In memoria di don Giuseppe Davo

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Il cuore, ancora incredulo e ferito, sente il bisogno di dire a don Giuseppe quelle parole di commiato che non abbiamo potuto esprimergli nell’attimo della sua morte.  Le mie parole vogliono dare voce al cordoglio di tutte le persone che gli hanno voluto bene e che non hanno potuto essere presenti al suo funerale: mons.Lorenzo Voltolini ,nostro compagno di classe ,ora vescovo in Equador che ha  inviato un suo messaggio; suor Francesca Delpero ,suora al Cottolengo di Torino ,che l’ebbe guida spirituale nella scelta di votare la vita a servizio degli ultimi e non di meno dei sacerdoti consacrati con lui nel 1974.

Nei confronti di don Giuseppe anche io ho uno speciale debito di riconoscenza per l’immutata amicizia vera perdurata nel tempo. A ricordo della nostra prima messa avevamo stampato la preghiera semplice di San Francesco per la quale oggi può dire :”Tutto  è compiuto”. Mi è stato vicino il primo agosto scorso alla concelebrazione per il funerale di mia mamma a S.Paolo ,parrocchia della sua prima destinazione nel 1974 e dove è ancora vivo e riconoscente il suo ricordo.

 Ciascuno ha di lui in cuore “i suoi ricordi”, il “suo don Giuseppe”.  E’ difficile raccontare a parole una vita e ancor più è difficile dire del ministero di un prete: ci sono cose che rimangono custodite dal Signore che vede nel segreto, e dalla riservatezza delle relazioni che formano gran parte della vita di un sacerdote.

Conoscendo poi don Giuseppe, mi pare inopportuno approfittare del silenzio che la morte gli impone, per tessere elogi che – da vivo – egli avrebbe rifiutato con dignitosa fermezza.

Pensando a lui vorrei fare l’elogio del prete comune: quello che vive con dedizione esemplare il quotidiano, in coerenza con la propria vocazione,anche nei giorni amari in cui l’obbedienza lo costringeva ad un discutibile trasferimento a Roma nella parrocchia bresciana del Divin Maestro.  Poi il fecondo  passaggio a Ospitaletto. Dal ‘84  in Africa sul fronte della povertà, la fame, le malattie e la guerra. Una vita difficile,  vissuta per oltre dieci anni nella foresta, a 130 chilometri da Bukavu, nello Zaire. Niente strade, alla missione di Mwenga si poteva arrivare solo a piedi o a bordo  di un fuoristrada. Qui, insieme ai sacerdoti del posto, don Davo faceva funzionare un ambulatorio, una falegnameria e un centro giovanile a cui facevano riferimento circa 30 mila persone che vivevano in un’ area di 150 chilometri. Di quell’esperienza,di quello stare a contatto continuo con la gente, don Giuseppe diceva: ” E’ stato bello, costruttivo, un arricchimento. Mi sono sentito parte integrante della comunità. Certo, c’è voluta pazienza per farmi accettare come parroco”. Sul suo cammino, ad un certo punto, si pose Mobutu e quindi la guerra, fino al 1998, anno del suo rientro in Italia.Oggi di passaggio a Mwenga amici comuni hanno scoperto che numerosi ragazzi e bambini hanno per nome ‘Davo’ a ricordo di quel loro parroco che sequestrato dai ribelli con sentenza di morte ,fu salvato per il provvidenziale intervento dell’esercito e non di meno implorò clemenza per i suoi aguzzini prima di essere costretto al rientro. Il suo pensiero era rimasto là.Di quel capitolo della vita  portato nel cuore,diceva: “Un’esperienza che mi ha formato e trasformato. Tutto ciò che ho vissuto l’ho assorbito, un po’ come fa una spugna”.Lo rivedo pregare tra la sua gente con le braccia allargate a forma di croce. Il ritorno a Brescia, dal punto di vista spirituale, non deve essere stato semplice: “Lì il Vangelo lo vivevi di persona, qui in Italia, invece, vivi l’assenza del Vangelo, ne senti la necessità”. E anche a Pontevico, don Giuseppe ha trovato chi aveva bisogno della sua parola di conforto, soprattutto all’Istituto Cremonesini . Chiamato a Fiesse  “Vado là per ripartire, di nuovo”.E’ passato come una meteora di luce.

Lui riprendeva  in mano  ogni  giorno  il suo ministero,  come  dono  di Dio  e  come  impegno concreto verso i fratelli, rimanendo profondamente ancorato in un rapporto personale con Gesù Cristo, che amava con cuore indiviso, sentendosi “quei servi inutili di cui parla il vangelo”.

Ha amato Dio, la sua vocazione, la sua gente.

Don Giuseppe è stato un prete così.

  Don Franco Tortelli

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