Gli orizzonti di mons. Tremolada

Il nuovo Vescovo ha incontrato i giornalisti bresciani, indicando nelle sue risposte alcune priorità in tema di pastorale, giovani, stranieri e preti

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di Massimo Venturelli

Tra i primi bresciani che il nuovo vescovo Pierantonio Tremolada ha avuto modo di conoscere (fuori il dente fuori il dolore? ndr) a pochi giorni dalla sua nomina, ci sono stati i rappresentanti dei media locali. Li ha incontrati nel corso di una conferenza stampa indetta nella curia milanese. Di buon grado si è sottoposto al fuoco di fila di domande che hanno spaziato su diversi argomenti. Nelle sue risposte sono emerse chiare alcune linee e alcune attenzioni che potrebbero segnare il suo episcopato a Brescia in tema di pastorale, di attenzione ai giovani, di multiculturalità e di rapporto con i sacerdoti.

La Chiesa e i preti bresciani fanno fatica a cogliere ciò che oggi è essenziale alla pastorale e al tempo presente. Come capire cosa lasciare? 

Una prima risposta a questa domanda arriva dall’Evangelii Gaudium di papa Francesco che raccomanda di puntare sull’essenzialità: dobbiamo fare in modo che chi ci incontra riconosca immediatamente ciò che è essenziale del Vangelo: l’essere amati e salvati da Dio. Mi domando, però, cosa significhi vivere l’esperienza dell’essere amati e salvati da Dio. In altre parole mi piace pensare che dobbiamo fare in modo che tutto ciò che proponiamo, che organizziamo anche ecclesialmente con le nostre istituzioni, le nostre strutture, faccia percepire immediatamente questa carica di vita che permette alle persone di sentirsi riconosciute, accolte, apprezzate, sostenute e consolate. Dovremmo fare in modo che la nostra pastorale, tutta la nostra attività di Chiesa, sia in grado di raggiungere le persone a partire dal loro volto. Il volto è una delle caratteristiche delle persone che dice la singolarità di ciascuno. Come Chiesa siamo chiamati a fare in modo che le persone si sentano immediatamente riconosciute e accolte per il volto che hanno. Forse non dovremo troppo insistere e investire per conservare ciò che abbiamo, ma per renderlo capace di incontrare le persone a partire dal loro volto. Questo per consentire di dare verità a quanto l’Evangelii Gaudium ci raccomanda. Perché le persone si sentano amate da Dio richiede innanzitutto che si percepiscano riconosciute per il volto che hanno, per l’identità che possiedono. Cosa questo significhi non è possibile definirlo a tavolino; chiede invece di calarsi nelle situazioni concrete e con questa attenzione cercare di capire quali sono le scelte che sarà giusto operare.

Dai commenti raccolte subito dopo la sua nomina a Vescovo di Brescia è emerso il suo legame con il mondo dei giovani… 

Devo dire che la realtà dei giovani mi sta molto a cuore. Sono anche convinto che nella misura in cui evitiamo di interrogarci su quello che i nostri giovani stanno vivendo non riusciremo a comprendere la situazione attuale, perché il segreto sta nel rapporto tra presente e futuro. Credo, per quel poco che ho capito anche alla luce del dialogo con i giovani, che siamo chiamati a combattere tre avversari seri che minacciano le loro esistenze: il senso dell’insicurezza, la solitudine e l’indifferenza. E per fronteggiare questi avversari occorre raccogliere il contributo che arriva da quel tesoro che è la Parola di Dio. Anche alla luce dell’esperienza vissuta con il card. Martini, ho visto che quando con i giovani ci si mette in ascolto della Parola di Dio, si riesce a recuperare quello spessore di vita che è fatto di relazioni, di responsabilità, di impegno, di capacità di riconoscere il valore della persona che si ha davanti e di lettura di situazioni anche complesse. Quello dei giovani è forse il punto su cui la Chiesa fa un po’ più fatica. Fatichiamo a immaginare come porci nei confronti dei giovani perché, forse, facciamo fatica ad ascoltarli. Finiamo col problematizzare la questione. Personalmente non credo affatto che quello dei giovani sia un problema; dobbiamo invece ribaltare la prospettiva e cercare di capire quello che oggi stanno vivendo.

