Impostazione dei primi anni di vita matrimoniale e familiare

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Domanda: Per quanto sia ben fatta la preparazione a un matrimonio, tuttavia ciò non garantisce automaticamente la sua buona riuscita. L’esperienza di tanti separati attesta che, nonostante un buon periodo di fidanzamento che non faceva presagire dei problemi, nel corso della vita matrimoniale sono nate invece delle difficoltà tali da mettere in crisi la coppia, portandola addirittura alla rottura e allora?

Risposta: Ciò che dici è verissimo. Vuol dire allora che le nozze non vanno prese come un punto di arrivo, ma di partenza e che va tenuta sempre alta una cura della relazione di coppia. Spesso capita, infatti, che le predisposizioni con cui due coniugi si accingono a iniziare la loro vita insieme siano diverse e col passare del tempo tali diversità tendono a diventare divergenze. Per esempio, a volte si assiste, soprattutto negli uomini, a una sorta di “accasamento”, dopo il tempo della conquista. Cioè si vedono coniugi che, una volta raggiunto lo scopo del matrimonio, si adagiano in un clima di inerzia; come se ormai tutto dovesse svolgersi  automaticamente.

Al contrario, altre persone, stavolta soprattutto le donne, caricano di così grande attesa l’inizio della vita a due che, di fronte alla crudezza della vita familiare, vedono svanire il loro “sogno romantico” e quindi cadono in una profonda delusione. Questi due atteggiamenti danno come risultato una relazione di coppia alquanto problematica, in cui una parte chiede continuamente attenzioni, momenti esclusivi, espressioni e delicatezze d’amore, e l’altra invece chiede di non essere disturbata, di poter attendere ai propri hobby, di uscire con gli amici. È facile prevedere come in tali divergenze di atteggiamenti nascano incomprensioni, accuse, chiusure, gelosie, diffidenze;  e si badi bene che ognuno dei coniugi ritiene di avere ragione, cioè di essere trascurato nelle proprie legittime aspirazioni.

D. Dicevi che per evitare queste derive della vita matrimoniale occorre una continua “cura della relazione”. Ma parlando di cura, sembra quasi che il matrimonio porti in sé una sorta di malattia congenita da tenere sempre sotto controllo. E la spontaneità, la naturalezza, oggi tanto esaltato, non vanno tenute in conto?

R. Forse è vero, la parola “cura” non è del tutto esatta; si potrebbe dire meglio: continuare “ad avere a cuore” la propria relazione. Si tratta di quell’attenzione carica di amore, che aiuta ad accorgersi di ciò che l’altro sta vivendo e a mantenere una sintonia di sentimenti. Quasi tutte le coppie ricordano un primo periodo felice dopo le nozze: entusiasmo, passione, sentimento. Ma poi l’inizio di una normale vita familiare sgonfia questo alone iniziale di piacevolezza e chiede una graduale crescita del rapporto di coppia: un sentimento amoroso che esige di acquistare una qualità sempre più solida e profonda. Le diversità di approccio alla vita matrimoniale,  cui ho accennato prima, come pure i tempi e i modi diversi con cui i coniugi entrano dentro la relazione, non necessariamente devono diventare motivo di crisi, anzi possono essere occasione di arricchimento e di crescita, ma a condizione che sia tenuto vivo uno spirito di attenzione reciproca e la convinzione che prima, dentro e sopra ogni altra cosa si deve dare priorità alla relazione interpersonale.

Ciò non significa tenere la coppia sotto tenda a ossigeno o mortificare l’amore; anzi, proprio questa continua attenzione spirituale aiuterà i coniugi a non spegnere in fretta gli entusiasmi iniziali e ad alimentare un rapporto amoroso fatto di concretezza e di creatività. L’amore, infatti, non può essere mai qualcosa di scontato o di presupposto, ma è sempre qualcosa di nuovo che si sperimenta costruendo un’autentica relazione di coppia.

Diversi divorziati risposati dicono che quello che vissero nel primo matrimonio non era vero amore; lo è invece quello che stanno vivendo ora. Potremmo discutere a lungo su questo; ma ciò conferma il fatto che l’amore non è qualcosa di precostituito, che già si conosce; al contrario, è un sentimento che porta in sé una potenzialità che domanda di essere continuamente scoperta e sviluppata: è un dono sempre nuovo; anzi, noi cristiani crediamo che è un dono di Dio, offerto nel momento delle nozze e rinnovato ogni giorno dal suo Spirito, chiamato appunto Spirito di amore; per questo va continuamente chiesto nella preghiera.

D. Come si può vivere una crisi coniugale? Con quale prospettiva? Bisogna considerarla come uno stimolo di crescita o un segnale di fine della corsa?

R. E’ innegabile che nel modo di reagire davanti a una crisi coniugale incida molto la prospettiva, oggi più facile, della separazione. Anzi, incida molto il modo con il quale oggi si tende a presentare la separazione. Si sta cioè diffondendo una cultura “debole”, in parte fatalistica e in parte massimalistica. Davanti a una separazione si sente dire infatti “era destino che finisse così…”, oppure “tanto, è capitato anche ad altri…”. Tale posizione porta quindi a insinuare nei coniugi in crisi la convinzione che la separazione è in fondo uno degli esiti possibili di un matrimonio; ma “possibile” non nel senso che è un eventualità, ma nel senso che è un potere: cioè, di fronte a una crisi i coniugi possono tranquillamente scegliere o di sforzarsi di andare avanti o di interrompere la convivenza matrimoniale. Le due prospettive sono messe sullo stesso piano e con lo stesso valore; anzi, si vorrebbe addirittura convincere gli sposi che anche le conseguenze saranno di uguale soddisfazione, pensando così di ovattare e anestetizzare le sofferenze e le gravi fratture che in realtà conseguono a una separazione.

Quando incontri un coniuge separato, la prima cosa che avverti in lui e che spesso lui stesso ti esprime esplicitamente è una grande sofferenza. Si, ci si può separare anche civilmente, come si dice; ma ciò non toglie la profonda sensazione di un fallimento. A volte si sente dire che, parlando di separazioni o divorzi, non si deve usare la parola “fallimento”, per non urtare la sensibilità delle persone o non turbarle ulteriormente. Può essere vero; ma ciò non cambia la realtà, non cambia ciò che tanti separati provano: avevano sperato in un certo futuro, avevano investito in un certo progetto, avevano creduto in un certo sentimento… e poi… Non usiamo la parola fallimento, perché giustamente una separazione non azzera tutta la propria vita; ma vi sono comunque un grande vuoto e una profonda delusione, che segneranno il resto della vita. Questa è la realtà, al di là di quello che vuol far credere certa parte dei mezzi di comunicazione!

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don Domenico Paini

don Domenico Paini

Classe 1967 e originario della parrocchia di Castel Goffredo, ha svolto i seguenti incarichi: curato a Calcinato dal 1992 al 2001, curato a Manerbio dal 2001 al 2008. Dal 2008 è curato di Leno, dal 2013 è curato anche di Milzanello e Porzano, seguendo la pastorale familiare.


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