Il regalo di Natale

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«Ogni volta succede immancabilmente la stessa cosa!» commenta Edward, ridendo di gusto. «Io mi presento e dico: “Mi chiamo Edward, e vengo da Pretoria”. E più di una volta, anziché Pretoria capiscono Pistoia!».

Edward parla perfettamente l’italiano. Al suo italiano perfetto, però, aggiunge una lieve inflessione straniera, che porta gli interlocutori, incuriositi, a domandargli da dove venga.

«Mi scusi…» puntualizza Edward cortesemente «non sono di Pistoia, ma di Pretoria, Sudafrica!». Ma qui le cose vanno ancora peggio: l’interlocutore spesso rimane sbalordito: «Sud… Africa?!». Già: perché per molti «Africa» significa solo pelle nera, occhi neri e capelli neri, come l’ebano o come la pece… E invece Edward è bianco che pare albino, ha gli occhi azzurri e chiari, ed è biondo come un campo di grano. Ma non c’è in realtà nulla di strano: i nonni di Edward, come molti sudafricani, erano di origine olandese.

Certo non lo sapevano i genitori di Silvia, brianzoli, mobilieri da tre generazioni, quando la figlia, una domenica sera del mese di novembre del 1994, annunciò in casa che era fidanzata con un sudafricano. A Silvia piacevano i colpi di scena, aveva un grande senso dell’umorismo e sapeva che i suoi erano un pochino razzisti: e si divertì un mondo nel vedere la madre farsi aria con il fazzoletto, come se fosse venuto a mancarle l’ossigeno, e il padre sbiancare al punto da diventare più bianco di Edward e di tutta la sua genealogia olandese.

Edward e Silvia si erano sposati l’anno successivo, nel 1995.

Benché il livello economico della famiglia di lei fosse piuttosto elevato, i due giovani sposi non avevano voluto troppi aiuti economici e si erano arrangiati da soli anche per cercare e affittare una casa. Edward si era licenziato dalla società petrolifera presso cui lavorava facendo la spola fra l’Europa e il Sudafrica, e aveva trovato lavoro presso una società di import-export, anche se, in questo modo, aveva dovuto accettare un livello di impiego notevolmente inferiore a quello precedente. Il suo stipendio e la sua posizione sociale erano cambiati… un po’ in peggio. Agli inizi, però, era così bello per Edward e Silvia poter vivere finalmente insieme, che non ci facevano caso.

Con il passare del tempo, però, la situazione si fece pesante per l’orgoglio di Edward, che cominciò a intristirsi, consapevole del fatto di non essere riuscito a dare a Silvia ciò che sin dall’inizio avrebbe voluto: una bella casa, qualche cena al ristorante, magari una vacanza a Parigi. E la situazione peggiorò quando Edward si vide recapitare a casa una richiesta di pagamento per alcuni debiti che un suo fratello aveva contratto in Sudafrica anche a nome suo. Non si trattava di una grossa cifra, ma… proprio non ci voleva!

Edward sentì in cuor suo di avere fallito. Silvia non gli faceva pesare quanto stava accadendo e capiva il rifiuto di Edward all’invito pressante dei suoceri, mobilieri, di accettare un posto di lavoro presso l’azienda familiare. Però l’amarezza e la delusione, pian piano, finirono per investire anche il loro rapporto di sposi, che divenne teso, senza slanci, fatto di piccole recriminazioni e di lunghi silenzi.

Edward decise di partire per Pretoria nel mese di dicembre del 2000 per capire meglio e intervenire di persona sulla questione dei debiti del fratello. In realtà non c’era molto da capire e neppure da fare. Forse, e soprattutto, Edward voleva «staccare» un po’, respirare un po’ di aria del proprio paese e riflettere.

Giunto in Sudafrica, però, subito, ma proprio subito, capì quanto Silvia fosse importante per lui; ricordò i tempi del fidanzamento, quando doveva farsi quattordici ore di volo e a volte anche di più, facendo scalo a Francoforte o ad Amsterdam, per poter stare insieme a Silvia magari per mezza giornata; si accorse di quanto gli mancasse il suono dolce e familiare dell’italiano, che era la lingua di sua moglie…

Alla vigilia di Natale tornò in Italia. Aveva con sé un diamante, piccolo e lucente: un dono per Silvia; un simbolo che racchiudeva alla perfezione ciò che Silvia rappresentava per lui.

I suoceri un po’ si inquietarono. «È un incosciente! » esclamò il padre. «Con i debiti da pagare, una casa che sembra una catapecchia… un diamante?! Manca di senso pratico!». Ma poi, l’anziano padre, brianzolo, mobiliere da tre generazioni, incrociò lo sguardo della moglie e i due si commossero. E così fu per Silvia.

Un regalo non «serve» a niente. Un regalo  manca di senso pratico. A volte però racchiude in se stesso ciò  che molte parole non riuscirebbero a dire. Per  questo un regalo è bello: soprattutto per ciò che riesce.

Non sempre le cose che allietano la vita di  una persona o di una famiglia sono cose «pratiche».  Un  mazzo di fiori, una festa, una serata al ristorante: non sono  cose «pratiche».  In un certo senso non  “servono”  proprio  a nulla; eppure possono «significare» molto.  Se non significano nulla sono soldi buttati e uno scandalo per chi vive in povertà. 

Ma se sono il  segno di un amore «esagerato»,  allora… qualche volta è bello e  importante che la persona che amiamo riceva un regalo «esagerato».

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don Domenico Paini

Classe 1967 e originario della parrocchia di Castel Goffredo, ha svolto i seguenti incarichi: curato a Calcinato dal 1992 al 2001, curato a Manerbio dal 2001 al 2008. Dal 2008 è curato di Leno, dal 2013 è curato anche di Milzanello e Porzano, seguendo la pastorale familiare.


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