di noi stessi; chiedono in poche parole di dimenticarci, di uscire da noi stessi, di vincere un po’ il nostro egoismo, che è sempre pronto a farsi largo. Se si riesce a fare il primo passo in questo senso, se si riesce a fare il primo sforzo e a prendere coraggio mortificando noi stessi, allora si otterrà di essere veramente accoglienti proprio perché l’altro è più importante di me, per l’altro vale la pena di mettere da parte me stesso perché l’altro è Gesù”.

A Praglia abbiamo ascoltato don Sandro Carotta sul tema della centralità della Parola e dell’Eucaristia per vivere pienamente la nostra appartenenza alla Chiesa, che si riferisce a Dio come Padre. “Ascoltiamo la paternità di Dio, attraverso la preghiera del Padre Nostro, che ci riferisce Matteo 6,9-13). Abbiamo una invocazione iniziale rivolta a Dio come Padre, a cui segue la formulazione di tre grandi desideri: la santificazione del nome, il regno e la volontà di Dio. Quattro grandi domande, inerenti al pane, al perdono accolto e ricevuto, alla richiesta di non soccombere alla tentazione e alla liberazione dal male concludono la preghiera. In tutto abbiamo sette petizioni; quella centrale è relativa al “pane”, la prima e l’ultima sono poi antitetiche. Si inizia con la menzione del “Padre” e si conclude con la supplica per essere liberati dal “male”. La vita del credente è tra queste due realtà opposte: Dio e il male, il Padre e il Maligno. Come possiamo definire allora la preghiera cristiana? Una lotta. Bisogna infatti lottare affinché logiche perverse e mondane non neghino Dio nel cuore e nella vita.

Sono tre sostanzialmente le negazioni di Dio. Abbiamo l’idolatria, che fa di Dio una caricatura; l’idolatria nasce da una mancanza di ascolto e dalla pretesa di monopolizzare Dio. Vi è poi l’ateismo; nella vita del credente si manifesta quando la pratica religiosa viene abbandonata. Se è ancora tollerata (ma solo negli altri) è solo nella misura in cui si concretizza solo in un atteggiamento filantropico. Tutta la pratica religiosa è considerata inutile, ingenua e frutto di ignoranza. Infine l’incertezza, la quale ha come caratteristica principale il disagio e l’insicurezza. In questo caso si continua a pregare, ma solo lo stretto necessario; si rimane nella Chiesa, ma solo formalmente.

Ma la preghiera non è solo lotta. Abbiamo detto che nel Pater troviamo tre desideri e quattro domande. Nella preghiera bisogna allora imparare ad articolare armonicamente il desiderio e la domanda; il desiderio esprime la dimensione affettiva del pregare, la domanda la dimensione solidale. Se viene ribadita la dimensione affettiva è per ricordare che la preghiera nasce da un cuore che ama Dio. La preghiera non è un dovere, ma una necessità dell’anima. La dimensione solidale, altrettanto importante, ci ricorda invece come la preghiera debba abbracciare, sull’esempio di Cristo, il mondo intero”.

Pregare il “Padre Nostro” significa sentirsi pienamente figli di Dio e, quindi, riconoscersi fratelli con chi, come noi, si rivolge a Dio con questa preghiera. Questa figliolanza-fraternità ha bisogno, però, anche di segni concreti. Ecco che Gesù, ce ne ha offerti, tra gli altri, due, attraverso i quali esprimere in modo privilegiato e altamente significativo, questa realtà: la sua Parola e l’Eucaristia.

Esse sono il segno più espressivo della nostra adesione alla Paternità di Dio e la fonte inesauribile dell’energia per vivere la nostra figliolanza divina e la nostra fratellanza. Pregare Dio Padre e non accogliere il suo invito all’incontro coni fratelli per ascoltare la sua parola e sederci alla sua mensa significa avere un cuore ateo oppure vivere la fede in modo formale.

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