I bambini e la Fede

Insegniamo a nostri figli a pregare, non solo a dire preghierine

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Scriveva don Oreste Benzi, fondatore della Comunità papa Giovanni XXIII: “I vostri figli non seguono ciò che voi dite, ma quello che voi siete”. Ed esemplificava: “Un giorno portavo la comunione agli ammalati. Mentre davo Gesù a un ragazzo cerebroleso gravissimo, la mamma disse al fratellino di tre anni: “Dì le preghierine”. Lui obiettò: “Io non dico le preghierine”. Intervenni io dicendo: “Signora, Franchino non vuole dire le preghierine, vuole parlare con Gesù”, e mi raccolsi in preghiera in silenzio. Franchino congiunse le mani e cominciò a parlare con Gesù, come poteva. Il bambino non “dice le preghierine” ma “prega”, e pregare è pensare a Dio volendogli bene, è lasciar venire in noi il buon Dio e dare spazio allo Spirito Santo che prega dentro di noi. Di tutto ciò, il bambino, il ragazzo, l’adolescente ha bisogno. Ma come un bambino impara a parlare vedendo e sentendo parlare, così impara a pregare vedendo e sentendo pregare”.

Insegnare la fede in famiglia

Non c’è un’età giusta per educare alla fede. Per questo cammino non basta far battezzare il bambino, serve accompagnarlo nel suo cammino di crescita condividendo con lui lo spazio che Dio ha nel nostro cuore. Con il bambino piccolo lo strumento è la parola: come gli spieghiamo che un piatto si chiama piatto, così, di fronte ad un’immagine sacra, gli possiamo dire: questo è Gesù, questa è la sua mamma. Come lo portiamo al parco o in mille altri posti, così lo possiamo portare in Chiesa, fargli cogliere il silenzio, le luci delle candele, coltivare il suo stupore, ecc. Ci sono però tre verbi che dobbiamo coltivare in noi e trasmettere a lui, soprattutto con la testimonianza: fidarsi, promettere, stupirsi.

Fidarsi

I bambini hanno bisogno di potersi fidare dei loro genitori, ma sovente noi adulti diciamo ma non facciamo, non abbiamo mai abbastanza tempo, ecc. Capita che un bambino dubiti che il suo papà arriverà in orario ad una recita, perché purtroppo succede. E, quando succede, dobbiamo saperci scusare e dimostrare che gli vogliamo bene, anche se siamo arrivati in ritardo. Dio ci vuole bene. Aiutiamo i bambini a fare una piccola preghiera, da soli, davanti all’immagine di Gesù nella loro cameretta: “Papà Dio ci ha tanto amato, che ha dato per noi suo Figlio Gesù”. Il momento più adatto è la sera, quando il bambino si consegna al buio della notte e all’ignoto del sonno. Si addormenterà con la certezza dell’amore non solo di papà e mamma ma anche di papà Dio e dell’amico Gesù. La loro compagnia è più forte di ogni paura.

Promettere

I bambini sperimentano che la forza delle relazioni, con coetanei ai giardinetti, alla scuola d’infanzia, con i fratellini, con papà e mamma, si fonda anche sulla capacità di farsi delle promesse di bene. Dal segno convenzionale del pollice in su che segna il valore di un’amicizia fra piccoli, al bacio della buonanotte che ogni sera chiude in sigillo la promessa di amore che reciprocamente genitori e figli si scambiano: le promesse sono segni e gesti, prima che parole. E quando le promesse non vengono mantenute, insegniamo e testimoniamo il perdono e la riconciliazione.

Stupirsi

Lo stupore è alla base di ogni atto conoscitivo del bambino, e apre in lui anche l’immaginazione. La via più facile di esprimere lo stupore è nel volto, e nelle domande. Se le domande verranno accolte, suscitate ed apprezzate, lo stupore resterà una costante nella crescita umana del bambino, un atteggiamento positivo. La domanda su Dio si esprime, spesso, come interrogativo sul senso dell’universo e, quindi, come interpellanza sul valore del vivere e del morire. Come genitori, la risposta alla domanda religiosa la troviamo nella vita di Gesù, nella sua “buona notizia”. “Solo se guardiamo i bambini con gli occhi di Gesù possiamo veramente capire in che senso, difendendo la famiglia, proteggiamo l’umanità! Il punto di vista dei bambini è il punto di vista del Figlio di Dio”.

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