I 95 anni di mons. Bruno Foresti

Il 6 maggio il Vescovo emerito di Brescia festeggia il significativo compleanno. La testimonianza di don Adriano Dabellani, che per otto anni è stato il suo segretario

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Il 6 maggio il Vescovo Foresti Mons. Bruno compie 95 anni. Di questi 15 sono stati vissuti a Brescia come Vescovo ordinario. Nato a Tavernola Bergamasca il 6 maggio del 1923, ordinato sacerdote il 7 aprile 1946, il 12 dicembre 1974 è eletto vescovo ausiliare di Modena e Nonantola, di cui diverrà arcivescovo il 2 aprile 1976. Ricevette l’ordinazione episcopale il 12 gennaio 1975 dall’arcivescovo Clemente Gaddi (coconsacranti: l’arcivescovo Giuseppe Amici, e il vescovo Luigi Morstabilini). Restò a Modena fino al 7 aprile 1983, quando venne trasferito alla sede vescovile di Brescia. Dove fece il suo ingresso il 18 giugno dello stesso anno.

Il Buon Pastore, tramite il  S. Padre, da Modena  lo inviava a  Brescia. Noi lo abbiamo accolto con la preghiera e nella gioia. Il Vescovo Bruno ha visssuto il senso della rilevanza della missione episcopale e particolarmente dei doveri di ministero, di magistero e di guida pastorale che essa comporta.

L’abbiamo conosciuto come un innamorato di Gesù Cristo.  Il centro della spiritualità episcopale   e il segreto della fecondità pastorale di ogni Vescovo è senza dubbio la passione per il Signore Gesù, vero Dio e vero uomo. Il Figlio di Dio crocifisso e risorto è sempre   l’argomento unico delle sue riflessioni, l’interlocutore principale dei suoi scritti e delle sue decisioni.

Si è presentato a noi come l’araldo del Vangelo.  Il Vescovo, come il profeta Geremia, è l’uomo della parola. Con lui i sacerdoti, ministri sermonis, sono chiamati ad annunciare il messaggio di salvezza: “Annuncia la Parola, insisti al momento opportuno e non opportuno, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e insegnamento.” (2 Tm 4,2). Ci ha donato il desiderio ardente di amare la Parola di Dio; di rileggerla con occhi nuovi e con cuore puro, nelle pagine luminose del Magistero; di ricercarla riflessa e sollecitante, fra le pieghe degli segni dei tempi.  Attraverso i mezzi della comunicazione sociale, ci ha comunicato il desiderio di testimoniare umilmente ma seriamente, in esperienza di vita, la trasparenza e la sapienza del Vangelo.

La Chiesa di Brescia è stata la sua famiglia. Quella del pastore è una dedizione che lo porta quasi a identificarsi col gregge e a farsi carico di tutte le sue vicende, penose o liete che siano. Ci ha amati di un amore generoso, disinteressato, costante e fedele. Le sue preoccupazioni per il bene di questa sua e nostra chiesa sono state pronte e costanti, multiformi e saggiamente armonizzate. Ha conosciuto e amato il nostro popolo di Dio, ha scoperto la sua fede genuina, forte, gioiosa e radicata. La sua dedizione ci ha più volte ricordato le parole di S. Paolo: “Così affezionati a voi, avremmo desiderato darvi non solo il vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari (I Ts 2,8).  Rispettoso dell’autorità, non ha avuto timore, a esprimersi in pubblico con una franchezza alcune volte ritenuta inaudita.  Con questa chiarezza ha dialogato con parole e gesti luminosi e vigorosi e si è espresso con il linguaggio della tenerezza, del coraggio e del futuro. Ha parlato, insegnato e deciso con la ricchezza della sua angusta umanità, come persona concreta che possiede una sua mentalità e una sua sensibilità e con la grazia che gli viene dall’autenticità del suo mandato.  Nessun Vescovo è icona della episcopalità venerabile e muta.

