“I poveri li avrete sempre con voi”

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Quella della povertà è una situazione nella quale siamo immersi oggi più che nel recente passato: tante famiglie e persone della nostra comunità la sperimentano sulla loro pelle e si sforzano di andare avanti con dignità, nella speranza che si esca presto da questo tunnel. Le povertà di oggi, del resto, sono di diversi tipi: la carenza di mezzi materiali per la sussistenza, la mancanza di lavoro, l’ignoranza culturale, l’ignoranza religiosa, la povertà spirituale, la povertà intellettuale…
In un modo o nell’altro siamo tutti poveri di qualcosa, per questo sentiamo il desiderio di migliorare sempre la nostra vita; anche perché spesso le diverse povertà si alternano e a volte coesistono nel passare della nostra vita. Del resto Gesù ci ha avvertiti: “I poveri li avrete sempre con voi”.
Ma da cosa dipende questo permanere della povertà e, quindi, dei poveri nella storia dell’umanità? Spesso dipende dal comportamento dell’uomo: “Homo homini lupus (l’uomo è un lupo per l’uomo)” come affermavano Plauto e altri filosofi; e quindi cerca di impossessarsi di ciò che è di altri, a volte semplicemente per sopravvivere, ma molto spesso per arricchire se stesso e poter così diventare padrone, tenendo in mano il destino altrui, spinto dalla bramosia di onnipotenza. Questo stile crea schiavitù e oppressione, suscitando inevitabilmente desiderio di liberazione in chi è oppresso e, spesso, guerre, nelle quali sono sempre perdenti sia gli oppressori che gli oppressi. Dopo una guerra, infatti, anche se vincono i poveri che reclamano giustizia e libertà, sul campo rimangono sempre morti, macerie, distruzioni, rancori e ancora desiderio di vendetta.
E’ per questo che la Chiesa, soprattutto nel secolo scorso e in questo nostro secolo, per mezzo della voce dei papi, grida ad alta voce: “Nulla è perduto con la pace, tutto può esserlo con la guerra” (Pio XII); “Non più la guerra, non più la guerra. La pace deve guidare le sorti dei popoli e dell’intera umanità” (Paolo VI all’ONU); “Mai più la guerra, avventura senza ritorno!” (Giovanni Paolo II); “La pace è anelito insopprimibile presente nel cuore di ogni persona, al di là delle specifiche identità culturali” (Papa Benedetto XVI); “Scoppi la pace! Mai più la guerra! Mai più la guerra!” (Papa Francesco).
Quanta desolazione creano l’odio e la guerra! Quanta povertà! Noi oggi assistiamo ai risultati dell’odici e della guerra: coloro che fuggono da queste situazioni, impoveriti a causa di esse, fino a privarli della loro dignità, sono qui in mezzo a noi e ci chiedono pietà nel nome di Dio.
Ma la povertà è frutto anche dell’egoismo personale e famigliare: senza volersi elevare a padroni degli altri, anche tanti cristiani pensano solo al benessere proprio e delle proprie famiglie. Un benessere tanto esagerato che “grida vendetta al cospetto di Dio”, soprattutto in una situazione come quella attuale, nella quale molte famiglie non hanno più i mezzi di sussistenza quotidiana per mancanza di lavoro, per situazioni particolari di malattia o di altro disagio sociale. Il Signore ci chiama a condividere il “pane quotidiano” con i fratelli che “nulla hanno di preparato”, affinché non ci sia chi ha troppo e chi non ha niente. Del resto, si sa, la povertà dei beni materiali è essenzialmente il risultato, oltre che delle distruzioni – come dicevo – anche di una cattiva distribuzione dei beni della terra e di un loro cattivo uso; chi ha troppo ha anche ciò che è di altri, che non hanno niente.
Infine, la povertà è la situazione propria di chi sa di non bastare a se stesso, perché non è padrone né della propria vita, né del creato: questa è la povertà positiva di cui parla Gesù nel Vangelo. In questo caso il povero è colui che sa di essere in cammino su una terra che confina col Cielo, che ne è la meta. Solo giunto alla meta, avendo portato a compimento il cammino, troverà la perfezione della “povertà”, vissuta in modo imperfetto qui sulla terra. Allora incontrerà quel Dio che, manifestatosi qui sulla terra nel segno di un bambino povero, di un adolescente vivace, di un figlio obbediente, di un lavoratore serio, di un maestro saggio e buono, di un giusto accogliente e di un amico che da la vita per chi lo ama e per chi lo odia, ha svelato la verità della vita non come possesso proprio, ma come dono offerto da offrire.
Dio, allora lo illuminerà, mostrandogli che la pienezza di povertà è pienezza di Dio, perché è il vero modo di fare spazio a Lui nella vita terrena, per cui meno abbiamo di beni materiali, che pure sono doni, più siamo in Lui e Lui in noi. Così l’esercizio di offrire ai più poeri le nostre piccole o grandi ricchezze ci insegna che noi più che di beni materiali abbiamo bisogno di beni spirituali, di Dio, e che se non usiamo i beni materiali per cercare Dio, essi diventeranno la nostra rovina, perché anziché condurci ai confini della terra, dove essa si unisce al Cielo e farci compiere il passaggio a una vita piena che non si spegne più, ci imprigiona nel profondo di un abisso qui sulla terra, che crediamo essere il palazzo della vita e invece è il regno della morte.
Ecco il messaggio del Natale: assumere la povertà di Gesù per sconfiggere le povertà umane, che distruggono la vita, e portare a perfezione la povertà di Gesù in noi, donando ciò che siamo e ciò che abbiamo per scoprire che proprio questa povertà è la vera ricchezza che non appassisce mai.
A tutti Buon Natale e Buon Anno.

Monsignore

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