Il peccato originale

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Anche i mass-media toccano spesso il tema del peccato. Su “Libertà” del 1 settembre, ad esempio, è pubblicata una lettera al giornale che tratta dell’Olocausto e dell’interpretazione che ne ha dato un rabbino. Accanto ad affermazioni che riguardano la religione ebraica (e che a me, per quanto so della religione ebraica, sembrano errate) si aggiunge: «Anche i cristiani sono su questa linea (di considerare i bambini colpevoli di un peccato compiuto prima della loro nascita) col “peccato originale” che (come dice Vattimo) “fa di noi dei colpevoli ancor prima della nascita, dunque meritevoli delle pene eterne dell’inferno anche senza bisogno di pensare alla reincarnazione”. Sono queste stranezze a rendere improbabili le religioni che come aveva già intuito Isaia (seicento anni prima di Cristo) e Gesù “insegnano come dottrina di Dio comandamenti fatti da uomini”».

Forse non ci sarebbe bisogno di rispondere, se non fosse che questo strano modo d’intendere il peccato originale circola anche tra persone di un notevole spessore culturale. Sul numero 2 di Micromega di quest’anno Norberto Bobbio esprime la sua posizione sulla fede e tra le altre cose scrive: «Sul peccato originale condivido quello che in vari articoli ha scritto il mio amico cattolico, il professor Luigi Lombardi Vallauri (che anche per questa ragione è stato cacciato dall’Università cattolica dove insegnava), che pone domande molto semplici, terra terra se vuoi, ma a cui non c’è risposta: una colpa originaria collettiva non è accettabile, la colpa è personale, non può essere trasmessa da una generazione all’altra, non c’è niente di più primitivo. La colpa collettiva è addirittura una concezione tribale» (pag. 9).

Comprendo lo sconcerto di Norberto Bobbio e dell’autore della lettera a Libertà. Se quella fosse la fede della Chiesa, vedo bene che si farebbe fatica a coniugare fede e ragione come invece il Papa ci chiede con insistenza. E allora dobbiamo fare con pazienza un piccolo cammino per spiegare un poco meglio le cose.

I teologi hanno sempre distinto tra “peccato originale originato” e “peccato originale originante”. A parte la terminologia piuttosto strana, la distinzione è chiara. “Peccato originale originato” è la situazione in cui si trova ogni uomo che viene in questo mondo; “peccato originale originante è quell’atto (o quegli atti) che hanno provocato, causato questa situazione (il peccato di Adamo, tanto per intenderci).

Ora, la dottrina del “peccato originale originato” (il nostro, la situazione in cui si trova ogni uomo) non è altro che il negativo della dottrina della redenzione. Gesù Cristo è il Redentore di tutti gli uomini, dice la fede; vuol dire che da Gesù Cristo ci vengono liberazione, salvezza, perdono, giustificazione, riconciliazione. Naturalmente se tutto questo ci viene da Cristo debbo supporre che l’uomo – ogni uomo – sia bisognoso di tutte queste cose. Se l’uomo nascesse e potesse rimanere integro, non ci sarebbe bisogno di una redenzione (o ce ne sarebbe bisogno solo per qualcuno più peccatore degli altri). La dottrina cristiana è invece che ogni uomo ha bisogno di redenzione. Vuol dire che ogni uomo è “colpevole”? Non è la stessa cosa. Vuol dire che ogni uomo ha bisogno di salvezza e che non è in grado di procurarsela da solo.

L’uomo ha una vocazione, una chiamata, un destino che soli sarebbero la sua realizzazione e tuttavia non è in grado, con le sue forze, di rispondere a questa chiamata e di compiere questo destino. Lasciato a se stesso, è condannato a non potere vivere in pieno la sua stessa identità. Nel sentire questo, non credo che nessuno possa turbarsi: molti filosofi hanno detto lo stesso semplicemente attraverso un’analisi dell’esistenza. Insomma: per “peccato originale originato” s’intende quella condizione di oggettiva contraddizione con se stesso nella quale nasce ogni uomo e che fa sì che l’uomo non riesca a essere pienamente se stesso da se stesso.

Forse si può spiegare meglio: l’esistenza di un uomo sarebbe pienamente realizzata solo quando l’uomo fosse capace di amare Dio sopra ogni cosa (fino al dono della propria vita) e di amare il prossimo come se stesso. Solo allora il senso di un’esistenza umana potrebbe dirsi davvero completo. Ora, è possibile all’uomo vivere così? La fede cristiana dice: con le sue sole forze no. Perché? Perché l’uomo sperimenta in se stesso un’inclinazione egoistica alla difesa di se stesso che lo porta a non affidarsi completamente a Dio e a non amare con autentica oblatività gli altri. Insomma, l’uomo sperimenta quello che scriveva Ovidio: «Video meliora proboque, deteriora autem sequor». O il Petrarca: «E veggio ’l meglio et al peggior m’appiglio». Siamo quindi di fronte a un’esperienza comune, che nasce dall’osservazione disincantata dell’uomo.

