Il Matrimonio, ultimo simbolo di eternità

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Che cosa significa sposarsi?

Il matrimonio non sembra godere di buona salute, anzi qualcuno già da tempo lo ha dato per spacciato. Negli anni ‘70 si era profetizzata la morte del matrimonio e della famiglia, vista come il simbolo dell’oppressione che penalizza la libertà dell’individuo.

Si tratta di un fenomeno che si estende al di là del periodo della contestazione legato al ’68, ma che esprime un malessere maggiore di cui il matrimonio e la famiglia sono probabilmente l’indicatore più significativo.

Come osservava E. Durkheim nel 1888, «la famiglia non è né più né meno perfetta di quella di una volta: è diversa, perché le circostanze sono diverse».

Ma che cosa significa sposarsi?

Sposarsi è inserirsi all’interno di una storia ci precede e che ci accompagna. È scrivere la propria storia all’interno di questa Storia più grande. Ogni matrimonio ha una dimensione pubblica, è un rito e una festa.

Matrimonio significa letteralmente matrismunus, il dono della maternità: la parte più intima e segreta di noi, la sessualità e l’affettività assumono nel matrimonio, una veste pubblica.

Gli sposi vi sono coinvolti come persone fisiche: non ci si sposa per fax (mentre invece oggi ci si può lasciare per fax o per sms) o semplicemente inviando una richiesta in carta bollata.

Il matrimonio rimanda essenzialmente a una richiesta di stabilità, di cui gli sposi sono portatori ma che, proprio come l’amore, l’amato, non si può possedere. Tuttavia, senza questa esigenza di stabilità e di fedeltà, non è possibile accedere a tale dimensione.

Non ha senso domandare alla persona: “vogliamo amarci per due anni?”.

 L’amore non conosce la scadenza come i prodotti del supermercato, anche se può morire: questo dice che non è la coppia la fonte e il criterio dell’amore, ma che esso è altro da loro, è una realtà più grande, con cui rimanere in comunione.

L’amore umano è segnato dalla tensione tra il presente e l’eterno, perché l’amore che gli innamorati si giurano vuol significare qualcosa di duraturo che sopravvive alla morte; ma un “amore eterno” “a termine” è una contraddizione che non può essere vissuta.

Questa tensione strutturale è la peculiarità del matrimonio, ma anche la sua debolezza, perché è un’esperienza di eternità nel presente, una freschezza che il trascorrere del tempo non può cancellare.

Dire a qualcuno “ti amo” è come dirgli “tu non morirai”.

In tal senso il matrimonio è stato definito l’ultimo simbolo di immortalità ancora accessibile all’uomo occidentale: la promessa di un impegno definitivo per amore di un’altra persona, che si vorrebbe sempre con sé, presenta una stabilità che offre riparo alla relazione, chiedendo però il sacrificio della propria libertà l’impegno della propria fiducia (espresso dagli anelli, chiamati con il termine significativo di fedi.

L’incontro fra il tempo e l’eternità può essere possibile soltanto se gli sposi sono disposti a giocarsi per questo rischio e vivere in pienezza tale esperienza, che richiede la fiducia, il dono totale di sé.

La crisi del matrimonio come crisi epocale

Collocata nell’odierno contesto di una società “liquida”, la crisi del matrimonio dice di una più generale crisi di civiltà, crisi di senso, di appartenenza, che nella generale instabilità si manifesta anche nel matrimonio.

Tale situazione di incertezza è un segno sintomatico dello stato di salute di una società, che mostra problemi più generali, come la stabilità e la maturità affettiva, la capacità di affrontare le difficoltà in genere.

La crisi del matrimonio esprime la crisi più grande dell’idealità e dell’identità: la si nota soprattutto nell’appiattimento generazionale, che vede adolescenti, giovani, adulti, anziani, genitori e figli spesso alle prese con i medesimi problemi affettivi.

È una crisi che manifesta in secondo luogo una grande paura del futuro, a motivo della precarietà che attraversa in maniera rilevante generazioni (Generazione mille euro, come recita un recente film italiano), che con sempre maggiore difficoltà trovano cosa di bello e di grande per cui valga la pena spendersi, anche per mancanza di modelli credibili.

Alcuni sintomi allarmanti di questa instabilità ci vengono presentati dalla parte più debole del matrimonio, che è a più sensibile: i figli.

Desta preoccupazione, ad esempio, il continuo aumento, nei bambini e negli adolescenti, dei disturbi dell’ alimentazione e del linguaggio, due aree in cui la dimensione affettiva e di comunicazione è fondamentale. Due disturbi che dicono di un disagio a livello somatico, un disagio che ancora essere stato colto nella sua gravità a livello di cura e trattamento psicologico, ma che manifestano un notevole senso di precarietà, «un senso di impotenza di fronte ai problemi della vita» come si esprime H. Bruch parlando dell’anoressia.

