Il tempo della missione

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Leggi la prima parte:
https://www.oratorioleno.it/vocazioni-il-tempo-della-profezia-della-missione-e-della-speranza

Leggi la seconda parte:
https://www.oratorioleno.it/il-tempo-della-profezia/

Nella suggestiva immagine di Franco Michieli si disegna una sorta di processo in tre tappe per parlare dell’esperienza del viaggio: rischiare la relazione, abbracciare lo sconosciuto, lasciare che la rivelazione avvenga. Credo siano parole chiave anche per pensare la missione. Prima di tutto viene la relazione. Non dimentico che la filosofa Simone Weil suggeriva che la traduzione del versetto iniziale del prologo di Giovanni – «In principio era il logos» – dovesse essere: «In principio era la relazione». La missione non è una realtàastratta, gestita a distanza o compresa teoricamente. La missione, come insegna Gesù, come non cessa di ricordarci Papa Francesco, è accettare il rischio della relazione. E non possiamo restare in attesa di garanzie, o di sapere tutto in anticipo.

È vero che siama solo quel che si conosce. Ma la nostra conoscenza non può pretendere di fissare per sempre l’altro in una determinata immagine. Amare è anche abbracciare lo sconosciuto, cioè la possibilità, quello che è ancora aperto, quella irriducibile libertà che rende ciascunounico e ogni momento della storia un’opportunità per la Grazia. È sintomatico il fatto che Gesù non fornisca ai discepoli molte indicazioni sulla missione. Si limita a dire loro: «Andate… Non portate borsa, né sacca, né sandali… In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”… Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno… Non passate da una casa all’altra. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”» (Lc 10,3-9).I discepoli non portano né borsa né bisaccia: non vivono né della loro autosufficienza né di elemosine. I predicatori cinici dell’epoca di Gesù andavano mendicando il proprio nutrimento. E, nella tradizione giudaica, erano note altre forme per ottenere una giusta remunerazione per l’attività missionaria. I discepoli di Gesù, dal canto loro, condividono un annuncio e ricevono una comunità, che è rappresentata dalla tavola e dalla casa. Entrano in contatto diretto con la realtà. Si pongono a fianco degli uomini. Hanno fiducia. Entrano nelle loro case e nelle loro vite. Camminano con loro. La tavola, per esempio, è una sorta di frontiera simbolica: ci pone radicalmente dinanzi all’altro, davanti all’ignoto dell’altro che si apre.

L’elemosina molte volte è l’ultimo grande rifugio della coscienza davanti alla paura e al disturbo che la commensalità rappresenta. La tavola avvicina, espone, genera reciprocità. Per questo il viaggio missionario di quei primi discepoli rappresenta la più lunga traversata del mondo greco-romano, o forse di qualsiasi mondo: il passaggio dalla soglia della porta all’ignoto della tavola.Le regole della purità e i codici d’onore, vitali nella strutturazione delle società mediterranee del primo secolo, saranno scossi dallo sviluppo delle comunità cristiane, che assorbono, in una pratica fraterna, genti e costumi dalle più svariate provenienze.Il cristianesimo è nato e si è affermato contrastando la paura dello sconosciuto. Tentando con lui una relazione, che solo può essere una relazione di amore, di tempo condiviso, di compagnia. Nella parabola del buon samaritano (che dobbiamo leggere pure in chiave vocazionale, perché è la chiamata che Dio cifa nel fratello più povero e bisognoso), non possiamo dimenticare che il samaritano trascorre tutta la notte accanto all’uomo ferito e«si prese cura di lui» (Lc 10,34). Solo il giorno seguente tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: «Abbi adesso tu cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno» (Lc 10,35). La notte del samaritano è icona della vita intera di un pastore che insegua lo stile di Gesù. La vocazione alla missione, secondo il modo di Gesù e seguendo i suoi passi, altro non è se non una vocazione di perdersi. In questa linea si pone la richiesta di Papa Francesco ripetuta ai pastori. «Questo io vi chiedo: siate pastori con l’“odore delle pecore”, che si senta quello». L’odore sollecita un contatto “fusionale”, un contatto al tempo stesso immediato e profondo. Un odore, per esempio, è molto diverso da un’immagine: nell’immagine, la relazione tra soggetto e oggetto è dell’ordine della rappresentazione, mentre la percezione olfattiva ci si incolla addosso, è puro impregnarsi. L’immagine parla di un oggetto che è fuori da noi, ma quando l’olfatto segnala un profumo è perché lo abbiamo già addosso. In alcuni testi profetici troviamo una variazione significativa.

Nel libro del profeta Ezechiele, parlando del popolo che dovrà tornare dall’esilio, «così dice Dio: Io vi accetterò come soave profumo» (Ez 20,41). Qui, chiaramente, il soave profumo è quello del popolo stesso. A Dio non basta l’odore delle nostre greggi o quello della rugiada sui nostri campi. Gradito a Dio è l’odore del suo popolo, quel segnale di presenza, quella biografia scritta in modo tanto intenso senza neanche una parola.Più tardi, nel Nuovo Testamento, per l’esattezza nelle parole di Paolo, viene detta la stessa cosa, ma con una veemenza e con un ampliamento semantico che danno molto da pensare. Nella seconda Lettera ai Corinzi l’apostolo scrive: «Noi siamo infatti dinanzi a Dio il profumo di Cristo» (2Cor 2,15). Così come Ezechiele, Paolo fa dell’odore una metafora della vita. Noi siamo odore, l’odore è la nostra vita, è il dono ricevuto da Dio. Ma dice qualcosa che il profeta non poteva indovinare, infatti se siamo «dinanzi a Dio il profumo di Cristo», allora è Cristo in noi a permettere l’oblazione, ad assicurare l’offerta, a fare della nostra vita un dono. Ciò che deve entrare nelle nostre narici è questa buona novella: siamo diCristo. È attraverso Cristo, con Cristo e in Cristo (la formula tanto cara alla teologia di Paolo) che siamo quel profumo che sale fino a Dio (2Cor 2,14).

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ORANews

Oratorio San Luigi di Leno


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