il vento che sussurra alle orecchie

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Leggi la prima parte:

Mutare le forme e diventare danza

In che cosa credo? Quel che credo assomiglia alla mia vita? Per anni ho creduto nella mia cantina, luogo in cui ripararmi e dedicarmi alla musica, fucina di parole e sensazioni che alchimisticamente hanno preso forma. Forme incompiute, è vero, ma forme che ancora trattengono la forza del confronto che le ha partorite. Ecco, oggi ancor di più credo, credo in quel dialogo di ascolto, di poca ragione e di meraviglia e di istinto; ricordo che un giorno mi dissi: «il filo logico lo appoggerò in un angolo …». In cosa credo? Credo nelle parole che si distillano all’improvviso perché troppo arduo è il racconto narrativo. Credo nel desiderio che è il ricordo di un cammino iniziato in fiducia, senza domande, ma che si svela tanto più si fa distante la sua genesi. Credo nella ricapitolazione, perché è lì che si avanza di un passo verso la verità.

A motivo della loro dignità tutti gli uomini, in quanto sono persone, dotate cioè di ragione e di libera volontà e perciò investiti di responsabilità personale, sono spinti dalla loro stessa natura e tenuti per obbligo morale a cercare la verità, in primo modo quella concernente la religione.

Difficilmente questo pensiero potrà essere canzone, ma credo nella musica che mi accompagna silenziosamente nell’atto di scriverlo. Con il tempo ho imparato a danzare sulle sue note, ad abitare il mio corpo, ad abitare i luoghi del presente, a edificarmi nel presente dell’incontro con l’altro da me. Il corpo, il pensiero, il luogo, altro non sono che la stessa qualità del mio essere e oggi ne riconosco il mistero.

Il Corpo mistico di Gesù si incarna nella Chiesa. Ma il corpo, scrive il Papa, richiede anche moltitudine di membri i quali siano totalmente fra loro connessi da aiutarsi a vicenda. E come nel nostro mortale organismo, quando un membro soffre, gli altri si risentono del suo dolore e vengono in suo aiuto.

Durante un’esperienza di danza nel deserto del Sahara, sul mio taccuino scrissi:

il mio volto è una tenda, desidero sia abitata da chi incontro. Nella mia tenda irrompe una duna di sabbia rossa ed io riposo su di essa in ascolto di Dio, mentre mi abbaglia il chiaroscuro dell’ingresso. Il mio petto è il fuoco al centro del bivacco e il mio ventre è una giara ricolma d’acqua limpida, che rispecchia, e tu ne puoi vedere il fondo. Puoi vedere il piccolo granello di sabbia che si deposita mentre ondeggia cullato.

Rievocando questo ricordo mi scopro a trattenere le lacrime, non so … forse per una gioia rievocata, forse per amore. Mi sciolgo dalle rigidità della scrittura e penso che il viaggio che ho intrapreso è ancora lungo ma so di non aver bisogno di alcun bagaglio. Continuo, senza affanno, a cercare luoghi di silenzio per riconoscerne la musica di sottofondo, luoghi nuovi o antichi non importa. A volte la duna di sabbia rossa si trasmuta in verdeggianti campi d’erba e sento ugualmente il vento che batte alle spalle, che sussurra alle orecchie, finché, nel silenzio, capisco di non essere solo. Luoghi, colori e tempo da ascoltare, fiducioso, come il lattante fra le braccia della madre, prima di addormentarsi. Ecco perché non posso fare a meno di ripetermi il passaggio del Salmo 23. Se mi addormento posso anche sognare. Spesso sono sogni di una lingua ermetica, lontana, arcana. Ci sono sogni che ritornano negli anni e si interrompono sempre lì, proprio quando stai per capire. Ci sono sogni in tonalità di grigi, chiaramente frutto dell’influenza del pensiero razionale. Altri sogni invece ti costringono al risveglio in un sussulto, nel titanico sforzo di riacquistare il controllo della tua vita in pericolo.

Possiamo sognare insieme, perché no? Sogniamo che ciascuno di noi si costruirà un’identità aperta, dialogante, tollerante, curiosa degli altri, non impaurita e arroccata in difesa; formando una simile identità, aiuterà anche l’altro a viverla

Ma i sogni migliori sono quelli che faccio ad occhi aperti, perché non sono desideri e neppure allucinazioni. Sono solo momenti, attimi fuggenti, di inattesa consapevolezza. Il corpo inizia a danzare e nel vento diventa preghiera. Una preghiera con voce di violoncello, un largo, un deserto da attraversare, abitando lo spazio di una seconda attenzione. Tutto scorre e allo stesso tempo si ferma. Il cuore ammutolisce un istante, lasciando l’eco dell’ultimo rintocco: così largo, così immanente. E continuo a camminare col volto accarezzato dal vento, con lo sguardo inumidito da una lacrima densa che mi solca lo zigomo, fino a trovare rifugio all’angolo dell’orecchio. E sussurra… Prima che il cielo si trapunti di stelle, lascio scorrere e ascolto. Prima che un pensiero mi distragga dall’accadere, lascio che accada. Osservo, testimone di una testimonianza invisibile.

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ORANews

Oratorio San Luigi di Leno


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