Un altro sintomo di tale disagio è la bassa natalità del nostro Paese, che presenta uno degli indici più bassi al mondo.

Il calo di natalità porta con sé altre conseguenze psicologiche levanti. Nelle famiglie italiane il figlio, quando c’è, è unico, anche per evidenti ragioni di tipo economico, dovute pure al mancato sostegno da parte dello Stato, che devolve pochissime risorse del suo bilancio per sostenere le famiglie in difficoltà.

 E il figlio unico è per lo più solo: “Il figlio unico raccoglie su di preoccupazioni, le aspirazioni e le frustrazioni dei genitori che non le possono distribuire equamente su più figli.

Ma, soprattutto, crescendo conoscerà solo il tratto “verticale” genitori-figli, e non quello “orizzontale” tra fratelli. Per quanti amici si potrà fare nella vita, questi non riusciranno mai a compensare il buco della “socializzazione primaria” che avviene tra fratelli, mangiando insieme, dormendo nella stessa stanza, mescolando intimità che non si possono condividere con gli amici. Tutto ciò crea premesse per una socializzazione difficile.

 La responsabilità di cui inconsciamente sono investiti da parte dei genitori rende questo figlio ansioso se, pur volendolo, non riuscirà a corrispondervi, oppure depresso se già da subito intuisce di non poter corrispondere.

Forse per questo la depressione investe ormai in Italia un bambino su cinque e, guarda caso, quel bambino è quasi sempre figlio unico” (U. Galimberti da La Repubblica del 19 aprile 2001)

Ma è soprattutto a motivo di un’incresciosa esperienza vissuta in famiglia che molti figli, una volta adulti, non intendono ripetere la storia dei propri genitori, scegliendo forme meno traumatiche di vita insieme.

L’unicità del legame matrimoniale

Con il matrimonio l’umanità ha elaborato nel corso dei luoghi e delle culture più diverse, una forma di legame stabile che nulla può uguagliare. Il fatto che sia difficile trovare alternative a questo tipo di unione dal punto di vista terminologico, dice che esso non può una mera tradizione e consuetudine storica, d’altronde attestata nelle culture di tutti i tempi.

Le stesse convivenze, pur in aumento, non costituiscono una possibile alternativa, perché mostrano una fragilità a maggiore: questo tipo di unione registra infatti uno scioglimento del legame dieci volte superiore al matrimonio. E un tipo di unione in cui si è smarrita la dimensione dell’eterno propria dell’amore, per farne un contratto a tempo. La convivenza prematrimoniale non è una garanzia di lunga durata dell’unione, anzi essa sembra favorirne lo scioglimento perché considera l’avvenire coniugale a breve scadenza. Questo spiega sia perché le convivenze si spezzino più frequentemente dei matrimoni, sia perché questi ultimi, quando sono preceduti da un’unione libera, si dimostrino più fragili degli altri. In questi casi infatti la motivazione primaria è per lo più negativa: al posto dell’ideale smarrito c’è il tentativo di ridurre i rischi e i possibili danni, insieme alla paura di fallire.

In questo senso le convivenze sembrano essere un specchio del nostro tempo; esse sono, come è stato osservato “le figlie dell’ansia, della paura condivisa da uomini e donne che anche il proprio matrimonio finisca a pezzi come quello dei genitori o degli amici”.

Una volta rifiutato il matrimonio come valore, diventa molto difficile trovare qualcosa capace di sostituirlo. E significativo che in Francia i patti sociali (pacs), anche se approvati in sede giuridica da più di dieci anni, sono ben presto decaduti, al punto che vengono scelti attualmente da pochissime coppie: “Nella sostanza tale patto non è un’alternativa al matrimonio, ma un matrimonio depotenziato”.

Conclusione

Dietro la crisi del matrimonio vi è il progetto di una società che voglia durare nel tempo e che richiede un centro comune condiviso, capace di dare risposte alla vita e alla morte; pertanto abbiamo bisogno di famiglie capaci di trasmettere valori quali il dono di sé, la tenerezza, la bellezza del spendersi per gli altri.

 È un modello in cui si è vinta la solitudine, tristemente in aumento, confermando la verità dell’osservazione di Tolstoj: «Tutte le famiglie felici sono simili le une alle altre; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo».

Tratto da un articolo de “Civiltà cattolica”.

Don Domenico 

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don Domenico Paini

don Domenico Paini

Classe 1967 e originario della parrocchia di Castel Goffredo, ha svolto i seguenti incarichi: curato a Calcinato dal 1992 al 2001, curato a Manerbio dal 2001 al 2008. Dal 2008 è curato di Leno, dal 2013 è curato anche di Milzanello e Porzano, seguendo la pastorale familiare.


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