Il Sinodo sulla Famiglia: l’inizio di un inizio

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Leggendo la relazione prima del sinodo e poi il testo ufficiale della relazione finale, mi ha colpito il cambiamento di toni e di accenti che corrisponde al mutamento operato dal concilio Vaticano II già inaugurato 50 anni fa. E’ lo stesso metodo. Quel metodo che grandi storici del concilio riconoscono aver prodotto un “evento di linguaggio” e un “evento di stile”.

Sì, in questa svolta sinodale è facile riconoscere la stessa impronta e stesso tono di voce che, prima Giovanni XXIII e poi Paolo VI-profeticamente – hanno proposto, già allora con urgenza, a tutta la Chiesa.

Ciò fa sì che la chiave interpretativa è data dal dialogo, apertura di credito e prossimità verso la famiglia contemporanea, nella quale si apprezzano i valori più che i limiti e le mancanze.

E’ l’inizio della fine di uno stile inadeguato: stiamo uscendo dalla pretesa di giudicare tutto e di trovare immediatamente una soluzione teorica/dottrinale.

La dottrina, di per se stessa, non risolve i problemi. Essa illumina le strade da percorrere per trovare soluzioni realistiche, accompagnando gli uomini e le donne, nelle diverse famiglie che vivono.

Dando alle famiglie felici le parole per leggere la gioia di essere in comunione  con Cristo; e dando a quelle infelici le parole per leggere i loro dolori nella prospettiva di una comunione in Cristo che rielabora un passato da non rimuovere e apre a un futuro di speranza.

Quando i vescovi sono giunti a Roma per vivere la bella esperienza sinodale del confronto e discussione, non sapevano ancora di dover fare una scoperta: quella di essere famiglia gioiosa ma anche ferita.

Nel discorso conclusivo che papa Francesco ha ricolto ai padri sinodali vi è la chiara traccia di un cammino iniziato sotto l’insegna del parlare chiaro, franco (parresia) e del confronto, che si è fatto anche scontro e contrapposizione.

Dopo decenni di assuefazione alle logiche semplici e unilaterali di scelte calate dall’alto, passare alle logiche complesse del confronto aperto ha un prezzo alto e un tempo lungo da scontare.

La pubblicazione dei “voti”- di consenso e di dissenso- numero per numero, è un colpo di genio. Vi dice che la Chiesa non è democrazia: non di meno, ma di più!

Non solo la Chiesa si è scoperta “un campo profughi”, ma la stessa famiglia dei vescovi ha dovuto riconoscersi come una “famiglia ferita”.

Ciò ha mostrato ai vescovi, sulla loro pelle, che le “ferite” della comunione non sono semplici “irregolarità”, ma sono cammino comune e messa alla prova salutare.

Ciò che ci è sembrato, 50 anni fa, qualcosa di straordinario, oggi, se Dio vuole, può iniziare a diventare ordinaria amministrazione ecclesiale. Un sogno, non senza fatiche. Una gioia, non senza dolori. Un presentimento, non senza sorprese.

Il sogno, la gioia e il presentimento che è l’immagine di chiesa, così come papa Francesco l’ha disegnata a fine dei lavori sinodali…”una chiesa che non si vergogna del fratello caduto e non fa finta di non vederlo, anzi si sente coinvolta e quasi obbligata a rialzarlo e a incoraggiarlo a riprendere il cammino e lo accompagna verso l’incontro definitivo, con il suo sposo, nella Gerusalemme celeste”.

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don Domenico Paini

don Domenico Paini

Classe 1967 e originario della parrocchia di Castel Goffredo, ha svolto i seguenti incarichi: curato a Calcinato dal 1992 al 2001, curato a Manerbio dal 2001 al 2008. Dal 2008 è curato di Leno, dal 2013 è curato anche di Milzanello e Porzano, seguendo la pastorale familiare.


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