Il figlio “poverino”!

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Uno dei rischi maggiori  nei genitori è quello di coprire e scusare il figlio.

Il genitore tende a “non vedere tutto” il figlio. L’espressione è eloquente: egli, infatti, non vede i suoi aspetti negativi, volendo mantenere un’immagine interna del figlio sin troppo positiva.

Ne è prova il particolare fastidio ad ammettere i suoi difetti: li conosce, ma è come se non

li volesse considerare reali.

La difficoltà ad ammettere i limiti dei figli si evidenzia in espressioni dei genitori assai

ricorrenti: “Capisco che mio figlio mi dice bugie o mi prende in giro, ma faccio fatica ad

ammetterlo e a comportarmi di conseguenza”; “Mi rendo conto quando cerca di usarmi per i suoi

scopi, ma è come se non volessi vederlo e non ne tengo conto”; “Mi accorgo dei suoi tentativi di

condizionarmi, ma ho sempre il dubbio o la speranza che non sia così e non so oppormi con

forza sufficiente alle sue richieste”; “Capisco quando mio figlio cerca di fare il furbo, ma mi

comporto come se pensassi di essermi sbagliata”;

Il meccanismo più efficace per negare gli aspetti negativi del figlio consiste nel trovare

sempre delle giustificazioni che lo sollevino da ogni responsabilità. 

Risponde male? “È comprensibile: stava guardando il suo programma preferito”; bisogna chiamarlo mille volte perché si alzi dal letto? “È solo perché fa fatica a svegliarsi”; ti aggredisce senza alcuna ragione? “È nervoso per la scuola, deve pur sfogarsi con qualcuno”; mi maltratta? “probabilmente avrà dei problemi o delle preoccupazioni di cui non vuole parlare”.

In effetti, il figlio è arrabbiato con un insegnante e al ritorno da scuola se la prende con la

mamma; ella gli chiede di parlare dell’accaduto ma lui preferisce tacere (dovrebbe raccontare di

aver ricevuto un brutto voto per non aver studiato). La mamma gli permette di essere utilizzata

come un parafulmine e si lascia maltrattare dal figlio come non farebbe con nessun altra persona.

Il ripetersi di queste situazioni dovrebbe suggerire al genitore che il figlio è sgarbato,

pigro, oppure egoista o prepotente, ma non sono queste le sue conclusioni.

Il genitore si rende perfettamente conto che tali comportamenti non sono accettabili, ma

evita di chiamare le cose con il loro nome, avvolgendo le sue contraddizioni nella speciale carta

dorata delle scuse o del timore che abbia dei problemi psicologici irrisolti. In questo modo lo

scusa e lo copre.

Il meglio di sé, un simile genitore lo riserva a chi osa criticare suo figlio.

In quel caso assume le sue difese ad oltranza, anche a costo di mentire spudoratamente

sostenendo che è accusato e ingiustamente perseguitato.

Il figlio si convince che gli altri hanno sempre torto, e si sente “bravo solo lui”. Almeno

finché il genitore non accetta di guardare in faccia la realtà, ammettendo di non avere un figlio

perfetto, come in fondo ha sempre sospettato.

Ma è molto difficile attraversare il dolore della delusione, accettando che il figlio non sia

un semidio come si sarebbe voluto.

Questa presa d’atto della realtà impone di diventare più fermi nel correggere i limiti del

figlio abbandonando l’atteggiamento di adorazione che non gli è dovuto. Essa non si addice a

nessun essere umano.

Una variante significativa è costituita dalla sindrome: “in fondo è un bravo ragazzo”.

Di fronte ai comportamenti sconvenienti di un figlio, il genitore volge lo sguardo al positivo e

rammenta a se stesso: “è pur vero che fa sport, non è mai stato bocciato, non si è mai messo

seriamente nei guai”.

Tali considerazioni d’incanto sembrano annullare il fatto che lo stesso figlio in casa tratta

male la sorella, spadroneggia e non aiuta nessuno, cambia programma televisivo senza chiederti

permesso, a scuola fa il minimo indispensabile, la mattina bisogna sempre chiamarlo mille volte

per farlo alzare, trascorre i pomeriggi passando dal divano alla poltrona oppure dalla tv alla play

station…

L’insoddisfazione viene diluita all’infinito con considerazioni quali: “è vero che in

famiglia a volte è insopportabile perché vuole e pretende in continuazione…però si commuove

per gli animali quando guarda i documentati televisivi”. Gli aspetti negativi, d’incanto si

volatilizzano.

Il positivo “annulla” magicamente il negativo, invece che costituire materia di un ritratto

equilibrato, con luci ed ombre del figlio stesso.

Anche in questo caso, la necessità di essere maggiormente fermi è vanificata da uno

sguardo che copre i tratti negativi con il velo della positività. Questi vengono minimizzati senza

che egli sia messo di fronte alle sue contraddizione e sollecitato a cambiare i suoi atteggiamenti.

