Il vangelo di Cristo è parola di speranza per ogni uomo

Omelia del vescovo Luciano nell’ordinazione episcopale di mons. Ovidio Vezzoli – Cattedrale di Brescia, 02 luglio 2017

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Amare Gesù più che il padre, la madre, il figlio, la figlia; prendere sulle spalle la propria croce e mettersi in cammino al seguito di Gesù; perdere la propria vita… non si può certo dire che questo vangelo sia accomodante. È soprattutto il confronto con i genitori e con i figli che ci colpisce. Se Gesù avesse parlato dei soldi, della carriera, del successo, e avesse detto che dobbiamo amare Lui più di tutte queste cose avremmo capito. Ma i genitori… come si fa a fare un confronto? Verso di loro abbiamo un debito che non riusciremo mai a estinguere; e i figli… come porre limiti all’amore per loro? Eppure il vangelo va preso così, proprio come suona, senza addolcirlo o sfibrarlo: “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me. Chi ama il figlio o la figlia più di me, non è degno di me. Chi non prende la sua croce e non mi segue non è degno di me” Possiamo spiegare che non si tratta di avere più o meno affetto, ma di collocare l’obbedienza a Gesù prima del desiderio di compiacere agli altri, fossero pure le persone a noi più vicine e più care. Ma come si giustifica un’esigenza così radicale?

La religione come conforto in mezzo alle molte tribolazioni della vita è facilmente compresa e apprezzata da molti; così pure la religione come modo di dare significato agli eventi più intensi della vita – la nascita, il passaggio all’età adulta, il matrimonio, la malattia, la morte: l’uomo ha bisogno che la sua vita non appaia insignificante e i riti religiosi sono lo strumento più efficace a questo scopo. Ancora è apprezzata la religione quando si esprime in volontariato, servizio sociale, istituzioni di beneficenza. Ma il cristianesimo non è solo questo; il cristianesimo ha la pretesa di offrire all’uomo un orizzonte ultimo e vero di significato che motivi tutte le sue attività, misuri il loro valore, orienti il loro svolgimento. Mentre penso queste cose mi rendo immediatamente conto di quanto esse debbano apparire inattuali all’uomo di oggi. La società contemporanea non è più la società medievale che poteva organizzarsi attorno ai monasteri e alle chiese. È una società che ha sviluppato innumerevoli linee di interesse e di azione secolare: scienza e tecnologia, politica ed economia, arte e musica, educazione e diritto… ciascuno di questi ambiti con le sue leggi proprie, con una serie infinita di specializzazioni che richiedono studio, applicazione, esperienza. Come pensare che un uomo singolo, vissuto in un piccolo angolo della terra, quando ancora di tutto questo mondo moderno non c’era sentore alcuno, possieda il segreto per dare il giusto senso al mondo dell’uomo e al cosmo stesso? Come pensare che il rapporto con lui sia decisivo per il senso di ogni esistenza umana? Eppure solo questo darebbe un fondamento ragionevole alla pretesa di Gesù: “Chi ama il padre o la madre più di me, non è degno di me…”

Caro Ovidio, sono felicissimo di poterti imporre le mani, insieme ai vescovi conconsacranti e a tutti i vescovi presenti perché tu possa, per il dono dello Spirito Santo, servire la chiesa di Fidenza come vescovo. È una vocazione bella, quella dell’episcopato, e prego il Signore che tu possa viverla nella gioia per tutti i singoli giorni del tuo servizio. Con l’elezione del Papa e l’ordinazione di oggi entri nel collegio dei vescovi e a Fidenza sarai il segno della comunione cattolica che si costituisce attorno al vescovo di Roma; nello stesso tempo, vieni messo a capo del presbiterio fidentino per essere origine e strumento dell’unità di tutti i presbiteri. Sarai dunque uomo di comunione; ti verrà chiesto non di essere genialmente originale, ma di essere creativamente fedele perché l’unica Chiesa possa manifestarsi a Fidenza attraverso la tua parola, il tuo servizio liturgico, il tuo governo, la tua persona. L’ordinazione è il segno che non ti assumi questo incarico da te stesso, ma che sei mandato da Gesù stesso attraverso la chiamata concreta della Chiesa. Consapevole di questo, potrai e dovrai rimanere umile sapendo di portare un tesoro prezioso in un vaso d’argilla; ma soprattutto dovrai amare Gesù sopra ogni altra cosa, dovrai servire il Regno di Dio mettendolo al primo posto nei tuoi interessi.

