Il cristianesimo è una religione?

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Nell’attuale situazione di pluralismo religioso che, ponendo le religioni una di fronte all’altra, le spinge necessariamente al dialogo interreligioso, è opportuno interrogarsi su alcuni problemi di fondo circa la natura della religione, il carattere religioso del cristianesimo e la situazione in cui questo si trova in rapporto alle altre religioni. Due sono perciò le domande che si pongono. La prima può essere formulata così: << Il cristianesimo è una religione? E, se lo è, in che senso e in che misura lo è?>>. La seconda riguarda il rapporto tra il cristianesimo e le altre religioni e tradizioni religiose e può essere espressa così: << Il cristianesimo è una religione come le altre e si pone sullo stesso piano religioso delle altre?>>.

In altre parole, il cristianesimo è “una” delle molte religioni del mondo? Rinviando a più tardi la risposta alla seconda domanda, ci soffermiamo qui sulla prima: << Il cristianesimo è una religione?>>.  Evidentemente, per una risposta adeguata, è necessario anzitutto chiarire il concetto di “religione”.

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Il termine “religione” deriva dal latino religio, che a sua volta viene dal verbo redigere ( meno probabilmente dal verbo religare ). Redigere – in opposizione a negligere – significa prestare una scrupolosa attenzione, avere una cura piena di riguardo e rispetto: quindi religio è << l’accurata e rispettosa osservanza di ciò che attiene al culto degli dèi>> ( Cicerone, De natura deorum, 2, 72 ), è la riguardosa considerazione delle cose sacre, è la riverenza e il timore che si prova di fronte al Sacro, al Luminoso, che incute paura e attrazione allo stesso tempo; è anche, come dice ancora Cicerone, il culto degli dèi ( religio, id est cultus deorum ), cosicché le cerimonie religiose sono col plurale religiones. Così una persona molto accurata nelle cerimonie del culto è denominata da Tito Livio diligentissimusreligionum cultor. Ma, proprio perché in rapporto col “sacro”, il “religioso” indica anche ciò che è “separato”, intoccabile e inviolabile. Così Marco Sabino può affermare, come è detto nelle Noctes Atticae di A. Gallio ( IV, 8, 9 ): Religiosum est quod propter sanctitatem aliquam remotum ac sepositum est.

Ma qual è la realtà che esprime la parola “religione” ( o parole simili come treskeiae latreìa in greco, din in arabo )? Notiamo, anzitutto, che il concetto di “religione” appartiene alla cultura occidentale e non ha equivalenti in altre culture: perciò, quello che la cultura occidentale considera come “religioso”, cioè come appartenente all’ambito della “religione” e del “sacro”, non è considerato tale da altre culture. Oppure, quello che nella cultura occidentale – influenzata dal cristianesimo – è ritenuto essenziale alla “religione”, non lo è in altre culture. Tali premesse ci fanno vedere quanto sia problematica una definizione della religione che colga i caratteri essenziali sui fenomeni che si sogliono qualificare come “religiosi”. Può infatti avvenire che in alcune religioni manchino alcuni o molti caratteri che si ritengono essenziali al fenomeno religioso.

Il tratto comune a tutte le religioni è la convinzione che al di là e al di fuori del mondo in cui si svolge la vita quotidiana dell’uomo ci sia un’altra realtà, connotata dalla “potenza”, da cui l’uomo dipende e con cui l’uomo si mette in relazione. Questa realtà può essere variamente concepita: come una Legge impersonale ( il dharma delle religioni orientali ), come un Destino ineluttabile ( il Fatum dei Romani e la Heimarmene dei Greci ), come una Forza ( il  Mana delle religioni primitive ); oppure come un Essere divino o una pluralità di esseri divini; oppure ancora come il Supremo, il Trascendente, l’Uno, l’Altro, il Divino, l’Assoluto, il Tutto, il Nulla. La religione consiste nel rapporto che l’uomo stabilisce con questa Realtà. San Tommaso d’Aquino, parlando da cristiano, definisce la religione come una “relazione” a Dio: Religio proprie importat ordinem ad Deum ( Propriamente la religione comporta una relazione, un’ordinazione dell’uomo a Dio ) ( Summa Theol. II – II, q. 81, a.i ).