Che Vescovo troveranno in lei i preti bresciani? 

In me troveranno un Vescovo che veramente vuole essere una cosa sola con il suo presbiterio. Se c’è una priorità che vorrei porre da subito con il mio arrivo a Brescia è proprio quella del rapporto con i preti, con il clero, insieme a quello con i giovani e i più deboli, quelli che faticano nella vita. Ai sacerdoti unisco i diaconi, i ministri ordinati. La Parola di Dio, in particolare gli Atti degli Apostoli, ci aiuta a comprendere che il Vescovo e il presbiterio sono una cosa sola. Non esiste il Vescovo senza i preti e viceversa. Il Vaticano II ha introdotto questa idea bella e chiara: esiste il presbiterio, non il singolo sacerdote, ogni sacerdote è strettamente collegato agli altri e questi con il Vescovo. Quando arriverò a dire qualcosa come Vescovo, mi piacerebbe che venisse percepito come detto insieme a tutto il presbiterio, ai miei preti. Questo, però, presuppone anche l’esistenza di un forte dialogo. Troveremo il modo di rendere frequente questo dialogo. Cercherò di conoscere uno per uno i miei preti, di incontrarli personalmente visto, che a Dio piacendo, qualche anno dovrei averlo ancora davanti.

Brescia, come molte altre città, vive il tema della multiculturalità. È un tema che interpella anche la Chiesa… 

Il tema è sicuramente importante. Dio ha voluto l’umanità colorata; poi c’è stata la pagina della torre di Babele, che è il tentativo imperiale di omologare la società, l’imposizione di un cliché in cui tutti devono riconoscersi. Sono convinto che questo non debba ripetersi. Credo molto in quella che Tonino Bello definitiva la convivialità delle culture o delle differenze. Ogni tentativo di catalogare questa problematica in qualche definizione crea problemi. Cosa significa parlare di integrazione? Forse che l’altro debba diventare quello che sono io? Assolutamente no. E quando si parla di accoglienza non ci si deve limitare ad aprire le porte, ma anche di vivere insieme. Se si è differenti la vita insieme non è scontata. La serietà necessaria per affrontare queste questioni male si sposa con l’ingenuità. Occorrerà riflettere molto. Mi piace molto di più l’espressione amicizia tra i popoli. Che su uno stesso territorio le persone tendano a una reale amicizia consente di rispettare le differenze e nello stesso tempo invita a creare legami. Dovremo trovare le parole giuste e dargli il dovuto significato. L’aggettivo cattolico significa universale. La Chiesa è cattolica perché è universale. A volte, invece, ho la sensazione che a questo aggettivo si dia il significato opposto, facendo così apparire la Chiesa come chiusa. Cattolico vuol dire aperto a 360 gradi, nella linea del progetto di Dio di cui si parla nel libro della Genesi. Non credo che sarà facile vivere tutto questo. Anche per quanto riguarda le religioni a me piace ricordare quanto affermava il card. Martini. “Il vero dialogo – diceva – lo faranno le persone veramente religiose”. Il dialogo si fa tra persone. La dove ci sono persone che davvero credono in Dio, indipendentemente dalla religione professata, non dovremo avere paura, perché queste persone dialogheranno tra di loro. La dove ci sono persone che credono in Dio non ci sarà mai violenza contro gli uomini. Quando questo non avviene significa che si sta piegando la religione ad altri scopi e quando questo avviene bisogna dire con fermezza che c’è un comportamento che distrugge le religioni. Questo anche per salvaguardare una convivenza che per sta per nascere. Siamo solo agli inizi di un processo che sarà lunghissimo.

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