Siamo allora rimandati all’interrogativo iniziale: che senso ha oggi sottomettersi a Cristo e avere Cristo come orizzonte di riferimento della propria vita? Di Gesù è scritto che è passato in mezzo a noi facendo del bene e sanando tutti quelli che erano sotto il potere del male perché Dio era con lui. Ebbene, la relazione con Gesù serve a costruire questo tipo di uomo: che passi facendo del bene, che si confronti vittoriosamente col male perché ha in sé la forza di amore che viene da Dio solo. Ora, è proprio su questo campo che si gioca la partita decisiva del futuro del mondo. Se l’uomo è saggio e buono anche i suoi progetti e le sue azioni diventeranno saggi e buoni; ma se l’uomo è sciocco perché valuta più l’apparenza che la realtà, se è malvagio perché pone il suo vantaggio particolare prima della giustizia, se è avido e si serve della conoscenza come di uno strumento per prevalere sugli altri, il risultato non potrà che essere il declino della società. Fare l’uomo saggio e buono, giusto e generoso. Questo è l’obiettivo del vangelo e questo è il servizio che viene affidato a te, caro Ovidio, e al presbiterio di Borgo san Donnino insieme con te. Sappiamo di essere deboli, ma sappiamo anche che il vangelo è forza di Dio; siamo un piccolo gregge, ma il vangelo di Cristo è parola di speranza per ogni uomo, nessuno escluso.

La parola di Dio rivolta all’uomo gli dà un’identità forte, lo rende responsabile, muove il suo cuore a desideri grandi, colloca la sua vita entro un disegno universale di amore e di fraternità. Il battesimo, abbiamo udito da Paolo, innesta l’uomo nel mistero pasquale di Cristo perché possa vivere per Dio, come creatura nuova. La fraternità ecclesiale fa del presbiterio e di tutta la Chiesa locale un cuore solo e un’anima sola perché la civiltà dell’amore non appaia un’utopia irrealizzabile, ma un progetto di vita da perseguire con lucidità e perseveranza. Questa è la missione magnifica del vescovo e dei suoi preti. Per questa missione vale la pena giocare tutto.

Ma il vangelo ci ricorda anche: “Chi non prende la sua croce e non mi segue non è degno di me”. La croce del vescovo; che non è più pesante di quella di un prete e nemmeno di quella di un padre di famiglia, ma che ha le sue caratteristiche proprie. La prima, paradossalmente, è l’obbedienza: se qualcuno pensa che il vescovo possa fare quello che vuole e che il suo compito consista nel comandare, si sbaglia, e di grosso. Il vescovo è al servizio della diocesi, dei preti, di chiunque abbia un qualche sofferenza da esprimere o qualche speranza da nutrire; il suo tempo non è più privato, ma si riempie a partire dalle esigenze, dai bisogni, dai desideri di altri. Ma questa obbedienza è preziosa: nasce dall’amore e diventa poco alla volta la via della libertà da se stessi, dai propri programmi, dalle proprie preferenze. Pesante sì, la croce dell’obbedienza, ma sana, liberante.

La seconda croce è la responsabilità. Grazie a Dio, un vescovo ha numerosi collaboratori senza i quali potrebbe fare ben poco. Ma la responsabilità, alla fine dei conti, ritorna su di lui; e ci vuole forza per portarla. Bisogna non sottrarsi furbescamente, non scaricare le responsabilità sugli altri, non cercare giustificazioni. La saggezza popolare dice che la colpa è una brutta donna che nessuno vuole sposare; beh, un vescovo è chiamato a sposarla e a esserle fedele per tutta la vita. Ma anche qui c’è un frutto prezioso, quello dell’umiltà – così necessaria per chi ha un’autorità grande, ma così difficile da imparare. Forse il peso della responsabilità procurerà qualche notte insonne, ma nello stesso tempo cancellerà ogni tentazione di autosufficienza.

Terza croce: l’inadeguatezza. Non mi riferisco alla carenza di autostima, ma a qualcosa di più profondo. Un vescovo è chiamato a condividere la compassione di Gesù, come è scritto: “Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore.” È questo spettacolo, che un vescovo ha sempre davanti agli occhi, che non lo lascia tranquillo e che lo fa sentire inadeguato. Come un pastore che vede il suo gregge assediato da pericoli mortali e ha l’impressione di non riuscire ad approntare una difesa adeguata. Non per nulla nel vangelo l’osservazione di Gesù è seguita dal comando: “La messe è abbondante, ma pochi sono gli operai! Pregate dunque il padrone della messe, perché mandi operai nella sua messe.” Il senso di inadeguatezza ci fa soffrire, ma non ci avvilisce; piuttosto ci obbliga a pregare, ricordando che salvatore del mondo è Dio, non noi; che a noi viene chiesto di fare con intelligenza e amore il possibile, poi di lasciare a Dio di compiere l’opera. La preghiera diventa allora lo strumento supremo e insostituibile del ministero: “Rafforza, Signore, l’opera delle nostre mani!”

Ora tocca a te, Ovidio carissimo: metti in memoria il vangelo che oggi è stato proclamato per tutti ma in modo particolare per te. Meditalo e amalo e desideralo e cerca di viverlo. Il resto lo farà il Signore.

S.E. Luciano Monari

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