Il dolore e la fede

In che modo la sofferenza serve alla fede? Dov’è la differenza tra chi guarda alla sofferenza in una visione di fede e chi non è credente? La fede propone la scelta tra un dolore insensato e un dolore con un significato, la scelta tra la disperazione e la speranza conquistata attraverso la sofferenza.

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Se apriamo il Vangelo ci incontriamo con Gesù che, mentre operava le guarigioni, esigeva sempre, in un modo o nell’altro, la presenza della fede. Perché esigeva la fede? E che tipo di fede? In che modo la sofferenza serve alla fede? Cominciamo a dire che non era la fede dell’uomo che guariva, ma la potenza di Cristo. La fede  solo la condizione, l’ambiente adatto. Aver fede allora significa confessare la nostra impotenza a salvarci e proclamare che la salvezza viene da Cristo. É il rifiuto di contare su di noi per contare unicamente su Dio. Dove sta la differenza di chi guarda alla sofferenza in una visione di fede o senza alcuna convinzione di fede? Non è che nell’una o nell’altra prospettiva il fatto del dolore venga cambiato. La fede non toglie il cancro né impedisce la morte, perché essa non è una polizza di assicurazione. Come pure la mancanza di fede né toglie il dolore né affretta la morte: l’una e l’altra prospettiva danno un significato diverso al fatto del soffrire e del morire.

Mi spiego con un drammatico episodio realmente accaduto e ripotato dal teologo Jurgen Moltmann: “Due ebrei e un bambino erano stati impiccati ad Auschwitz alla presenza di tutti i prigionieri. I due ebrei morirono rapidamente. Ma il bambino stenta a morire. Allora qualcuno gridò dietro di me: “Dov’è Dio? E’ lì appeso a quella forca”. Ecco dove sta la differenza: nel dare una spiegazione etica, un significato, un senso diverso allo stesso fatto. Chi non ha fede, assurdamente incolpa addirittura Dio. Anzi il fatto capitato e avvenuto per cattiveria dell’uomo è occasione per negare Dio. Chi ha fede cerca di scoprire il senso, di dare un significato a quella scena: cioè il significato e il senso del soffrire e del morire, senza togliere nulla alla responsabilità umana, quando essa c’è. La stessa cosa avviene di fronte ai nostri patimenti quotidiani, qualunque essi siano.

La fede non muta la situazione del fatto: non toglie l’impiccato dal patibolo, non toglie il malato dal letto o il morto dalla tomba. La fede non annulla il cancro o la drammaticità del soffrire umano. La fede propone la scelta tra un dolore insensato e un dolore con un significato, la scelta tra la disperazione e la speranza conquistata attraverso la sofferenza. Noi cristiani, affidandoci alla Parola di Gesù e tenendo presente il suo comportamento verso i sofferenti, impariamo a dare un significato al nostro soffrire. Gesù ci fa capire che Dio è un Padre che ci ama e che mai ci abbandona, specie nel momento della difficoltà. Sono due le cose da credere: credere nell’amore di Dio che è presente e operante nella situazione della propria sofferenza e credere che Dio è la vita e vuol salvarci da questa sofferenza, non necessariamente ora, s’intende, ma bisogna credere che la propria sofferenza nasconde la vita. Si tratta di credere che nel Cristo sofferente è nascosta la via e che nella nostra sofferenza è nascosto l’amore di Dio e la vittoria sul male.

QUELLA LUCE CHE CI ATTRAE

Non è certo un caso che l’intero anno liturgico sia strutturato a partire dalla Pasqua: “Centro di tutto l’anno liturgico è il Triduo del Signore crocifisso, sepolto e risorto” come recita l’annuncio che, nella solennità dell’Epifania, scandisce i tempi della nostra fede. Intorno a questo fondamentale avvenimento di vita e di salvezza si possono comprendere tutti gli altri tempi della liturgia. Questi abbracciano i poli dell’umana esperienza, dalla nascita alla morta (avvento – natale – quaresima – pasqua), cogliendo anche (nel tempo ordinario) la varietà molteplice di ogni situazione di vita. In virtù dell’incarnazione del Figlio di Dio non vi è nulla che sia rimasto “profano”. Non ci è dunque possibile comprendere i tempi della liturgia, e la quaresima in particolare, senza tenere lo sguardo rivolto verso la luce della Pasqua, verso quel traguardo itale e salifico. Così pure non possiamo comprendere la nostra ita di fede né alimentare la nostra preghiera o qualificare il nostro servizio agli altri, senza riscoprirci continuamente partecipi di questo mistero. L’esperienza pasquale è, in effetti, ciò che noi viviamo in continuazione.

Tutti i sacramenti ci fano incontrare e vivere questa realtà e il nostro essere cristiani è interamente caratterizzato dalla comunione con Dio nel Cristo glorioso, vincitore del male e della morte. Così siamo fortemente attratti da questo polo vitale che diventa esigente per il nostro cammino di Chiesa. Il Risorto chiama alla sua sequela persone libere, limitate e povere, affinché trasformino, grazie al suo dono di vita, ogni attimo della propria esistenza. Non più schiavi ma figli (Cfr. Rm 15), chiamati a vivere di conseguenza, attuando la più bella, gioiosa e totale, realizzazione di se stessi, l’unica che possa appagare il cuore: vivere da figli di Dio. Siamo discepoli del Risorto e da Lui impariamo a risorgere in ogni momento, uscendo da ogni “sepolcro” che lungo il cammino della vita ci possa essere dato di incontrare. La malattia, la disabilità, sono cause di sofferenza, il crudo esperire di un limite. Per risorgere dobbiamo tenere fisso lo sguardo verso la luce della Pasqua e lasciare che il Risorto ci attiri ancora di più. La nostra libertà, educata dal cammino quaresimale, ha bisogno di aderire, con passione, al mistero di quella vita nuova e definitiva. Il dono di essere figli, nel Figlio di Dio fatto uomo, ci permette di chiamare propriamente “vita” ogni istante delle nostre giornate terrene, senza scartare nulla, senza che la nostra esistenza resti impigliata dentro un qualche sepolcro.

Vivremo la salvezza del nostro soffrire quando sapremo restare aperti a Dio e alle altre persone, accrescendo la nostra capacità di amare proprio nel momento in cui il dono di sé esige i caratteri di un’autenticità senza maschere. Il dono concreto di noi stessi, vissuto con sincerità, incarna in noi la primizia dello Spirito, redime il nostro corpo nella libertà della gloria dei figli di Dio. Libertà di amare con la gratuità del cuore stesso di Dio e con la concretezza della nostra carne, della nostra umanità redenta.

A cura di
Maria Piccoli

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