Il tempo della speranza

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Quando cerco qualche immagine per definire la speranza, mi viene spesso in mente quella che in architettura è chiamata “copertura”, o “punto di vista di Dio”. Una casa, per esempio, ha quattro pareti perimetrali che riusciamo a vedere bene e a tenere sotto controllo, ma la quinta, cioè il tetto, ci sfugge. La quinta parete è quella parte di realtà che è presente eppure non vediamo: solo Dio la vede. Per questo gli architetti la chiamano “il punto di vista di Dio”. Che cosa potrebbe dunque essere la speranza? La speranza sarebbe, in sintesi, la possibilità presente di contemplare il mondo con gli occhi di Dio. San Paolo ricorda che «adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio; allora invece vedremo faccia a faccia» (1Cor 13,12). Questa è la promessa. Dobbiamo adottare il “punto di vista di Dio”.

In un romanzo di Karen Blixen che amo molto, La mia Africa, c’è la descrizione di un viaggio in aereo che evidenzia il punto di vista di Dio (cioè il sentimento estasiato di Dio per l’uomo e per il mondo). Vedere con gli occhi di Dio è apprendere a guardare con amore. Nel romanzo di Karen Blixen si dice, in una pura estasi: «All’improvviso, appare il lago. Visto dall’alto, il fondo bianco scintillante, attraverso l’acqua, crea una tinta azzurra incredibile, irreale, di una luce accecante… Al nostro avvicinarsi [migliaia di fenicotteri] si sparpagliarono, in grandi cerchi o a ventaglio, come raggi del sole al tramonto». Ora domando: che cos’è che noi siamo soliti raccontare? Quale punto di vista adottiamo per osservare la realtà? Che cosa vediamo, quando guardiamo? Michelangelo diceva che le sue sculture non nascevano da un processo di invenzione, ma di liberazione. Osservava la pietra grezza, totalmente informe, e riusciva a vedere ciò che sarebbe diventata. Per questo, quando descrive il suo mestiere, lo scultore spiega:«Io non faccio altro che liberare».

Sono persuaso che le grandi opere di creazione (come quel momento in cui una donna o un uomo si trovano posti di fronte alla questione della propria vocazione) nascano da un processo simile, per il quale non so trovare espressione migliore della seguente: esercizio di speranza. Senza speranza notiamo solo la pietra, il suo aspetto grezzo, un ostacolo faticoso e insormontabile. È la speranza che apre uno spiraglio, che fa vedere, al di là delle dure condizioni attuali, le ricchezze di possibilità che vi sono nascoste. Solo la speranza è capace di dialogare con il futuro e di renderlo vicino. La nostra esistenza,dal principio alla fine, è il risultato di una professione di speranza. E il tempo della speranza ci fa comprendere quello che il geografo-esploratore diceva: non è il viaggiatore che sceglie la strada; egli, piuttosto, si scopre prescelto e chiamato. È forse questo l’annuncio più urgente e necessario. Forse il problema delle vocazioni nella Chiesa ci chiede di riscoprire la vocazione dell’uomo e di potenziare tale annuncio.L’uomo ha bisogno di scoprire la sua vocazione divina, ha bisogno di vedersi amato e chiamato. Il nostro tempo assomiglia troppo al commento degli ultimi braccianti messi a contratto nella parabola dei lavoratori della vigna. Quando viene loro domandato perché se ne stiano inutilmente in quel luogo, senza dare un senso al tempo della loro vita, essi rispondono: «Perché nessuno ci ha presi a giornata» (Mt 20,7). La traduzione della Vulgata va ancora più a fondo: «Quia nemo nos conduxit» («Perché nessuno ci ha guidato»).

C’è, nel cuore umano, carenza di Dio e di assoluto. Quando la speranza non ci fa sentire il suo tocco, pare che nessuno ci guidi. Consentitemi di citare una poesia di una grande scrittrice portoghese, Sophia de Mello Breyner Andresen: Ascolto ma non sose ciò che sento è silenzio, o Dio ascolto senza sapere se sto sentendo il risuonare delle pianure del vuoto o la coscienza attentache nei confini dell’universo mi decifra e fissaso appena che cammino come chi è guardato, amato e conosciuto e per questo in ogni gesto metto solennità e rischio. Nello sguardo di Gesù troviamo quello amorevole di Dio, che va alla ricerca dell’uomo nel luoghi più impensati per trasforma re il suo cuore. Quando Zaccheo sale sul sicomoro, spinto da una curiosità che avrebbe potuto fermarsi lì, Gesù si avvicina e dice, fra lo stupore generale: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua» (Lc 19,5). Sarà passato per la mente di Zaccheo che quel predicatore sarebbe andato a cercarlo, di propria iniziativa, per farsi ospitare da lui? È la sorpresa di Dio. E quando Zaccheo si sente osservato in quel modo, la sua vita si trasforma. In piedi, annuncia: «Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto» (Lc 19,8). So appena che cammino come chi è guardato amato e conosciuto. E per questo in ogni gesto metto Solennità e rischio. Il dialogo che avviene vicino al pozzo, nel Vangelo di Giovanni, comincia quasi con una successione di malintesi. Il primo: «Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?» (Gv 4,9). E poi: «Signore, tu non hai un mezzo per attingere e il pozzo è profondo; da dove hai dunque quest’acqua viva?» (Gv 4,11). La svolta si verifica quando la donna capisce, attraverso l’esempio della sua stessa vita, che Gesù non si lascia ingannare dagli equivoci superficiali, ma guarda in profondità. Quella donna inizialmente riluttante va al villaggio a dire: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia forse il Messia?» (Gv 4,29). Cristo è il terapeuta dello sguardo. Tende per noi il ponte che ci fa passare dal vedere chiuso al contemplare fiducioso e dal semplice sguardo alla visione della speranza.Domandiamo di nuovo: cosa venga a fare un geografo-esploratore in un’assemblea come la nostra? Che cosa potrà mai insegnaresul tema delle vocazioni nella Chiesa? La nozione più esatta di viaggiatore la devo a Jacques Lacarrière, che lo descrive così: «Il vero viaggiatore è colui che, in ogni nuovo posto, ricomincia l’avventura della propria nascita».

Credo fermamente che, nel viaggio, sia in gioco proprio questo tentativo, più cosciente o più implicito, di ricostruzione di se stessi. Le frontiere esteriori ci rimandano in modo persistente a una frontiera interiore. La geografia tende inevitabilmente a farsi metaforica, e chiunque cammini sulla terra, a un certo punto si renderà conto, con dolore e con speranza, che sta camminando soprattutto dentro di sé. Si ricredano, infatti, quanti pensano che i viaggi siano soltanto esteriori. Quella che gli occhi percorrono non è solo la cartografia del paesaggio. Spostarsi, che lo si voglia o no, implica un cambio di posizione; un’alterazione della prospettiva abituale; una maturazione del proprio sguardo; un riconoscimento del fatto che ci manca qualcosa; un adattamento a realtà, tempi e linguaggi, o la scoperta dell’incapacità di farlo; un inevitabile confronto; un dialogo faticoso o affascinante che ci assegna, necessariamente, un nuovo compito. L’esperienza del viaggio è l’esperienza della frontiera e dell’aperto, di cui in ogni tempo, abbiamo bisogno. Il cammino emerge come dispositivo ermeneutico fondamentale.

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ORANews

Oratorio San Luigi di Leno


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