Questo è quanto nel catechismo va sotto il titolo “peccato originale”. Ora, si capisce bene che questa non è una “colpa” in senso stretto; forse sarebbe addirittura meglio non chiamarlo “peccato”, per non confonderlo con i “peccati attuali” e cioè quei comportamenti che derivano da una libera (e quindi responsabile) scelta della persona. Non c’è nessuna responsabilità personale per il peccato originale. Cito dal catechismo della Chiesa Cattolica: «Il peccato originale è chiamato “peccato” in modo analogico: è un peccato “contratto” e non “commesso”, uno stato e non un atto» (CCC, 404). E mai nessuno ha detto quello che la lettera a Libertà attribuisce a Vattimo, che questo peccato “fa di noi dei colpevoli ancora prima della nascita, dunque meritevoli delle pene eterne dell’Inferno”. Il peccato originale NON È colpa personale: «Il peccato originale, sebbene proprio a ciascuno, in nessun discendente di Adamo ha un carattere di colpa personale» (CCC, 405).

E passiamo al peccato originale originante. La domanda è: a che cosa è dovuta questa condizione di “miseria”, di lacerazione interiore? È colpa di Dio che ha creato male l’uomo? No; è colpa piuttosto dell’uomo che, con le sue scelte di peccato (di egoismo, di uso della libertà in modo “disumano”), ha creato una situazione oggettiva che condiziona e rende schiava la libertà. In altri termini: tutti quei peccati, quegli atti di egoismo che hanno oscurato la storia dell’uomo sulla terra pesano su ogni uomo che nasce. Certo, lui non ne è responsabile, ma non nasce nel vuoto, in un ambiente integro; nasce in un contesto saturo di egoismo, di orgoglio, di menzogna e da questo ambiente è condizionato.

Ultimo passo: e il peccato di Adamo? (È il cosiddetto: peccato originale originante) Anzitutto ricordiamo che Adamo è una “personalità corporativa” (in ebraico “Adam” è il termine che significa “uomo” e nei primi capitoli della Genesi, fino al cap. 4, 25 il nome è sempre scritto con l’articolo: ha’adam, l’uomo): un singolo, ma che condensa in sé le esperienze e la condizione propria dell’uomo. In secondo luogo il pensiero biblico ama esprimere l’essenza di qualcosa riportandola all’origine; il presupposto è: ciò che è profondamente radicato nella persona risale alla sua stessa origine.

Dire che Adamo ha peccato e da lui gli uomini hanno ricevuto una condizione di inclinazione al male durissima a vincersi significa: il peccato nella storia umana non è un’appendice secondaria e avventizia, ma qualcosa che ha accompagnato tutta la storia dell’uomo e quindi manifesta una realtà profonda; nella corrente crescente del peccato l’inizio ha una gravità particolare proprio perché introduce per la prima volta la deformazione della persona e il suo egoismo nel mondo; infine, il peccato non è “natura” dell’uomo, ma deformazione della natura dell’uomo e quindi è superabile. È appunto questo il messaggio del Vangelo: in Gesù Cristo Dio ha guardato con benevolenza l’uomo peccatore e gli ha offerto gratuitamente la salvezza, il perdono, la giustizia. All’uomo viene chiesto di non presumere di salvarsi da sé (così come da sé non si dona la vita), ma di accettare il dono di Dio così come è chiamato ad accettare quel dono che il mondo e gli altri rappresentano per la sua stessa vita.

Si capisce allora: la fede cristiana non riguarda anzitutto il peccato originale; che l’uomo non sia in grado di realizzare a pieno la sua vocazione questo potrebbe verificarsi anche con un’osservazione realistica della realtà; il Vangelo annuncia piuttosto che in Cristo Dio ci ha donato la vittoria su questa condizione. Amati da Dio, possiamo nella fede affidarci a Lui e uscire da quel cerchio di autosufficienza, di autodifesa, di autorealizzazione che altrimenti è per l’uomo difficilmente sormontabile. Non il “peccato originale”, ma la vittoria sul peccato originale costituisce la vera sfida della fede.

L’interrogativo vero è: davvero la tendenza all’egoismo è vincibile? Davvero l’amore oblativo è possibile? Abbiamo bisogno di vedere questo. L’abbiamo visto in Gesù Cristo che “ha dato la vita per noi”; l’abbiamo visto nei santi. Ma se la nostra fede è vera, deve potersi vedere ancora nella vita dei cristiani d’oggi. Noi proclamiamo una possibilità di amore di cui non sempre diamo dimostrazione credibile. Su questo, probabilmente, ci si potrà accusare d’incoerenza; non sul fatto che crediamo in una debolezza morale “congenita” della natura umana.

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don Domenico Paini

don Domenico Paini

Classe 1967 e originario della parrocchia di Castel Goffredo, ha svolto i seguenti incarichi: curato a Calcinato dal 1992 al 2001, curato a Manerbio dal 2001 al 2008. Dal 2008 è curato di Leno, dal 2013 è curato anche di Milzanello e Porzano, seguendo la pastorale familiare.


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