I Volti dell’Ammalato nella comunità cristiana

3

Il malato come fratello da aiutare

La visione del malato considerato come persona e fratello da aiutare, a livello materiale e spirituale, trae la sua ispirazione dalla pagina cristologica del capitolo 25 del Vangelo di Matteo: “Io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi” (Mt 25,35-36). La storia della carità della Chiesa non è stata altro che la realizzazione di questa affermazione del Cristo. E’ Gesù stesso che qualifica il malato e il povero come “miei fratelli più piccoli” (Mt 25,40).

Il malato come persona che aiuta la comunità

La visione del malato come fratello che aiuta la comunità con la sua preghiera e l’offerta della sua sofferenza, contribuendo all’opera redentiva del Cristo e alla salvezza del mondo, si pone sulla scia dell’apostolo Paolo: “Sono lieto nelle mie sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca si patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Col 1,24). Giovanni Paolo II nella Salvifici doloris è partito proprio dall’esperienza paolina per iniziare la sua riflessione sul senso cristiano della sofferenza umana, concludendola con la richiesta indirizzata ai malati di fare la loro parte per la comunità: “Chiediamo a voi tutti, che soffrite, di sostenerci. Proprio a voi, che siete deboli, chiediamo che diventiate una sorgente di forza per la Chiesa e per l’umanità” (Salvifici Doloris, n. 31). La teologia della sofferenza, non sempre esente da un equivoco e pernicioso dolorismo, ha sostenuto però generazioni di cristiani e di santi, consapevoli che essa, vissuta con i sentimenti di Gesù e unita alla sua passione, abbia un valore salvifico eterno. Oggi tante associazioni di malati e per i malati attingono le energie spirituali dalla consapevolezza di incanalare il proprio dolore nell’alveo del mistero pasquale e della redenzione.

Il malato come soggetto di evangelizzazione e di testimonianza

La visione del malato soggetto della pastorale con la sua azione di evangelizzazione e di testimonianza è una sottolineatura del cammino della Chiesa del dopo Concilio, che è stato ratificato ufficialmente con Giovanni Paolo II. Il malato non è un “peso” per la comunità cristiana, ma una opportunità di arricchimento con il suo inserimento negli organismi ecclesiali parrocchiali e con la testimonianza di una vita intessuta di debolezza e di coraggio, fondata su esempi di forza morale, a volte veramente eccezionali. E’ un campo ancora in gran parte inesplorato che la comunità è chiamata a conoscere e a valorizzare, anche attraverso nuovi ministeri affidati agli stessi malati: “La valorizzazione della presenza dei malati, della loro testimonianza nella Chiesa e dell’apporto specifico che essi possono dare alla salvezza del mondo, richiede un lavoro di educazione amorosa da realizzarsi non solo nelle istituzioni sanitarie attraverso un accompagnamento appropriato, ma anche e in modo tutto speciale nelle comunità parrocchiali” (Predicate il Vangelo e curate i malati”, n. 52). Questo spostamento di orizzonte nella Chiesa può essere favorito dal cammino della crescente sensibilità della società civile verso i portatori di Handicap: “A nessuno sfugge quanto sia importante passare da una concezione che intende il malato come oggetto di cura a una che lo rende soggetto responsabile della promozione del Regno. Tale cambiamento di prospettiva è realizzata anche dalla nuova sensibilità sociale e civile che ha trovato un’espressione significativa nelle diverse “carte dei diritti dei malati”. Uno degli aspetti maggiormente considerati in tali documenti è costituito dal diritto del malato a essere coinvolto nella propria terapia, assumendo così un ruolo di responsabilità nel processo di cura che concerne la sua persona” .