Questa “relazione” con la Realtà extra- o supramondana, che può essere di paura e di timore oppure  di fiducia e di confidenza, comporta alcuni elementi, che sono quelli costitutivi, o in tutto o in parte, del fenomeno religioso:

il riconoscimento dell’esistenza di una realtà trascendente il mondo visibile, e quindi dell’esistenza del Divino ( in qualsiasi modo lo si concepisca );

 il riconoscimento che l’uomo e il mondo visibile dipendono da questa Realtà; sia che dipendano nel loro essere, in quanto sono da essa creati; sia che dipendano nel loro agire, in quanto devono conformarsi alle leggi da essa date; sia che dipendano nel loro benessere fisico, in quanto questa realtà può punirli per il male commesso o per l’inosservanza delle norme religiose, può liberarli dai mali che incombono su di loro per le trasgressioni della legge divina, oppure può beneficarli;

di qui la necessità di rendersela propizia e benevola con la preghiera, con offerte di doni, con sacrifici della propria persona e dei propri beni, e quindi con riti espiatori ( del male commesso ) o propiziatori; che possono essere compiuti personalmente, ma che in generale sono compiuti da persone particolarmente addette a questo compito ( i sacerdoti ): persone che sono spesso anche coloro che hanno il monopolio della dottrina sacra – contenuta in particolari libri – e del culto, di cui stabiliscono le modalità, i tempi e i luoghi, e dunque sono i capi della comunità religiosa;

una particolare esperienza – quella “religiosa”, che è diversa dalle altre esperienze umane – in virtù della quale l’uomo entra in contatto con la Realtà trascendente insieme “fascinosa” e “tremenda”: contatto che può essere, perciò, di “timore” dinanzi alla sua forza, alla sua grandezza, alla sua santità, oppure di “amore” dinanzi alla sua bontà, alla sua misericordia; contatto che può essere di “desiderio” di entrare in comunione profonda con essa o di “sforzo” per fondersi con essa, fino a sperimentare che essa è il proprio Sé più vero e più profondo. Contatto tuttavia che dà un senso di pienezza di vita e, soprattutto, che porta a trovare nella Realtà trascendente il senso ultimo della propria esistenza.

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Dopo aver visto che cos’è la religione, possiamo chiederci quale ne sia l’origine: donde nasce la religione? Perché l’uomo è “religioso” ( homo religiosus ) nel suo essere costitutivo più profondo?

La religione nasce da molteplici esperienze umane. Anzitutto l’uomo fa l’esperienza della sua fragilità e debolezza di fronte ai pericoli e alle avversità che incombono su di lui minacciandone la salute, il benessere, i beni che possiede e, soprattutto, la vita. Ha quindi bisogno di protezione e aiuto, che non può trovare né in se stesso né negli altri né in nessuna forza o potere di questo mondo. Si rivolge allora spontaneamente a una Forza o a una Potenza extramondana, oppure a Forze e Potenze extramondane, che egli qualifica come dio o come dèi e che ritiene debbano necessariamente esistere al di là del mondo visibile, per chiedere ad essi aiuto e protezione. Egli immagina questi Esseri extramondani come dotati di potenza e d’immortalità e ne vede i simboli negli eventi naturali e nelle forze della natura, sia benefici, come il sole, gli astri, le montagne, la Terra, gli alberi, gli animali, sia malefici, come le tempeste, la folgore, il mare, le bestie feroci, i serpenti. Data l’ambiguità del Divino sovramondano – che può beneficare e può nuocere – l’uomo sente il bisogno di propiziarsi questo Essere o questi Esseri con la preghiera, oppure offrendo doni e sacrifici, costruendo in loro onore statue, templi e monumenti, e celebrando feste per onorarli in giorni particolari, dichiarati “sacri” cioè inviolabili. Nel culto di questi Esseri divini può predominare il senso della paura ( donde la preoccupazione di compiere i riti nel modo più esatto possibile, così da non irritarli ), ma in generale prevale il senso della fiducia di ricevere quanto si desidera ottenere.

Ma donde nasce la convinzione che esistano Esseri sovramondani? Nasce da un’altra esperienza che l’uomo fa abitualmente, quella della meraviglia e dello stupore dinanzi ai fenomeni grandiosi e terribili della natura: guardando il cielo stellato o un prato in fiore, sperimentando la potenza del sole, assistendo a un uragano o ad una mareggiata, vivendo la terribile esperienza di un terremoto, egli si rende conto che all’origine di questi fenomeni c’è una Potenza che supera infinitamente le forze dell’uomo e della natura.

