Il monastero di San Benedetto: una storia lunga più di mille anni

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Il 10 giugno 1967, con un decreto di Paolo VI, il papa bresciano, fu conferito il titolo abbaziale alla nostra chiesa arcipresbiteriale dei Santi Piero e Paolo. Perché questo importante riconoscimento?

Leno, fin dall’alto medioevo, fu sede di un potente monastero, uno tra i più importanti d’Europa. Fondato nel 758 dall’ultimo re longobardo Desiderio, l’abbazia, intitolata al Salvatore, fu ben presto dedicata a San Benedetto. Primo abate fu Ermoaldo, che giunse dal monastero di Montecassino con undici monaci, portando in dono per il nuovo cenobio la reliquia di San Benedetto e quelle dei martiri romani Vitale e Marziale, ricevute dal papa Paolo I. Generosamente dotata di beni dal suo fondatore, l’abbazia fu oggetto di cospicue donazioni anche da parte di Carlo Magno, re dei franchi e imperatore del Sacro Romano Impero. Le sue proprietà, distribuite su un’area geografica che comprendeva i vasti territori del centro-nord Italia, ma soprattutto il regime di esenzione dalla giurisdizione del vescovo bresciano, favorirono la nascita di una potente realtà politico-economica. Ne è testimonianza l’impegnativo intervento, voluto dagli abati che ressero l’abbazia nell’ XI secolo, i quali, per  sottolinearne il prestigio, decisero di raddoppiare la chiesa del monastero eretta da re Desiderio e di costruire un grande campanile.

Durante la prima metà del secolo successivo, l’abbazia fu coinvolta non soltanto nelle vicende tumultuose della chiesa bresciana, agitata dal movimento riformatore di Arnaldo da Brescia, ma anche negli episodi violenti che videro contrapposto il comune cittadino alla realtà dei conti rurali. Altri gravi danni l’abbazia subì durante la seconda metà del XII secolo nei decenni dello scontro fra comuni lombardi e il Barbarossa. Furono proprio questi episodi che indussero l’abate Gonterio a prendere l’iniziativa di rilanciare il ruolo dell’abbazia, ponendo mano, fra l’altro, ad una radicale opera di restauro degli immobili monastici, che si concluse nel 1200 con la realizzazione dell’ampliamento e del rifacimento della chiesa abbaziale. Gli sforzi, poi, che nella seconda metà del XIII secolo e nel secolo successivo videro impegnati gli abati, ebbero soprattutto l’obiettivo di salvaguardare il patrimonio del monastero, messo in pericolo non solo dai rettori dei comuni delle città vicine, ma anche dai signori, titolari delle sempre più potenti signorie regionali, che andavano in quel periodo definendo l’assetto dei loro ambiti territoriali. Il confronto si sviluppò, tuttavia, anche con i rettori del comune di Leno. Forti dell’appoggio cittadino, essi condussero una lunga vertenza per l’acquisizione di un’autonomia sempre più consistente dalla giurisdizione abbaziale.

Va pure messo in evidenza che tra il XIV e il XV secolo vari tentativi furono avviati dagli abati più intraprendenti per riorganizzare il patrimonio del monastero e ripristinarne il ruolo politico; fino al momento in cui assunse il titolo di abate Bartolomeo Averoldi, il quale nel 1451 avviò le pratiche per aggregare il monastero alla Congregazione di Santa Giustina di Padova. Le trattative non ebbero però esito positivo. Quando all’abate Averoldi fu prospettata la nomina ad arcivescovo di Spalato, la sua rinuncia alla dignità abbaziale aprì la strada al conferimento in commenda da parte del papa Sisto V dell’abbazia al cardinale Foscari.

Nel 1479, sette secoli dopo la sua fondazione, l’importante istituzione benedettina della pianura bresciana cessava il suo ruolo originario per divenire realtà patrimonializzata, affidata sia alle cure, ma anche allo sfruttamento dell’abate commendatario di turno, fino alla sua soppressione avvenuta nel 1783 con provvedimento assunto dal Senato della Repubblica di Venezia, che autorizzava la demolizione della chiesa abbaziale e l’alienazione degli ultimi beni immobili.

Daniela Iazzi

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