Il difficile rapporto tra i giovani e la fede

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Vi propongo la sintesi di un articolo su un testo, scritto da don Armando Matteo, che ho letto tempo fa e che ritengo utile per una riflessione comunitaria. Qui ne presento i punti essenziali.

La comunità cristiana, particolarmente in Europa, è impegnata ad accogliere e a rispondere a molte sfide. Alcune le sono poste dal mondo esterno: la disputa sulla laicità, sull’inizio e il fine vita, sul trattamento degli embrioni, sull’equa distribuzione planetaria delle risorse, sull’accoglienza degli immigrati, sull’identità culturale eu ropea, sull’Islàm. Altre provengono dal suo interno: il calo delle vocazioni sacerdotali, la perdita di credibilità seguita agli scandali in materia di sesso e di denaro, il rapporto con i cattolici tradizionali sti, i conflitti suscitati in campo cattolico sulle diverse interpretazioni della cultura postmoderna.

In questo panorama, il problemi dei giovani può sembrare meno rilevante. Ma così non è.

Si pensa e si dice da non pochi analisti che il cristianesimo del futuro non sarà più prevalentemente europeo e nordamericano, ma si trapianterà sempre più massivamente in Africa e in America Latina.

Anche in questa ipotesi, non cesserà l’ autorevolezza paradigmatica del cristianesimo europeo per le nuove cristianità. Esso, infatti, «ha imparato dai suoi duemila anni di corpo a corpo con le diverse fasi della civiltà occidentale a gestire meglio il suo rapporto con la società, con la cultura, con il sacro. Nella sua figura migliore, è un cristianesimo asciutto, sobrio, moderato, intellettualmente dotato, ironico, sufficientemente disincantato, il quale ha saputo coltivare e dare spazio a molte anime: un cristianesimo popolare» .

Affermando ciò, non si commette il solito peccato di eurocentrismo. Nel cristianesimo extraeuropeo è dato di osservare, con i buoni frutti prodotti dall’evangelizzazione, la permanenza dei fenomeni legati alle culture originarie: il mondo magico ancestrale, il facile eclettismo, il settarismo, l’animismo. A chi se non ai giovani europei è affidato il compito di continuare la schietta tradizione cristiana europea e renderla esemplare, nei suoi valori più autentici, del cristianesimo che in altre plaghe della terra va impiantandosi e purificandosi? E non è preoccupante che il nostro mondo giovanile si accodi per larga parte alla tendenza dell’ «appartenere senza credere», cioè del sentire il cristianesimo come identità culturale propria senza condividerne la fede?

Gli interrogativi

Perché in chiesa di giovani se ne vedono sempre meno? Perché, anno dopo anno, scompaiono i gruppi parrocchiali giovanili? Perché i ragazzi si allontanano dagli oratori quando crescono? Perché gli utenti di  Facebook  presentandosi si dicono sempre più atei o agnostici, mentre aumentano i siti web dove «lasciare una preghiera», «accendere una candela», «trascorrere un momento di pace»? Perché numerose coppie giovani abbandonano il sacramento del matrimonio e il battesimo per i figli? 

E questo, mentre le rilevazioni sociologiche confermano una notevole apertura dei giovani all’esperienza religiosa in generale.

«Le parrocchie si svuotano, gli oratori vanno ancora bene per i più piccini ma sono disertati dai più grandi, le associazioni ecclesiali di antica data e i movimenti nati soprattutto nel post-Concilio registrano rallentamenti considerevoli in riferimento alla fascia “giovani”, gli stessi scout sono in affanno, l’analfabetismo biblico aumenta (a cosa non si deve assistere durante i quiz serali?), i segni del neopaganesimo sono evidenti a occhio nudo negli stili di vita diffusi.

La fede cristiana ha subito nell’epoca attuale un processo di opacizzazione della sua capacità di umanizzare, ovvero non convince più quale possibilità di far diventare l’uomo più umano. È legittimo affermare che anche i giovani «non hanno più antenne per Dio, per la fede, per la Chiesa e non avvertono alcun interesse per le questioni messe in campo dal cristianesimo» .

 I segni di questo disinteresse sono, secondo l’Autore, almeno tre: una profonda ignoranza della Sacra Scrittura,unascarsaonulla partecipazione alla forrmazione cristianadopo la cresima, l’assenza all’Eucarestia domenicale.

Questo fenomeno investe i giovani nati tra il 1980 e il 1990, cioè i figli dei genitori che hanno vissuto l’avvento della cultura postmoderna e il suo estraniarsi dal cristianesimo. «È nata così la prima generazione incredula della storia dell’Occidente, figlia dei figli del ’68». E, nota con amarezza l’Autore, una generazione che, come già i suoi padri, ha estromesso «tutti i punti d’aggancio sui quali la teologia cristiana aveva puntato per dire la bontà di Dio per una vita piena» . Argomento e monito degni di riflessione.