Ma ci sono altre esperienze umane che sono all’origine della religione. Una è l’esperienza del male, della sofferenza e, soprattutto, la morte. Questa costituisce per l’uomo un tremendo problema: da una parte, egli muore e, a differenza di tutti gli altri esseri che muoiono anch’essi, si rende conto della tragicità della morte, la vede giungere come un fatto ineluttabile, l’assapora in tutta la sua crudezza e il suo orrore; dall’altra, egli sente, ineliminabile, l’aspirazione a vivere, sente che non può e non deve morire e finire nel nulla. Sorge così in lui l’intuizione di una vita dopo la morte, di  una vita ultramondana presso il dio o gli dèi “immortali”, in qualche luogo che si raffigura come un luogo di felicità. Un’altra esperienza singolarmente profonda che fa l’uomo quando prende coscienza di se stesso è quella del “vuoto”, cioè della mancanza di senso della vita, dell’insignificanza del suo esistere e del suo vivere: un “vuoto” che nessuna realtà terrestre e temporale riesce a colmare, né la ricchezza, né il piacere, né il potere e neppure il successo, la gloria, il raggiungimento delle mete più alte a cui l’uomo può aspirare. Questa esperienza del “vuoto” apre la sua mente e il suo cuore a Colui che solo può colamelo: l’Infinito, quale che sia il suo nome, e lo spinge a cercarlo. C’è infine una terza esperienza che fanno alcuni uomini privilegiati: quella di una misteriosa “chiamata” interiore alla ricerca e all’incontro con una Realtà ineffabile, che non è di questo mondo e dunque non è percepibile con i sensi né comprensibile con l’intelligenza, ma che tuttavia è “sensibile al cuore” e intimamente vicina.

Da queste esperienze nasce la religione. Si tratta di esperienze profondamente “umane”, che attengono cioè alla stessa natura dell’uomo, sia pure in diverso grado, in quanto alcune di esse richiedono una maturità umana, una consapevolezza dell’essere “uomo”, e dunque l’uscita dalla condizione in cui i bisogni dell’uomo sono quelli più istintivi ed elementari, legati alla sua sussistenza. Questo spiega perché la religione è un fenomeno umano universale, presente in tutta la storia umana – e anche nella preistoria – in forme molteplici e diverse.

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Tale molteplicità e diversità di forme religiose o religioni è dovuta sia alle differenti condizioni storiche e geografiche in cui gli uomini vivono, sia ai diversi modi di porsi di fronte alla realtà, alle diverse maniere di sentirle, di immaginarla, di comprenderla e di esprimerla in immagini, simboli e concetti. Le religioni infatti sono lo specchio della vita materiale, culturale, spirituale e morale di un popolo o di una società. E’ importante però rilevare che alla base delle molteplici e diverse forme religiose c’è l’homo religiosus: cioè, alla base delle religioni “oggettive” c’è la dimensione religiosa “soggettiva”, che orienta l’uomo verso la Realtà sovramondana.

In “questo” mondo egli sperimenta la fragilità, la non permanenza e la caducità di tutto e, in primo luogo, di se stesso;sperimenta il male nelle sue forme infinite, la sofferenza,la morte.Interviene allora la dimensione religiosa, propria dello spirito umano, che lo “apre” all’Infinito e all’Assoluto e lo pone in “tensione” dinamica verso il Tutto, l’Ultimo, l’Eterno.Egli non sempre riesce a cogliere questa “apertura” e questa “tensione” e a prendere coscienza in maniera chiara; il più delle volte egli le esprime, da un lato, col senso di perenne insoddisfazione, di scontentezza, d’inquietudine e di “vuoto” che lo assalgono anche nei momenti in cui dovrebbe sentirsi più soddisfatto per i successi conseguiti; dall’altro, col desiderio oscuro e indistinto, ma reale e tormentoso, di una pienezza di vita e di una felicità che sia senza ombre e senza fine.