Ha vissuto tra noi come un pastore in actione contemplativus. Come vescovo, segno eminente di Gesù pastore e vescovo delle nostre anime, ha esplicato il suo ministero soprattutto come padre nello spirito, come insonne e affezionato fratello.  Ci ha più volte ricordato che padri non si nasce, nemmeno con l’episcopato, lo si diventa in faticosa gestazione, pregando, camminando, lavorando e riflettendo insieme.

Il dono grande che il Presbiterio è chiamato a coltivare e custodire è la comunione di preghiera, di carità e di vita con il Vescovo. Nella diversità dei ministeri e dei carismi, ci ha aiutato a consolidare ad ogni livello l’unum sint  del Signore, unità di intenti, di affetti e di collaborazione, dono del Padre e dello Spirito. Non si dimentichi che l’unità, dono di Dio, è una benedizione dinamica e vitale che si nutre di paziente correzione fraterna. La sua piena e felice affermazione non può essere affidata alle sole strutture. Ogni giorno nella preghiera va vissuta e riconquistata, va guarita nelle sue ferite, va riproposta con maggior luminosità e più grande amore.

Ha benedetto più volte la devozione alla Madonna, ancora vivissima e largamente diffusa tra noi, arricchendola di contenuti teologici, ponendola al servizio del vangelo, orientandola a vivere con coraggio e fedeltà il nostro presente. Ha celebrato la viva memoria dei nostri Santi Patroni riscoprendo la grandezza e la fecondità del loro martirio, facendo diventare il loro culto una privilegiata sorgente di amore alla chiesa.

Ai sacerdoti alle persone consacrate ha sempre ricordato che il rapporto vitale con Cristo ci fa essere “permanenti “ in preghiera, cioè persone che respirano  una spiritualità seria, profonda e impegnata per amare il Signore di un amore umile, e forte, gioioso e leale.  Alla preghiera deve poi ricongiungersi, come sua naturale conseguenza e sua riprova di autenticità, il servizio e l’amore ai fratelli, la diaconia sacerdotale e religiosa della dedizione generosa e totale, celibe e verginale, umile e povera.

Al seminario diocesano ha sempre riservato attenzione pastorale affettiva e concreta, perché in questa famiglia della speranza, vivono e si preparano i nostri futuri presbiteri. Verso di esso ha orientato la simpatia della fede e la generosità della Diocesi. Si è adoperato perché il diaconato permanente e i ministeri istituiti, doni del Signore, si dilatassero all’interno della nostra chiesa.

Nella visita pastorale ha visto il bene lungamente e pazientemente seminato da ottimi sacerdoti, religiosi e laici, raccolto e trasmesso da chi ci ha preceduto, per poi essere donato alle nuove generazioni.

Ha accompagnato i laici nella affascinante e non facile missione di annunciare la gioia del vangelo con il contagio della testimonianza, con l’ascolto e in comunione con la chiesa, con la rispettosa chiarezza dell’annuncio di Cristo e del suo pensiero nei vari ambiti di vita e della società.

Alle giovani generazioni più volte ha detto di non aver paura a porre il Signore Gesù  al  centro della loro vita, vivendo una gioiosa appartenenza ecclesiale. Il Signore cerca cuori giovani e giovani dal cuore grande, capaci da andare contro corrente, coraggiosi nel fuggire i modelli di vita improntati all’apparire e all’avere a scapito dell’essere.

Nei viaggi missionari, mentre si immergeva nella vitalità delle chiese geograficamente lontane, pastoralmente e culturalmente diverse, ha respirato il respiro della Chiesa universale.

Il 19 dicembre 1998 rassegnò le dimissioni alla guida della diocesi bresciana per raggiunti limiti di età, divenendo arcivescovo emerito di Brescia. Lascia la diocesi l’11 gennaio del 1999 ritirandosi a Predore, nella diocesi di Bergamo.

Don Adriano Dabellani

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