Il mio saluto alla Comunità

Ho passato un lungo tratto della mia vita in mezzo a voi e, riandando a questo periodo, il primo sentimento che provo è quello di esprimere una commossa gratitudine al Signore e a voi.

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Carissimi,
mentre scrivo queste righe di saluto cerco di non far prevalere l’emozione sulla serenità che il Signore mi concede in un momento particolare quale è quello che sto vivendo.
Ho passato un lungo tratto della mia vita in mezzo a voi e, riandando a questo periodo, il primo sentimento che provo è quello di esprimere una commossa gratitudine al Signore e a voi. Sono consapevole che c’è uno scarto tra quello che ho ricevuto e quello che ho dato: per tale motivo mi sento debitore nei vostri riguardi. La comunità cristiana aiuta ogni sacerdote a crescere umanamente e spiritualmente, a consolidare la fedeltà al Signore e ad approfondire il suo amore per la Chiesa. Dal mondo missionario ho imparato ad amare la Chiesa nella sua dimensione universale: ad amarla per la sua capacità di essere presente ovunque, fino ai confini del mondo, negli avamposti umani più sperduti, tra popolazioni emarginate e sfruttate, a servizio di uomini dimenticati.

Rimangono incancellabili nella memoria e nel cuore le immagini di croci e campanili piantati tra le tende di villaggi nel deserto, tra le capanne aggrappate ai pendii andini o disseminate nelle savane africane: croci e campanili all’ombra dei quali, piccole comunità di credenti, per amore del Signore e in nome della Chiesa, hanno scelto di spendere la propria vita per i fratelli.
Qui, a Leno e Milzanello, ho imparato ad amare la Chiesa nella sua dimensione domestica, quella vissuta nella ferialità degli impegni e nella concretezza delle situazioni; una Chiesa che evidenzia la sua vocazione “di famiglia”, di comunità unita da legami saldi, che cresce insieme, che dà significato e dignità alle cose più semplici; una Chiesa incarnata nella vita delle persone, vicina alla gente: in altre parole una Chiesa “di popolo”.

Sono stato edificato da tanti cristiani appartenenti a quella categoria che Papa Francesco definisce “la classe media della santità”, una categoria che non compie gesti clamorosi, ma che vive l’eroismo della fedeltà quotidiana al Signore, alla propria famiglia; che è capace di sacrifici e dedizione gratuita, sensibile ai bisogni e alle necessità degli altri, solidale con chi vive momenti di difficoltà e sofferenza.
Per carità: non intendo presentare una situazione talmente ideale da renderla quasi irreale. I difetti, le fragilità, le contraddizioni, le incoerenze fanno parte di ogni cristiano, quindi anche delle nostre parrocchie; ma c’è un tessuto di valori che permea ancora la nostra realtà ecclesiale ed è quello che permette di guardare al presente e al futuro con speranza e fiducia.
Questo ricco patrimonio ha segnato la mia vita di credente e di sacerdote: da qui un senso profondo di gratitudine che mi porto dentro e che le parole sono inadeguate a esprimere.
Voglio ringraziare con affetto i sacerdoti con i quali ho condiviso responsabilità e impegni: con loro ho sempre cercato di coltivare rapporti di grande cordialità. Al di là di quanto siamo riusciti a costruire insieme, oso sperare che l’esempio di fraternità abbia costituito la testimonianza più credibile resa alle comunità cristiane di Leno e Milzanello. Sono convinto che il contributo pastorale più efficace che noi sacerdoti possiamo offrire è lo “spirito di comunione” che sa far sintesi di personalità, caratteri e visioni diverse e che antepone il bene della gente a tutte le progettazioni personali.

Ringrazio le Suore e le tante persone che hanno collaborato con autentico spirito ecclesiale: penso al Consiglio Pastorale, al Consiglio per gli affari Economici, ai catechisti, educatori e collaboratori dell’oratorio, alle Associazioni, alle Commissioni parrocchiali, a chi ha curato il decoro della chiesa, a chi si è prestato per la dignitosa riuscita delle celebrazioni liturgiche e a tutti coloro che con discrezione e generosità mi sono stati vicini e mi hanno aiutato nei diversi ambiti della vita parrocchiale.
Desidero esprimere un ringraziamento particolare alla signora che in questi anni ha offerto la propria disponibilità in canonica, occupandosi della mia vita e della mia salute, ma nello stesso tempo rendendosi sempre disponibile per la parrocchia, nell’accoglienza cordiale di tutte le persone, nella cura premurosa dell’ospitalità e in tanti preziosi servizi resi alla chiesa.
Con la gratitudine sento di dover chiedere perdono per i limiti della mia persona e per il bene che non ho fatto: anche questa non è un’affermazione di circostanza.
Sono realista, e quindi consapevole delle mie lacune: per questo mi affido alla benevolenza del Signore e alla vostra comprensione. Spero che l’affetto che mi è stato dimostrato in tante occasioni “copra” le mie inadempienze.

Rivolgo un pensiero riconoscente e un saluto agli ammalati: ho sempre considerato la loro sofferenza un dono prezioso e un contributo insostituibile per la vita della parrocchia. Li ringrazio di cuore.
Vi chiedo di continuare ad accompagnarmi con la vostra preghiera. L’invocazione che mi viene spontanea in questa stagione della vita è quella rivolta al “pellegrino sconosciuto” da parte dei due discepoli di Emmaus: “Resta con noi perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto”.

Il Signore ha accolto l’invito, si è assiso con loro a mensa e ha ridato loro l’entusiasmo di essere annunciatori della sua resurrezione. Che il Signore si sieda alla mia, alla vostra, mensa e ci renda capaci di continuare ad annunciarlo con gioia.
Con l’augurio più affettuoso.

Monsignore

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