Indubbiamente oggi, per la prima volta nella storia umana,ci troviamo dinanzi al fenomeno di “uomini non religiosi”. Certamente ci sono state sempre nella storia persone non religiose; ma si trattava di casi isolati oppure di piccoli gruppi, anche se culturalmente influenti.Ciò che invece caratterizza il nostro tempo è che la “non religiosità” è divenuta – e tende a divenire sempre di più – un fenomeno di massa,che si diffonde in tutti gli strati della popolazione, da quelli più alti a quelli più umili. E’ il fenomeno del secolarismo,che da un lato s’incrocia col “ritorno del religioso” ( il quale nella massima parte dei casi non è un “ritorno” alle religioni tradizionali ), ma, dall’altro, continua il suo cammino verso modalità sempre più radicalmente areligiose e agnostiche, se non sempre antireligiose.

Come spiegare questo fenomeno di massa della sparizione, sia pure non totale, della dimensione religiosa? La risposta non è semplice, a causa della complessità del problema. Si può tuttavia affermare con sicurezza che taluni elementi e aspetti della civiltà moderna hanno la capacità di affievolire, fino a spegnerlo a poco a poco, il senso religioso, che pure è così profondamente iscritto nella natura dell’uomo, e quindi di annullare la “tensione” religiosa. Si tratta: della lotta culturale alla religione che dura dal secolo XVII e che ha propagato, non solo tra gli strati più colti della società ma anche tra le masse, l’idea che la religione è illusoria e malefica e che perciò l’uomo deve liberarsi dalla schiavitù a cui i dogmi condannano l’ intelligenza umana e dai tabù religiosi nel campo della sessualità; del materialismo consumista e dell’esasperato edonismo sessuale; della ricerca affannosa del denaro e del piacere; e dell’incapacità dell’uomo moderno di riflettere nel silenzio sui grandi problemi dell’esistenza umana.

Tanto più che l’attrazione del sensibile è estremamente forte, mentre quella delle realtà spirituali e religiose, oltre che difficilmente percepibile nel chiasso della vita moderna, è assai debole.Senza dire che la religione richiede credenze e impegni morali che possono riuscire particolarmente pesanti e che può far comodo mettere da parte negando la verità della religione. Così si possono oggi incontrare persone che confessano candidamente di non avere il senso religioso e di non sentire il bisogno di porsi il problema di Dio e della religione. Non sono contro Dio o contro la religione: sono semplicemente “non religiose”.

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Possiamo ora rispondere alla domanda che ci siamo posti all’inizio:<< Il cristianesimo è una religione? E, se lo è,in che senso e in che misura lo è?>>. Se osserviamo come ai suoi inizi il cristianesimo abbia compreso se stesso, rileviamo che esso non si considera una “religione”, ma prende le distanze rispetto sia alla religione ebraica sia a quella greco-romana. Divenire cristiano comporta una “conversione”, cioè una rottura col proprio passato religioso e una nuova nascita, che si attua con il battesimo.Ciò spiega perché i cristiani siano chiamati “atei” dai pagani: essi infatti non solo rifiutano di riconoscere gli dèi della religione greco-romana, ma rifiutano di adorare qualunque dio di qualunque città:<< Noi sappiamo che non esiste alcun idolo al mondo e che non c’è che un Dio solo. E in realtà, anche se vi sono cosiddetti dèi sia nel cielo sia sulla terra, per noi c’è un solo Dio, Il Padre, dal quale tutto proviene e noi siamo per lui; e un solo Signore Gesù Cristo, in virtù del quale esistono tutte le cose e noi siamo per lui>> ( 1 Cor 8, 4-6 ).

Il cristianesimo è, dunque, essenzialmente fede in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo: esso non è un sentimento “religioso” che sorge nell’uomo nel suo tentativo di mettersi in contatto con Dio, ma è l’atto con cui per un dono di Dio e sotto la spinta della sua grazia, la persona si affida a Dio, Salvatore, e dà il suo assenso alla “rivelazione”, cioè a quello che Dio, per mezzo della Sacra scrittura dell’Antico e del Nuovo Testamento, gli fa conoscere del suo mistero, che è inaccessibile all’uomo. In altre parole la fede non viene dall’uomo ma da Dio: è una grazia, con la quale Dio invita e sollecita l’uomo ad affidarsi a Lui e a credere alla sua parola. Perciò nel cristianesimo non è l’uomo che va in cerca di Dio, ma è Dio che, nel suo infinito amore per l’uomo, lo cerca per salvarlo dal male e dal peccato e renderlo suo figlio, partecipe della sua natura divina. Cioè il cristianesimo capovolge la struttura dell’atto religioso, inteso come conoscenza del Divino trascendente il mondo e come sforzo di mettersi in contatto con lui. Infatti nel cristianesimo non è l’uomo che cerca di conoscere Dio, di formarsene un concetto e un’immagine, ma è Dio che si fa conoscere all’uomo, rivelandosi a lui nel suo mistero; non è l’uomo che cerca di mettersi in contatto con Dio, ma è Dio che si fa incontro all’uomo e si mette in contatto con lui, invitandolo a credere in lui e ad amarlo.