Il figlio “poverino”

È come un programma che parte in automatico: il genitore avverte un intenso dispiacere,

un profondo rincrescimento nei confronti del figlio. Lo considera sfortunato, mancante di un

bene che avrebbe dovuto avere, colpito da una sorte ingiusta.

In alcune situazioni,le difficoltà sono reali e serie: una malattia, un episodio traumatico,

una circostanza che lo ha reso “diverso” può rappresentare per il cuore di un genitore una buona

ragione per intenerirsi, avvertendo il figlio come particolarmente sfortunato.

In effetti, episodi di malattia e di frequenti ospedalizzazioni nell’infanzia possono cambiare il modo di vederlo: il genitore lo sente, a buon motivo, fragile e particolarmente bisognoso di protezione.

Alcune circostanze possono aver lasciato una traccia affettiva indelebile nel genitore,

come il ricordo del medico che, al momento della nascita comunica che il bambino ha un grave

problema cardiaco, oppure che deve essere al più presto sottoposto ad intervento chirurgico.

Il problema sorge quando un tale alone di preoccupazione permane anche quando i

problemi sono risolti e non persistano dati di realtà che giustifichino la preoccupazione del

genitore.

Anche senza un ragionevole motivo, un figlio può rimanere il “poverino” della famiglia, il più debole della nidiata, il più bisognoso di aiuto e di protezione; e tale disposizione affettiva rende ininfluenti gli elementi di realtà che lo porterebbero ad essere considerato normale, come gli altri.

In altri casi è il condizionamento ambientale che può risultare decisivo: se i nonni

piangono quando il bambino è sgridato, come riferiscono molti genitori, si aggrava la loro

difficoltà ad essere fermi e autorevoli.

Ma le ragioni della “necessità di proteggere” il figlio possono avere una diversa origine,

molto più profonda, sepolta nel cuore di un genitore come un “segreto” che non sarà mai

disposto a rivelare.

Dolorosi segreti di coppia, conosciuti ma taciuti da entrambi i partner, possono essere

relativi alla circostanza che il papà non voleva il figlio e la mamma l’ha tenuto contro il suo

parere, oppure all’aver, anche solo momentaneamente valutato la possibilità di abortire nei primi

momenti di gravidanza.

Circostanze indicibili che pesano sulla coscienza di almeno un genitore, come un’oscura

ingiustizia patita del figlio che richiede di essere lenita o riparata.

Il bene di cui è stato privato può essere la salute, l’amore dell’altro genitore, la serenità

dell’ambiente, ed è inevitabile tendere alla riparazione dell’ingiusto dolore che lo ha colpito

evitandogli almeno ulteriori motivi di sofferenza.

Quando ti sembra che tuo figlio non sia come gli altri, “ti si stringe il cuore”, commentava con molto realismo una mamma, aggiungendo: “a volte lo guardo e penso che suo padre se ne frega di lui, non gli telefona mai e che crescerà senza l’amore del papà.

In quei momenti mi prende una cosa dentro, un nodo in gola che me lo fa vedere diverso dagli altri

bambini, più bisognoso di tenerezza e di comprensione; quando penso che gli manca il papà mi

sciolgo”.

Nel tentativo di alleviare il dolore psicologico dello svantaggio, il genitore diventa più

arrendevole, accomodante, più disponibile ad accontentarlo, a sorvolare su aspetti educativi

importanti.

Non va sottaciuto che in altri casi la “sfortuna” del figlio è più virtuale che reale perché

gli elementi di realtà che la giustificano sono realmente esigui.

Considerazioni quali: “questo figlio non ha potuto essere accudito dai nonni e non ha

avuto gli stessi insegnanti validi e positivi come il fratello”, “non ha ottenuto gli stessi successi

sportivi”, è spesso sufficiente per viverlo come “il figlio sfortunato”.

In questo caso il genitore si deve far forte, non lasciarsi prendere dal rincrescimento, per

evitare che uno stile educativo eccessivamente permissivo aggravi il supposto svantaggio del

figlio.

 Permettere ad un figlio di crescere viziato perché non ha avuto il papà, ad esempio,

significa solamente accrescere le sue difficoltà relazionali.

 Si può essere fermi e dolci nello stesso tempo, amare il figlio teneramente senza cadere nella trappola di voler necessariamente “pareggiare i conti” con le presunte o reali avversità della vita.

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don Domenico Paini

don Domenico Paini

Classe 1967 e originario della parrocchia di Castel Goffredo, ha svolto i seguenti incarichi: curato a Calcinato dal 1992 al 2001, curato a Manerbio dal 2001 al 2008. Dal 2008 è curato di Leno, dal 2013 è curato anche di Milzanello e Porzano, seguendo la pastorale familiare.


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