Il tempo della profezia

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Guardiamo al primo tempo, quello della profezia, con l’affermazione che gli corrisponde: «I momenti in cui non si conosce il cammino sono i più interessanti». Noi siamo abituati a considerare la profezia solo da un punto di vista positivo. È profetico ciò che si afferma in un modo nuovo; sono profetici il germoglio e il seme che recano la promessa di una rivitalizzazione; è profetico ciò che instaura immediatamente la speranza; è profetico ciò che inverte la statistica della diminuzione; è profetico ciò che indica una soluzione al nostro problema. Ma sappiamo che, a fianco di una teologia catafatica, esiste la teologia negativa, o apofatica, quella consapevole che anche il silenzio di Dio può essere parola di Dio. «I momenti in cui non si conosce il cammino sono i più interessanti». Non sarà che questa stagione storica che stiamo vivendo – in cui la parola “crisi” è diventata quasi banale per quanto spesso è ripetuta; in cui gli indicatori nel campo vocazionale sembrano non riuscire a corrispondere al quadro delle necessità; in cui tanti guardano con timore al futuro perché hanno capito che la forma delle diverse realtà religiose ed ecclesiali non potrà più rimanere con la stessa configurazione; in cui tanti amerebbero una soluzione rapida per tante interrogazioni che emergono, ma non ne vedono la via –, non sarà che questa stagione è alla fine un kairós, un’occasione anche di grazia, un tempo che ci sta parlando profeticamente?

È certamente un momento critico, disseminato da tanti spasmi di dolore, ma non staremo assistendo,senza rendercene conto, a un parto? La profezia non può essere ridotta a un impulso di soddisfazione immediata. La vera profezia è molto spesso segnalata da una carenza, da una insoddisfazione che diviene principio dinamico, purificatore e proiettivo. La profezia ci chiama ad approfondirla continuamente.Un esempio clamoroso ce lo dà il profeta Geremia. L’esercito del re di Babilonia assediava allora Gerusalemme e il profeta Geremia era rinchiuso nel cortile della prigione che era nella casa del re di Giuda. E la parola dell’Eterno gli fu rivolta in questi termini: «Ecco, Canameel, figlio di Sallum, tuo zio, viene da te per dirti: “Còmprati il mio campo che è ad Anatot, poiché tu hai il diritto di riscatto per comprarlo”» (Ger 32,7). Il profeta non riesce a cogliere il senso di questa parola e dell’evento associato. Però, con fiducia, avanza nel senso di quello che avrà udito di Dio. E nella preghiera spiegherà la sua perplessità: «Ecco, le opere d’assedio giungono fino alla città per prenderla; la città, vinta dalla spada, dalla fame e dalla peste, è data in mano dei Caldei che combattono contro di lei. Quello che tu hai detto è avvenuto, ed ecco, tu lo vedi. Eppure, Signore, DIO, tu mi hai detto: “Còmprati con denaro il campo, e chiama dei testimoni”, ma la città è data in mano dei Caldei» (Ger 32,24-25). Non è questo tempo di crocevia epocale ed incertezza, in cui ci sentiamo assediati, proprio il tempo per acquistare un campo novo? «I momenti in cui non si conosce il cammino sono i più interessanti».

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ORANews

Oratorio San Luigi di Leno


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