Nella religione l’uomo cerca di mettersi in contatto con Dio attraverso la preghiera, il culto e i sacrifici. Questi tre elementi sono presenti nel cristianesimo, ma in forma particolare. Così la preghiera cristiana è soprattutto lode a Dio; è anche richiesta di aiuto e di benefici, ma è principalmente richiesta di doni spirituali, di aiuto per la salvezza, di perdono dai peccati, di liberazione dal male. Essa si rivolge a Dio come al Padre che già conosce i bisogni dei suoi figli, che ha cura e amore per loro; perciò è contrassegnata dall’amore, dalla fiducia e dall’abbandono filiale della sua volontà:<< Padre, non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu>> ( Mc 14,36 ).

Il culto cristiano non ha nulla a che fare con una cerimonia religiosa, ma è l’offerta di se stesso e della propria vita a Dio:<< Vi esorto, fratelli, scrive san Paolo ai Romani ( 12,1 ), a offrire i vostri corpi ( = le vostre persone, voi stessi ) come sacrificio vivente, gradito e santo a Dio; è questo il vostro culto spirituale>>.

Cioè il culto cristiano è la santità della vita, è la vita vissuta nell’amore di Dio e degli uomini e nel compimento della volontà di Dio. A sua volta la Lettera agli Ebrei ( 13,15- 16 ) esorta a offrire << a Dio continuamente un sacrificio di lode, cioè l frutto di labbra che confessano il suo nome>>, e a non dimenticarsi della beneficenza e di far parte dei propri beni ai poveri, << perché di tali sacrifici il Signore si compiace>>.

Anche il sacrificio cristiano è di natura particolare. Infatti nel cristianesimo non c’è che un unico sacrificio gradito a Dio, ed è l’offerta che Gesù fa della sua vita al Padre morendo sulla croce: tutti gli altri sacrifici hanno valore solo nella misura in cui si uniscono all’unico sacrificio della croce. Inoltre non si tratta di sacrifici di animali o di cose: il sacrificio cristiano è il dono che la persona fa di se stessa a Dio, unendo il proprio dono di sé a quello che Gesù ha fatto sulla croce al Padre. Per tale motivo il culto cristiano consiste essenzialmente nel “fare memoria” di quanto Gesù ha compiuto nell’Ultima Cena con i suoi discepoli quando, anticipando la sua morte sulla croce, ha dato loro da mangiare il suo corpo e da bere il suo sangue sotto i segni del pane e del vino, dicendo loro:<< Fate questo in memoria di me>> ( Lc 22,19 ).

Infine la religione è intimamente legata al “sacro”. Questo è ciò che è “separato”, riservato alla divinità, intoccabile, ciò che non può essere usato per usi profani, ciò che è carico di “potenza” e dunque pericoloso e da non avvicinare né toccare ( tabù ). “ Sacro” perciò è anzitutto il Divino, a cui non ci si può accostare senza essere distrutti; “sacre” sono quelle persone in speciale contatto con la divinità ( sacerdoti, sciamani ); “sacri” sono quei luoghi che hanno un particolare rapporto con la divinità, sia perché si manifesta in essi ( una montagna, un bosco, una fonte ), sia perché vi si celebra il culto; “sacri” sono i templi dedicati ad onorare la divinità; “sacri” sono i cibi che è proibito mangiare.

