Il cammino di don Nicola Mossi

Sabato 12 settembre il vescovo Pierantonio ordina, in Piazza Paolo VI, quattro nuovi sacerdoti bresciani. Tra loro, don Nicola Mossi che in questa intervista si racconta

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Dalle energie rinnovabili alla fonte inesauribile dell’amore. È fin troppo facile, quasi scontato, riassumere in questo modo il percorso che ha portato don Nicola Mossi, 36 anni di Leno, ingegnere, a lasciare un promettente futuro professionale in campo ambientale, per accettare la sfida che Qualcuno andava ponendo con insistenza sempre maggiore sul suo cammino.

Don Nicola, cosa ti ha portato a mettere in un cassetto la laurea in ingegneria e a intraprendere il cammino verso il sacerdozio?

Come per molti altri, è stata una serie di domande che a un certo punto della mia vita ho cominciato ad avvertire. Dopo la laurea in ingegneria ambientale e un’esperienza professionale nel campo delle consulenze sulle energie rinnovabili, ha cominciato a risuonare in me con sempre più insistenza una domanda: “È questo che vuoi dalla tua vita?”. Fortunatamente, poi, sulla mia strada ho incontrato persone che mi hanno accompagnato a comprendere e a trovare risposte a questo interrogativo.

Quali sono state queste risposte?

Beh, sono sotto gli occhi di tutti! Chiusa la parentesi professionale sono entrato in Seminario. Non è stata una scelta semplice: lasciavo un mondo del lavoro all’interno del quale stavano maturando alcune importanti prospettive, ma nel contempo avvertivo che questa scelta mi dava l’opportunità di fare chiarezza in me e comprendere che, forse, quelle domande altro non erano che il modo con cui il Signore mi chiamava alla vocazione sacerdotale.

Come hai accolto questa prospettiva?

Sicuramente con qualche timore e qualche preoccupazione. Ma quello che stavo vivendo era anche un tempo in cui andava facendosi sempre più luminoso uno spiraglio di luce che mi indicava anche la possibilità di una risposta grande a questa domanda. Mano a mano che lasciavo crescere in me l’ipotesi di una risposta positiva a questa domanda, un sì al Signore, andava crescendo in me un senso di pace, capivo che mi stavo pacificando con me stesso e che stavo trovando anche la serenità. Così, attraverso il confronto con il mio padre spirituale, ho avuto modo di approfondire la chiamata che mi era stata rivolta era proprio quella del sacerdozio.

Torniamo alla scelta di entrare in Seminario: un cambio di prospettiva che hai accolto con serenità?

Devo ammettere che non tutto è stato chiaro sin dall’inizio, forse sarebbe stato addirittura sbagliato pretenderlo. Ma passo dopo passo il Signore mi ha dato la grazia di poter percorrere questo cammino, di comunicarlo innanzitutto alla mia famiglia, che non si aspettava certo questa scelta, al mio datore di lavoro, agli amici, molti dei quali sono stati anche colti di sorpresa. Però, non l’ho voluto subito sbandierare ai quattro venti. Ho preferito coltivare nel silenzio questo rapporto con il Signore che stava creando in me. È stato un po’ come per due giovani che si incontrano, imparano a conoscersi, fanno crescere il loro rapporto e solo quando sono certi di avere progetti e prospettive comuni rendono pubblico il loro fidanzamento. Oggi non posso che esprimere tutta la mia gioia per la grazia che il Signore mi ha concesso.

Quali sono stati gli spazi in cui la tua vocazione ha avuto modo di crescere?

Un posto centrale nel mio percorso è occupato dall’oratorio di Leno dove ho avuto la fortuna di vivere esperienze molto belle con i sacerdoti che si sono succeduti in questo servizio. Tutti mi hanno dato l’opportunità di vivere esperienze belle e significative in cui, accanto alla dimensione del divertimento, c’era il tempo per domande non sempre scontate ma che mi hanno portato più volte a riflettere su quello che poteva essere il mio futuro. A un certo momento, però, ho avvertito il desiderio, il bisogno di uscire dal recinto dell’oratorio. Grazie all’esperienza delle missioni giovanili condotte a Leno dagli studenti del Seminario, ho avuto modo di incontrare altre figure importanti; ho conosciuto quello che è stato il mio padre spirituale, don Marco Busca, oggi vescovo di Mantova, che mi ha accompagnato per più di dieci anni e che per me è stato un riferimento importante, una guida.

C’è qualcosa della tua precedente esperienza professionale che potrà tornarti utile nel cammino sacerdotale che stai per iniziare?

Quella lavorativa è stata un’esperienza molto positiva. Credo che il primo grande insegnamento che mi è rimasto è quello dell’importanza di lavorare in squadra, cercando di dare il meglio di se stessi. Ho avuto la fortuna di sentirmi realmente parte di una squadra con cui affrontare ogni ostacolo che si poneva sul nostro cammino: un modo di camminare insieme che spero di poter sperimentare nel mio cammino futuro.

Il percorso di studi che hai compiuto prima del Seminario ti rende più sensibile al tema della salvaguardia del creato tanto caro anche a papa Francesco?

Sicuramente sì, anche perché sin da piccolo sono stato affascinato dalla bellezza del creato. L’ho sempre trovata, anche se la sensazione è andata crescendo con la maturità, uno strumento che mi avvicinava a Dio. Per questo sono convinto che ogni uomo, sacerdoti compresi, debba interrogarsi su stili di vita sostenibili, sulla salvaguardia del creato, sulla sua cura e sulla sua custodia.

Dicono che con la tua ordinazione il Seminario perde il suo fotografo…

Forse è per via della mia passione per la fotografia che, essendo nato e cresciuto in una famiglia di fotografi, ho coltivato anche negli anni del Seminario. Nel corso degli anni, poi, ho mantenuto anche altre due grandi passioni: quella per la pallacanestro, che ho praticato sin da piccolo in oratorio, e quella per la montagna. Quelli trascorsi tra escursioni, arrampicate e ferrate sono stati per me momenti sempre belli e che mi hanno permesso di sviluppare anche solide amicizie.

Per concludere, c’è qualche esempio di santità a cui ti senti particolarmente legato?

Grazie al Seminario in questi anni ho potuto conoscere tante espressioni di santità che mi sono state di grande conforto. Ci sono alcune figure di santi che più di altre mi affascinano. Penso a San Francesco d’Assisi: sono nato nel giorno in cui la Chiesa celebra la sua memoria, a lui mi unisce la passione per il creato. Ma sento molto vicine anche figure come quelle del card Spidlik, di San Giovanni Bosco, dei santi bresciani. Non dimentico poi San Pio da Pietrelcina, per la passione che ha messo nella cura d’anime, e ancora figure come quelle di Charles de Foucauld e di Chiara Corbello Petrillo, vite di santità che possono dire tanto anche ai giovani di oggi.

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ORANews

Oratorio San Luigi di Leno


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