Insieme nel giorno…

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Lettere alla redazione della “Badia”

Caro don,
questa è una lettera a quattro mani, perché la firmiamo mio marito e io; questo già le dice la nostra fortuna, perché – al contrario di tante coppie che conosco – noi possiamo ragionare insieme di molte cose, soprattutto di come allevare nostro figlio. Siamo ambedue religiosi, praticanti convinti e vorremmo tirare su nostro figlio con la migliore educazione religiosa. Io sono anche catechista nella nostra piccola parrocchia; alla Domenica andiamo alla messa dei bambini; di solito ci mettiamo nella stessa panca noi tre ed è molto bello.

Filippo, nostro figlio, di sette anni, è un bambino vivacissimo, irrequieto, anche se molto intelligente; gli raccomandiamo sempre di star fermo e tranquillo durante la messa, che è il modo più bello di santificare la festa.

Ma domenica scorsa Filippo ha passato ogni limite: ha voluto mettersi vicino a me, poi si girava a far le boccacce ai compagni più grandi, poi cadeva dall’inginocchiatoio, poi si dondolava, poi sbuffava, poi mi prendeva la borsa, poi – da ultimo – si è messo a canticchiare quando tutti erano zitti: era un’escalation che io non sapevo controllare.

Allora gli ho detto una, due, dieci volte che lo avrei portato fuori e lui niente, anzi aumentava il disturbo. A quel punto, io l’ho preso con la forza, l’ho portato fuori dall’uscita laterale; quando sono stata fuori, gli ho mollato un ceffone con tutta la rabbia che avevo e l’ho portato dalla nonna (che abita a trecento metri dalla chiesa) dicendo: «Io non ti voglio in chiesa in questo modo; sei troppo piccolo, devi start dalla nonna». E me ne sono venuta via come un fulmine. Rientrata in chiesa, il cuore mi batteva, ero agitata e arrabbiata con me stessa e con Filippo, sentivo gli occhi di tutti su di me.

Di lì a un quarto d’ora, Filippo è improvvisamente rientrato; si è aggrappato alla mia gonna, aveva i lacrimoni ed è stato quieto per tutto il resto del tempo. Io ero sollevata, gli ho semplicemente fatto una carezza e, per me, tutto finiva lì. Però dopo noi due, Alfio e io, abbiamo discusso a lungo.

Mio marito ha detto (mi chiede di riferirglielo per filo e per segno): «Filippo è stato il più intelligente! Io pensavo: Ecco, vuol fare tutto lei, e io sono messo da parte; non ha chiesto a me di intervenire; del resto lui era vicino alla mamma e non a me. Piera ha fatto tutto da sola, ha deciso tutto lei, anche di portarlo fuori in quel modo”. Mentre Filippo non c’era, io credevo che ormai la domenica fosse rovinata. Con che faccia lo andavamo a prendere dalla nonna? Come giustificare il comportamento della mamma, per me assolutamente esagerato? Non si rovina così la festa! I bambini sono bambini, si sa: santificare la festa vuol anche dire stare in pace, non avere crisi di collera, esser gioiosi… Poi – è sempre mio marito che parla – ho capito una cosa: tu, Piera, hai agito così perché ti premeva di più quello che pensava la gente; volevi solo difendere te stessa e fare vedere che il tuo bambino non può fare quello che vuole. Ma in fondo un bambino è un bambino e così hai veramente rischiato di rovinare la festa. Fortuna die Filippo è stato più intelligente».

Riconosco che in quello che dice mio marito c’è molto di vero: infondo avevo paura che fosse compromessa la mia «fama» di catechista e allora ero molto agitata e cercavo di coprire in tutti i modi le disobbedienze e l’agitazione di Filippo. Credo proprio di aver capito, anche grazie a mio marito, che non devo esser così preoccupata di quello che pensano gli altri; voglio lasciare un po’ più di libertà a nostro figlio e non vergognarmi di lui perché è irrequieto e agitato. So io che sospiro di sollievo ho provato quando lui è entrato e mi ha abbracciato. Ci resta però una domanda: come abituare il bambino a santificare la festa? Come fargli capire che lui in chiesa deve comportarsi bene, che non deve tirare troppo la corda? Come fargli sentire che la messa è l’atto più importante della Domenica? Anche mio marito è d’accordo che il vero punto è questo, al di là delle mie esagerazioni di Domenica scorsa.

Ci rendiamo conto che questa non è solo una domanda religiosa: spiegare bene il terzo comandamento, far capire l’importanza della messa, ecc.

Questo è molto importante, ma non basta. Non basta nemmeno che siamo convinti noi, perché noi siamo convintissimi che la celebrazione liturgica è il momento più alto della giornata domenicale; occorre fare in modo che queste convinzioni passino a nostro figlio ed egli le traduca in comportamento!
Ma che cosa vuol dire per un bambino di seconda elementare «santificare la festa» ?