Ora il cristianesimo ha “desacralizzato” tutto. Anzitutto ha desacralizzato Dio. Certamente, anche per il cristianesimo Dio <<abita una luce inaccessibile,  e nessuno tra gli uomini lo ha mai visto né può vederlo>> ( 1 Tm 6,16 ); anche per il cristianesimo Dio è il “tre-volte-santo”; tuttavia egli si è fatto vicino all’uomo: si è manifestato e, rivelandosi, si è fatto conoscere e, in Gesù di Nazaret, è diventato il “Dio-con-noi”, l’Emmanuele. Perciò il cristiano si accosta a Dio non con angoscia e timore, pur consapevole di essere peccatore ( ma giustificato ), ma con fiducia e amore, pur con la coscienza profonda della santità di Dio e della grandezza delle sue esigenze, <<poiché il nostro Dio è un fuoco divoratore>> ( Eb 12,29 ). In realtà il Dio cristiano è un Dio di grazia, di bontà e di amore:<< E’ apparsa la grazia di Dio, apportatrice di salvezza […]. Quando si sono manifestati la bontà di Dio, Salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini>> ( Tt  2,11;  3,4 ).

Il Dio cristiano è “Padre”.

In secondo luogo, il cristianesimo ha desacralizzato il sacerdozio, perché quelli che presiedono il culto cristiano non sono “sacerdoti” ( hiereis, cioè “sacrificatori” ), ma sono “presbiteri” ( anziani ) ed “episcopi” ( sorveglianti ). Lo stesso Gesù non è sacerdote alla maniera dei sacerdoti dell’Antica Alleanza, ma gode di un sacerdozio particolare, assolutamente unico. Ha poi desacralizzato i luoghi sacri, come il Tempio di Gerusalemme:<< Dio non dimora in templi costruiti dalle mani dell’uomo>>, afferma san Paolo ( At 17,25 ) e Gesù dice alla Samaritana che, con lui, è giunto il momento in cui Dio non si adorerà più né sul monte Garizim né nel Tempio di Gerusalemme, poiché <<i veri adoratori adoreranno Dio in spirito e verità>> ( Gv  4,22-23 ). Ha infine desacralizzato i tempi sacri, come il sabato ebraico, quando Gesù ha detto che <<il sabato è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato>> ( Mc  2,27 ) e san Paolo ha aggiunto:<< Nessuno dunque vi condanni più in fatto di cibo o di bevanda, o riguardo a feste, a noviluni e a sabati: tutte queste cose sono ombra delle future; ma la realtà è invece Cristo>> ( Col  2,16-17 ). Quanto ai cibi, <<Gesù dichiarava mondi tutti gli alimenti>> ( Mc  7,19 ) e, quindi, non ci sono alimenti religiosamente interdetti.

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Se confrontiamo dunque il cristianesimo con la religione, cioè con gli elementi e i caratteri che comunemente si ritiene appartengano alla religione, dobbiamo dire che esso non si può considerare tale. Ciò appare dall’atteggiamento critico che assume di fronte alle religioni pagane, in primo luogo quella greco-romana, il cristianesimo è molto severo: sono idolatria e superstizione. Esse non conoscono e non adorano il vero Dio e l’unico Signore Gesù Cristo, ma adorano e rendono culto agli idoli e ai demoni. Così, ai cristiani di Tessalonica, san Paolo scrive che essi <<si sono convertiti a Dio, allontanandosi dagli idoli, per servire Dio vivo e vero>> ( 1 Ts 1,9 ); e ai cristiani di Corinto dice che <<i sacrifici dei pagani sono fatti ai demoni e non a Dio>> ( 1 Cor 10,20 ). Rispetto poi alla religione ebraica, che aveva la sua espressione nella “Legge” ( Tora ), il cristianesimo si presenta come il suo compimento, o meglio, come “il termine”, cioè come la sua abolizione:<<Il Termine della Legge è Cristo>> ( Rm 10,4 ). Infatti la parola telos, qui usata da san Paolo, significa che <<per il credente [in Cristo] la Legge come via di salvezza è stata abolita dall’avvento di Cristo>> ( G. Delling, in GLNT, XII, 972 ). Del resto, il cristianesimo al principio qualificava se stesso come “via” ( hodòs ) ( At 9,2; 19,23; 22,4; 24,14; 14.22 ), piuttosto che come una nuova religione.

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Tuttavia, nell’arco della storia, il cristianesimo ha assunto una forma religiosa, strutturandosi in un sistema, con una dottrina, un sacerdozio, riti, luoghi e templi sacri. Esso anzi si è presentato, per esempio con Sant’Agostino, come la “vera religione”:<<La religione, egli scrive, non si deve cercare nelle aberrazioni dei pagani, né nelle sporcizie degli eretici, né nella debolezza degli scismatici, né nell’accecamento dei giudei, ma presso coloro soltanto che sono chiamati cristiani cattolici, o ortodossi, cioè coloro che conservano l’integrità e seguono ciò che è giusto>> ( De vera religione, c.5 ). In tal modo la fede cristiana si è espressa e si è tradotta in forme religiose. E’ stato questo, per essa, un fatto positivo, oppure si è trattato un’infedeltà alla natura originaria del cristianesimo? In altre parole, c’è un’opposizione radicale tra la fede e la religione?

