Il Papa esperto di umanità

Il diacono di Concesio, Claudio Fiorini, rilegge alcuni passaggi significativi del Pontificato di Paolo VI

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Presentandosi all’Assemblea Generale dell’Onu il 4 ottobre 1965, Paolo VI si definì “Esperto in umanità”. Oggi, a 40 anni dalla morte di Montini, scopriamo quanto quelle parole siano state vere e lo si può constatare sia dagli scritti che ci ha lasciato che dai gesti compiuti. È davanti agli occhi di tutti come egli conoscesse veramente l’uomo, ogni uomo, perché fino in fondo e senza paura egli ha saputo amare e servire l’umanità quale riflesso del Volto di Cristo, nello special modo i più poveri ed emarginati. Ha colto, dell’uomo, il lamento, il grido, il silenzio. Alcuni momenti poi, nei suoi 15 anni di Pontificato, sono stati intensi; ha saputo esprimere visivamente la vicinanza all’uomo della strada, all’uomo posto ai bordi dell’umanità. Il momento più importante e innovatore del suo essere Pastore, lo si può definire “di contatto” tra gli uomini e il Vicario di Cristo; incalcolabili e tutti importanti sono stati gli incontri che ha avuto nella sua vita, ma quello più significativo, impensabile e sconvolgente è avvenuto lontano da Roma, in una terra martoriata dalla guerra dove, pur essendo la terra di Gesù, nessun Papa aveva fatto più ritorno.

Per la prima volta un aereo si era alzato in volo portando fuori dai confini europei un Papa. Paolo VI sentiva imperativo il messaggio di Cristo: “Andate in tutto il mondo e annunciate…”. Fino ad allora le genti giungevano a Roma, sede universale della Chiesa, per udire e vedere il Vicario di Cristo, d’ora in poi sarà lui stesso a recarsi nelle loro case, lungo le loro strade. Il Vaticano risultava troppo stretto per il suo grande cuore. Sentendo forte il bisogno di un “cambiamento radicale”, di un nuovo modo di essere “Vicario di Cristo”, ecco la decisione imprevista: “Noi abbiamo deciso di recarci…” e la pronunciò davanti a tutta l’Assemblea Conciliare. Non può certo mancare un momento particolare, nel pontificato Montiniano, come quello della gioia e della sofferenza in alcuni incontri inattesi: “Se mi domandate qual è il suo più bel sorriso che io ricordo – così testimoniava il suo segretario particolare, mons. Macchi – debbo rispondere rifacendomi all’attentato di Manila. Quando io respinsi in forma piuttosto violenta l’attentatore che aveva ferito al petto Paolo VI,… mi rivolsi a guardare il Papa. Non dimenticherò mai quel suo sorriso dolcissimo. Quando incontrò i miei occhi mi fece un piccolo cenno di rimprovero per la violenza con cui avevo allontanato l’attentatore, ma il suo sorriso mi parve come di chi godesse di una felicità insperata”. La gioia, e quella cristiana in particolare, è stata la dominante della vita di quest’uomo semplice e grande. Una gioia da trasmettere come certezza d’una bellezza acquistata con la figliolanza divina. Non da altra luce l’uomo viene abbagliato se non dalla luce esplosa con la risurrezione. Da questa certezza nasce per ciascuno la consapevolezza che niente è destinato a finire, ma tutto sarà trasformato nella pienezza anche se ora non possiamo comprenderne, nella sua grandezza, tutti i confini. La vita, quella stessa vita fatta di tormenti e di sofferenze non è più segno della decadenza umana, della miseria che circonda l’uomo, ma attimo fuggente che non può adombrare la pienezza della vita futura. Gli incontri che il Beato Paolo VI ha cercato in modo speciale con tutte le categorie colpite dalla sofferenza stanno poi a dimostrare come il suo cuore fosse desideroso di poter condividere e consolare queste stesse sofferenze.

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ORANews

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