Lettera firmata

Carissimi ,
vorrei prima di tutto congratularmi con voi e con il vostro modo di parlarvi. Mi pare chiaro che avete a cuore la «riuscita» religiosa di vostro figlio e usate tutti i mezzi a vostra disposizione per trasmettergli ciò cui tenete di più. È molto prezioso anche il dialogo che, dopo il “fattaccio” è intervenuto tra voi: è raro trovare che da un dialogo nascano decisioni di atteggiamenti diversi: cosi la mamma ha accolto bene il messaggio del marito e vuole davvero non mettere in secondo piano il suo valore di mamma. Dopo aver riflettuto, è disposta anche ad appannare la sua immagine di brava catechista che sa tenere i bambini, è disposta a non lasciarsi condizionare troppo dalla gente, questo per un autentico amore al bambino.

Sono d’accordo anch’io che Filippo è stato intelligente, ma forse per motivi un po’ diversi da quelli che pensa il papà, il quale pare mettersi un pò troppo nei panni del bambino che si sente offeso e umiliato dalla mamma.

Come preparare la festa?

È responsabilità degli adulti attendere la Domenica con gioia, collocarvi ciò che riposa e distende, ciò che unisce e ricrea e non ingolfarla di impegni, di appuntamenti sociali più o meno obbligati, cui si va come a un funerale. È responsabilità degli adulti non tramutare la domenica in un’unica e snervante coda perché, una volta comprata la casa al mare o ai monti, «bisogna pur andarci ».

I bambini avrebbero molto da insegnarci, per santificare la festa. Bisognerebbe – è un’ idea ! – intitolare la festa: per chi sarà la festa domenica prossima? Ma ci ri-siamo: questo non dovrebbe essere il solito espediente per togliersi i bambini dai piedi, come certe festicciole (termine appropriato !) in tavernetta dove gli adulti sono diventati invisibili e i poveri ragazzini devono far finta di divertirsi. Intitolare una festa significa inventarne un patrono, un protettore, un suggeritore e ben venga se abita nel-l’aldilà: nella festa ci dovrebbe essere un po’ di andirivieni, una finestra sulla memoria, su presenze diverse. Ci potrebbe essere un posto a tavola vuoto, il giorno in cui si intitola la festa a un parente defunto, ad esempio: ci potrebbe essere un posto occupato da un estraneo, invece, che ci fa il dono di sedersi alla nostra tavola il giorno in cui si intitola la festa a culture diverse, a bisogni diversi (un extracomunitario, ad esempio).

Ma occorre anche che gli adulti trovino i loro modi di riposo, di pace (il Signore ha inventato il sabato per l’uomo e non viceversa) e che imparino a rispettarli vicendevolmente: certi figli sono purtroppo spettatori impotenti di litigi ricorrenti nella coppia, proprio perché è festa ! Lui vuol mettersi in pantofole e, finalmente, non mettersi in giacca e cravatta; lei vuol uscire, finalmente, esser portata in giro, sfoggiare l’abito più bello. Fa parte del santificare la festa anche la pattuizione che produce pace e ben-essere: al limite, in mancanza di fantasia, si può fare la domenica in pantofole (e tutti felici di essere in pantofole) e la domenica in uscita (e tutti felici di essere in uscita). Correre a messa per «mettere a posto » il Signore, quasi per scaramanzia, presentando all’ altare una cesta di musi-ripicche-rancori-livori perché ognuno ha tirato l’altro per i capelli, non è certo il modo che il Signore della Vita vuole per noi: lui ha inventato la festa non per sé, ma perché sa che noi uomini abbiamo bisognosi lui, che stiamo bene se impariamo a staccarci dal quotidiano e a riposare in lui.

È vero, il punto più alto della domenica è la celebrazione liturgica ed è anche vero che al bambino va chiesto di esprimere anche esteriormente la sua partecipazione. Ma tutto questo si impara, poco per volta; tutti insieme: si può dire al bambino: « Dio ci concede di presentarci davanti a Lui come famiglia; impareremo insieme il modo migliore». Che ne dite di un processo graduale, in cui ad esempio si sta negli ultimi banchi finché lui è piccolo, poi si avanza insieme, fino a che tutti e tre, tutta la famiglia, ha imparato a diventare sempre più attenta e responsabile? Stare in famiglia davanti a Dio è una vera grazia, e anche il bambino può imparare a gustarlo.

La Redazione

N.B.: siamo sempre disponibili a ricevere vostri scritti o lettere a patto che siano firmate con nome e cognome; in caso contrario non verranno prese in considerazione.

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