All’inizio degli anni Venti di questo secolo il teologo protestante K. Barth ( 1886 – 1968 ) – per opporsi alla teologia liberale, la spiritualità dell’uomo, di cui ogni religione è solamente l’espressione, e quindi è la “religione naturale” perfetta – nel commento al capitolo 7 della Lettera ai Romani, vede nella religione la suprema possibilità umana di mettersi, con le sole proprie forze, in contatto con Dio. Una possibilità illusoria, perché senza la grazia di Cristo l’uomo è radicalmente incapace d’incontrare Dio. In realtà, secondo Barth, nel suo interno profondo la religione è il tentativo di mettere la mano su Dio e quindi realizza la tentazione che compare al principio della Bibbia: Eritis sicut dii ( sarete come dèi ). Perciò Eva appare a Barth come la “prima personalità religiosa”. A suo avviso, la religione è incredulità, è l’ <<affare dell’uomo senza Dio ( gottlos )>>

( cfr At 17,22-28 ). Ma, soltanto partendo dalla fede, cioè dalla rivelazione, la religione può essere considerata come incredulità:<<E’ soltanto per mezzo della rivelazione di Dio in Gesù Cristo e soltanto per mezzo di essa che la religione è effettivamente caratterizzata come idolatria e giustizia basata sulle opere, e in tal modo smascherata come incredulità>>.

Tuttavia, aggiunge Barth nella sua Dogmatique ( Ginevra, 1953 ), se da una parte la fede giudica la religione come incredulità ( questo giudizio vale per tutte le religioni ), dall’altra è capace di redimerla, proiettando la sua luce su di essa, in modo che non resti più nell’ombra dell’incredulità: cioè il nome e la grazia di Gesù giustificano e santificano la religione cristiana e la rendono luogo sacramentale della presenza e dell’azione di Dio e della sua Parola. In forza di ciò la religione cristiana è per Barth la “vera religione”. Egli infatti, in quest’opera della maturità, vede la religione nella luce dell’Incarnazione:<<Al movimento di Dio che assume la nostra natura e ci fa partecipare alla sua, nel mistero dell’Incarnazione, corrisponde un certo movimento dalla parte dell’uomo. Questo movimento, che resta interamente determinato dalla parola di Dio, si traduce nell’apparizione, in seno al mondo delle religioni, di un certo essere e di una certa forma che risaltano sui fenomeni religiosi abituali>> ( t. I/I 2e partie, 145).

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Che cosa dire di questo modo di pensare la religione in opposizione alla fede e valevole solo nella misura in cui la fede la illumina e la determina? Esso poggia evidentemente sul principio protestante della sola fide: la natura umana è radicalmente corrotta e l’uomo è radicalmente peccatore; perciò tutto ciò che è opera umana, come la religione, porta il segno della corruzione e del peccato. Per conseguenza, la salvezza dell’uomo può provenire solo dalla fede ( sola fide ) e da nessuna opera umana, qual è la religione.

La visione cattolica della natura umana, dell’uomo e delle sue opere, quindi anche della religione come sforzo dell’uomo di entrare in contatto col Divino, è assai meno pessimistica: redento e purificato dalla grazia di Cristo, l’uomo – sotto l’influsso di questa grazia, che è sempre in azione nella storia umana – può compiere opere buone, e dunque anche il suo sforzo di mettersi in contatto con Divino – se è sincero e mosso da motivi buoni – è moralmente buono. Dunque la religione non è, per se stessa, perversione e incredulità. In altre parole, non c’è opposizione radicale tra fede e religione.