Il malato come maestro di vita

La visione del malato come maestro di lezioni imparate alla scuola del dolore è un ulteriore aspetto che la Chiesa ha riscoperto in questi ultimi anni. La Chiesa italiana ha dedicato la 14° Giornata mondiale del malato al tema “Alla scuola del malato” (11 febbraio 20006), preparando anche un sussidio specifico. In esso viene ricordato che chi soffre testimonia l’importanza e il valore della vita in ogni istante e situazione, la necessità di una personale e collettiva responsabilità nel prevenire le cause di malattia assumendo stili sani di vita, l’urgenza che la persona in condizioni di malattia non sia lasciata sola e venga debitamente  curata dalla società e dalla comunità cristiana. Egli educa a scoprire il valore delle realtà essenziali della vita, a scoprire il limite e la provvisorietà della vita umana, a comprendere alla luce della fede, che la sofferenza con la luce della fede assume  un significato che va oltre la semplice valorizzazione umana, in quanto dischiude la via della partecipazione alla salvezza. Infine egli chiede una professione sanitaria  che abbia un’anima, un’economia che non sia prepotente, una riorganizzazione sanitaria che abbia sempre come finalità la cura di ogni persona e la scienza a servizio della vita, una comunità cristiana che sia più attenta al mondo della salute e della malattia per riconoscerlo come terreno privilegiato del Vangelo e si impegni a crescere come comunità che educa alla cura della salute.

Il malato come credente e testimone della domenica

Un ultimo aspetto: Il malato sente particolarmente la festività della domenica, sia in positivo che in negativo. Soprattutto negli ospedali, il senso della festa settimanale può diventare per lui giorno di più acuta sofferenza oppure di gioiosa comunione e di fraternità: “La domenica a volte può apparire al singolo malato un giorno “vuoto” e quasi inutile per la riduzione delle presenze professionali, la sospensione delle analisi e delle ricerche di laboratorio, il poco movimento in corsia, anche se la terapia ordinaria non viene totalmente sospesa. Quindi la domenica può essere percepita come giorno di solitudine e di nostalgia per i familiari lontani, quasi giorno “perso” e di ritardo a processo di guarigione, e trasformarsi in giorno di attesa della ripresa settimanale e del suo ritmo feriale. Dall’altra parte la domenica è e può diventare giorno di festa per la possibilità di partecipare all’Eucaristia (in chiesa o in corsia); per l’opportunità di ricevere la Santa Comunione nel proprio reparto o a letto dal Ministro straordinario della Santa Comunione, per la maggiore libertà e distensione con i compagni di stanza; per la visita dei familiari e amici; per un pasto più gradevole; per la presenza di persone che infondono un senso di speranza e di fraternità, di condivisione e di dialogo”.

Il malato come soggetto e oggetto della carità domenicale

La comunità cristiana, parrocchiale e ospedaliera, può fare molto per i malati, perché la domenica è anche “tempo della comunione, della testimonianza e della missione”: “Il confronto con la parola di Dio e il rinvigorire la confessione della fede nella celebrazione eucaristica devono condurre a rinsaldare i vincoli della fraternità, a incrementare la dedizione al Vangelo e ai poveri”. Giovanni Paolo II nella Dies Domini fa proposte concrete di modalità per vivere la carità nei giorni festivi: “L’Eucaristia è evento e progetto di fraternità. Dalla messa domenicale parte un’onda di carità, destinata ad espandersi in tutta la vita dei fedeli, iniziando ad animare il modo stesso di vivere il resto della domenica. Se essa è giorno di gioia, occorre che il cristiano dica con i suoi concreti atteggiamenti che no si può essere felici “da soli”. Egli si guarda attorno, per individuare le persone che possono aver bisogno della sua solidarietà. Può accadere che nel suo vicinato o nel suo raggio di conoscenze vi siano ammalati, anziani, bambini, immigrati che proprio di domenica avvertono in modo ancora più cocente la loro solitudine, le loro necessità, la loro condizione di sofferenza. Certamente l’impegno per loro non può limitarsi ad una sporadica iniziativa domenicale. Ma posto un atteggiamento di impegno più globale, perché non dare al giorno del Signore un maggior tono di condivisione, attivando tutta l’inventiva di cui è capace la carità cristiana? Invitare a tavola con sé qualche persona sola, fare visita a degli ammalati, procurare da mangiare a qualche famiglia bisognosa, dedicare qualche ora a specifiche iniziative di volontariato e di solidarietà, sarebbe certamente un modo per portare nella vita la carità di Cristo attinta alla mensa eucaristica” (Giovanni Paolo II, Dies Domini, n. 72).

A cura di Maria Piccoli

•• / •••― ――― •―•• ― •• / ―•• • •―•• •―•• •― ―― ―― •― •―•• •― ― ――― / ―• • •―•• •―•• •― / ―•―• ――― ―― ••― ―• •• ― / ―•―• •―• •• ••• ― •• •― ―• •―

ORANews

Oratorio San Luigi di Leno


Commenti