Effetti e responsabilità

L’attenzione dell’Autore si è concentrata su due fattori per un tentativo di spiegazione della crisi del mondo giovanile.

I due fattori sono la crisi della famiglia e la crisi del clero parrocchiale. Per ciò che riguarda la relazione tra i giovani e la fede, è evidente per tutti che è venuta ormai meno quella funzione della famiglia tradizionale che consisteva nell’essere «cinghia di trasmissione tra le generazioni» e, in particolare, veicolo della «grammatica cristiana dell’esistenza».

 Un tempo, erano le nonne, le mamme e le maestre a educare bimbi, ragazzi e giovani alla vita cristiana . «La crescita nell’umano, ovvero l’assimilazione delle parole stabili classiche [eternità, verità, sostanza, sacrificio, autorità] e la crescita nella fede andavano di pari passo, sostenendosi a vicenda. Alla comunità credente spettava poi il compito di modellare e rafforzare una fede già riveduta». A questa crisi può supplire il clero?

Negli ultimi trent’anni, il clero diminuisce: numericamente, sia per la naturale mortalità sia per il calo delle vocazioni sia per l’aumento dell’età media e della percentuale di preti con più di 65 anni. E l’Autore delinea realisticamente lo stato delle cose: «L’onere eccessivo che l’attuale strutturazione della vita delle parrocchie comporta per un parroco medio italiano è poi esso stesso causa della sua impossibilità di un lavoro sereno e non improvvisato con i giovani: per questo settore di attività non ha letteralmente “tempo né forze.   Spostandosi di continuo entro i confini delle sue due-tre-quattro parrocchie, come potrebbe trovare un momento libero per andare nelle scuole, per tenere i contatti con i suoi universitari trasferitisi altrove a studiare o con quelli che hanno preso in affitto un alloggio nel territorio della sua parrocchia, e ancora per avvicinare i giovani lavoratori? Più semplicemente dove reperire la calma necessaria per preparare e avviare un’efficace introduzione al mondo della Sacra Scrittura e della Liturgia, di cui proprio i giovani sono digiuni? E così il volto di molti preti è spesso stanco, affaticato, affatto sereno: sempre al telefono e sempre irraggiungibili. Preti di corsa. E qualcuno inizia già ad accusare segni di un ampio disagio interiore» .

La parrocchia diventa il territorio di pochi anziani che la frequentano per soddisfare il loro piccolo mondo di devozioni e opere buone, perpetuando in parrocchia il fenomeno tipico della I società civile italiana: gli adulti mantengono i giovani in uno stato di minorità e ne acuiscono il disinteresse, rifiutando un effettivo cambio di marcia in loro favore.

«E, si sa, il potere fa “belli” anche i brutti e “giovani” anche i vecchi».

Assicurare il futuro

L’Autore fa una proposta valevole sia sul piano ecclesiale sia su quello civile: occorre superare la miopia degli adulti. Occorre la razionalizzazione, nella Chiesa e nel clero, dei ministeri e delle opere.

Un testo esprime meglio questo invito: «L’evangelizzazione della prima generazione incredula dell’Occidente chiede alla Chiesa esattamente di mettersi a dieta, al fine di corrispondere all’idea essenziale di una comunità quale luogo della Parola e della possibile generazione alla tede». Ed ecco la dieta: «Non si possono più mantenere in piedi strutture e istituzioni per le quali mancano le persone perché le possano abitare. Non si può mantenere una strutturazione diocesana e parrocchiale che corrisponde a princìpi territoriali ormai sorpassati. Se è infatti vero che esiste una storia della salvezza è altrettanto vero che esiste pure una geografia della salvezza, che mette a tema e a discussione la non sempre funzionale distribuzione e ripartizione di diocesi, parrocchie,  conventi, uffici, da una parte, e uomini e donne consacrati, loro assegnati, dall’altra.

 La cosa certo non appare di rapida soluzione, ma riveste un profilo d’urgenza proprio per favorire percorsi di ospitalità autentica a coloro che si accostano per la prima volta alla realtà della fede». La questione della geografia  della salvezza è «la questione del dove e come ci si presenta ai giovani, con quali energie e con quali facce, con quali sinergie e con quali e quanti progetti» .

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don Domenico Paini

don Domenico Paini

Classe 1967 e originario della parrocchia di Castel Goffredo, ha svolto i seguenti incarichi: curato a Calcinato dal 1992 al 2001, curato a Manerbio dal 2001 al 2008. Dal 2008 è curato di Leno, dal 2013 è curato anche di Milzanello e Porzano, seguendo la pastorale familiare.


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