I figli degli altri

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Figli non nostri. Padri non biologici, ma spirituali. In questi giorni di scandali e processi mediatici tutti i preti si sono sentiti tirati in ballo. Alla gogna senza processo, senza possibilità di difendersi, in maniera indifferenziata, senza poter provare che insieme a tanto male fatto da alcuni confratelli, e decisamente stimmatizzato con parole precise da Benedetto XVI nella sua Lettera ai cattolici irlandesi, c’è il bene quotidiano della maggioranza dei sacerdoti.

Nessuna scusa, come è stato detto, anche un solo abuso è di troppo, ma il rischio di trascinare tutto nel fango è reale. È vero, la macchia della pedofilia segna ed è indelebile, ma per rendere giustizia agli innocenti non possiamo giudicare e condannare in maniera generalizzata. Non ci vanno di mezzo solo i preti, ma tutta la Chiesa. Serve pertanto, anche in questo caso, metodo, chiarezza sui colpevoli e certezza della pena. 
Coloro che amano la Chiesa, amano la verità e davanti agli episodi d’Irlanda e di altri Paesi non possono che sentirsi angosciati, increduli: “Ma come è possibile? I nostri preti, coloro che accompagnano i nostri figli, accusati di atti criminali?”. Dubbio, smarrimento, ombre. La gente parla, qualcuno ignora, ma qualcuno tace. Tace, ma vede anche ciò che non è messo in luce. Vede la Chiesa e i preti che continuano a servire il Vangelo e la vita degli uomini, dei poveri e dei piccoli. Vede la fede, la dedizione e l’autentico spirito di servizio di tanti consacrati. 
Per questi le parole del Papa, in questo Anno sacerdotale, sono un balsamo di consolazione, fiducia e speranza. Fiducia, soprattutto, espressa anche dal card. Angelo Bagnasco nella sua prolusione al Consiglio permanente della Cei verso i sacerdoti che vivranno proprio nei prossimi giorni un Giovedì Santo, attorno ai propri vescovi, speciale, difficile, ma sempre autentico. Speciale perché cade in questo Anno sacerdotale, difficile per ciò che del clero si sta raccontando nel mondo, ma sempre autentico perché vera è la determinazione dei preti nel rinnovare al Signore il dono totale della propria vita sull’esempio di Gesù nel giorno dell’istituzione del sacerdozio e dell’Eucaristia.

Questi padri, senza figli sono in mezzo a noi. Non fanno rumore e se smettessero d’incanto di occuparsi dei figli degli altri per paura, per ritegno, per prudenza o per non cadere nel tranello di chi il male lo vede anche dove non c’è, ne sentiremmo la mancanza. I preti non lo farebbero e non lo faranno. Gli parrebbe di tradire il mandato di Gesù. Continuerebbero a voler bene nel Suo nome, anche se la società smettesse di comprenderli e di riconoscerne il valore. È, quindi, indubitabile che i gravi atti di abuso e le ferite nell’anima delle giovani vittime resteranno nella memoria collettiva, ma spero lo siano anche, in milioni di uomini e di donne, la vicinanza e l’amicizia di preti che sono state fondamentali per la loro crescita, per innamorarsi della vita e delle cose grandi che contano, magari nel tempo dell’infanzia e dell’adolescenza. 
Una memoria che non può che continuare a far bene alla nostra società e al nostro futuro. Per molte persone, forse oggi lontane dalla Chiesa, avere nel cuore questo ricordo bello e puro è una gioia. Ha i contorni di un campo estivo, di un grest in oratorio, di un ritiro spirituale, di una chiacchierata sotto un cielo stellato o di un gesto di perdono. Le ha fatte star bene con se stessi, con Dio, con gli altri.

Per i padri dei figli degli altri valgono le parole di Gesù sulla montagna: “Beati voi, quando vi perseguiteranno, e mentendo diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi e gioite perché la vostra ricompensa sarà grande nel regno dei cieli”.

don Carlo

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