Bisogna anzi dire che la fede, per divenire visibile ed efficace, deve necessariamente incarnarsi storicamente e quindi assumere forme “religiose”, cioè quelle forme – parole, gesti,atteggiamenti – con cui lo spirito umano esprime la sua tensione verso Dio. Ciò avviene in virtù della << legge dell’Incarnazione >>, che regge il cristianesimo: come il Figlio di Dio si è incarnato,assumendo una natura umana e divenendo una persona una persona storica in Gesù di Nazaret, così la parola di Dio s’incarna nella storia assumendo la forma del dogma e la grazia di Dio s’incarna assumendo la forma del sacramento. In tal modo la fede s’incarna nella storia in una struttura “religiosa”, fatta di dogmi,di riti, di culto, e diviene vivente e visibile in una comunità “religiosa”, qual è la Chiesa, che per tale motivo è una realtà divino-umana.

Indubbiamente, queste forme “religiose” in cui s’incarna la fede sono riempite di un contenuto che non è “religioso”, che non proviene cioè dall’attività dell’uomo “religioso”. Così, per esempio, un gesto “religioso” come la preghiera, nel cristianesimo ha un contenuto trinitario e cristologico che non ha la preghiera in altre religioni:è rivolta a Dio Uno e Trino per mezzo di Gesù Cristo. Tuttavia è una forma “religiosa” che ha il suo equivalente in altre religioni. Possiamo allora rispondere alla domanda che ci siamo posti all’inizio: il cristianesimo, in quanto rivelazione e autocomunicazione di Dio, appartiene all’ordine sovrannaturale, cioè a un ordine che trascende la natura umana e le sue possibilità. Poiché la “religione” appartiene all’ordine naturale, in quanto è opera dell’uomo, il cristianesimo, che trascende l’ordine naturale, non può essere chiamato semplicemente una “religione”, che si pone accanto alle altre religioni. Ma, in quanto è fede che s’incarna necessariamente nella storia, assumendo forme religiose, il cristianesimo è anche una “religione”, a condizione di distinguere nella religione “cristiana” la forma “religiosa” dal contenuto “sovra-religioso”, propriamente sovrumano e soprannaturale.

In conclusione, il cristianesimo è una religione, ma con caratteri particolari che la distinguono da tutte le altre. È una realtà che, insieme, è “religiosa” e trascende l’ordine puramente”religioso”. In altre parole,il cristianesimo è una”religione” per le sue “forme religiose”, nelle quali storicamente s’incarna; forme che sono “umane” cioè espressioni del sentimento religioso, che è una struttura dello spirito umano; ma <<non è una religione>> per i suoi “contenuti”, che non sono “umani”, ma sono sovrannaturali e sovra-umani, in quanto non provengono dall’uomo, ma da Dio stesso: tali contenuti sono la parola di Dio “rivelata”, nella quale Dio si fa conoscere all’uomo nel suo inaccessibile mistero e alla quale l’uomo risponde con la “fede”, e la grazia di Dio, con la quale Dio, nella sua bontà e misericordia, attraverso il sacrificio di Cristo, morto sulla croce e risorto il terzo giorno, salva dal peccato e dalla morte eterna coloro che credono in Cristo, li santifica col suo Spirito, li rende partecipi della sua natura divina, facendoli suoi figli, e dà loro la promessa della vita eterna con Lui nel suo Regno.

Perciò, se nelle forme religiose il cristianesimo è simile alle altre religioni e tradizioni religiose, come mostra la fenomenologia delle religioni, nella sua essenza profonda, cioè nei suoi contenuti, è radicalmente diverso da esse. Questo vuol dire soltanto che si pone su un piano che non è quello puramente “religioso”. Il suo piano specifico è quello della “rivelazione” e della “grazia”, alle quali da parte dell’uomo corrispondono la “fede” e la “carità”: che poi la “rivelazione – fede” e la “grazia – carità”, le quali appartengono all’ordine sovra-naturale e sovra-storico, si rendano concrete e visibili in una forma “religiosa”, e dunque “umana”, è cosa che fa parte dell’economia “cristiana”. Questa è essenzialmente un’ “economia d’incarnazione”, poiché il tratto specifico e proprio del cristianesimo è quello di essere la religione del Dio-fatto-uomo in Gesù di Nazaret.

La Civiltà Cattolica 

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don Domenico Paini

don Domenico Paini

Classe 1967 e originario della parrocchia di Castel Goffredo, ha svolto i seguenti incarichi: curato a Calcinato dal 1992 al 2001, curato a Manerbio dal 2001 al 2008. Dal 2008 è curato di Leno, dal 2013 è curato anche di Milzanello e Porzano, seguendo la pastorale familiare.


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