Giovani testimoni del mondo

Interiorità, responsabilità, unità e amabilità: sono le parole chiave che il vescovo Tremolada ha consegnato alle migliaia di giovani giunti in Cattedrale in occasione della Veglia delle Palme.

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Cari giovani, benvenuti!

Ci vediamo per la tradizionale Veglia della Domenica delle Palme. Per me è la prima volta ed è un momento importante e atteso. Sono felice di incontrarvi e di condividere con voi i pensieri che in questi primi mesi del mio episcopato a Brescia mi sono sorti nel cuore a vostro riguardo.

Siete giunti in questa piazza percorrendo strade diverse della città. Lungo il tragitto avete avuto modo di meditare sulla figura di Maria, la Madre del Signore. Vi è stata presentata la sua piena disponibilità all’ascolto, la sua ammirevole fiducia in Dio, di cui sono prova le parole rivolte all’angelo: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me secondo la tua parola”. Il segreto della sua grandezza è tutto in questa frase: “Si compia in me la Parola del Signore”. Mi piace sottolineare che al momento del suo “sì”, destinato a cambiare le sorti del mondo, Maria è una giovane donna. Giovane come lo siete voi.

Ascoltare: è questo un verbo fondamentale, che vorrei ci diventasse sempre più caro. Esso indica un impegno impegno inderogabile ma ancor prima il moto istintivo di un animo nobile. Ascoltare Dio e ascoltarci in Dio: ecco il nostro compito. Chi ascolta si apre ad accogliere il dono della verità, di cui non si ritiene padrone ma servitore. E la verità giunge a noi anzitutto dall’alto, ma si fa conoscere anche attraverso ogni volto che incontriamo, ogni ambiente che frequentiamo, ogni evento che viviamo.

Anche noi ci siamo messi in ascolto. Lo abbiamo fatto in preparazione al Sinodo sui giovani, indetto da papa Francesco per il prossimo mese di ottobre. In verità siete stati soprattutto voi – cari giovani – a realizzare questo ascolto. Voi che questa sera siete qui e per grazia siete più vicini alla realtà della Chiesa, avete accettato la sfida. Forse non tutti, ma certo alcuni. E non pochi. Vi siete messi a dialogare con chi è forse lontano dai nostri ambienti ma non dalle domande sulla vita. Nello spazio aperto da una confidenza discreta, spesso a tu per tu, è così sorto un dialogo che ha dato molto frutto. Grazie a voi ha cominciato ad avverarsi quanto manifestato con sorpresa da qualcuno dei giovani che voi stessi avete ascoltato: “Ma davvero i vescovi credono che i giovani possano aiutare la Chiesa a cambiare? Sono davvero disposti a cambiare qualcosa di quel che pensano? Mi piacerebbe sentirgli dire: “Sì, sono disposto a cambiare, ad accettare la tua situazione, a fare miei i tuoi sogni”.

Provo allora anch’io a raccogliere qualche frase di questo dialogo in corso e a lasciarmi interpellare. Vorrei farlo però con voi, rivolgendomi a voi che siete qui stasera, pensando al vostro e nostro compito, cioè alla nostra missione di annuncio per il bene del mondo. Cosa cominciare a fare per raccogliere i primi frutti di questo ascolto? Ritengo infatti che ciò che stiamo ascoltando vada considerato un appello, un messaggio lanciato a cui occorre cominciare rispondere. Ho pensato così di consegnarvi questa sera quattro parole, con le quali vorrei provare a descrivere il vostro compito di testimoni a favore di altri giovani ma anche dell’intero mondo attuale. Cominciamo così insieme a delineare la strada da percorrere per consentire al Vangelo di offrire a tutti la sua forza di salvezza.

La prima parola che vorrei consegnarvi è “interiorità”. Mi hanno colpito alcune vostre frasi raccolte nell’ascolto: “La mia grande paura è quella di vivere come un criceto: una vita ingabbiata e banale. Ho sete di vita e di vita vera. Ma non ho ancora trovato la bevanda che mi sazia. Faccio un po’ di zapping per trovare il canale giusto”. Ancora: “Sento il bisogno di fermarmi e di respirare in mezzo a tutte le corse della mia vita. Vivo una accelerazione pazzesca … Vorrei potermi fermare, senza il rischio di rimanere fuori o indietro”. Infine: “Vorrei poter essere me stesso, non dover continuamente fingere o simulare per essere accettata o all’altezza della situazione. Non voglio rinunciare a quello che sono, ma devo continuamente adattarmi a ciò che dovrei essere, scendere a compromessi e sorridere anche quando vorrei urlare”.

Credo che a questa passione per la vita cui si mescola un senso di insicurezza per le sue concrete condizioni si risponde anzitutto con la riscoperta convinta dell’interiorità. Interiorità non è intimismo, non è fuga dalla realtà, non è perdersi nell’indistinto cosmico. Interiorità è riscoperta della bellezza e della profondità della parte invisibile della nostra persona, cioè della nostra anima e della nostra coscienza, del luogo segreto dove maturano le nostre convinzioni e decisioni. L’interiorità conferisce alla libertà la sua forma non teorica, il suo reale dinamismo, fatto di sentimento, desiderio, intenzione, cioè di tutto ciò che precede l’azione. Molto di ciò che noi siamo, anzi l’essenziale, non è visibile agli occhi degli altri e nemmeno ai nostri.

Interiorità è scoperta della dimensione infinita del cuore, un abisso di noi che solo Dio conosce e a cui guarda con la misericordia che lui solo possiede. È nell’interiorità dell’uomo che sorge a matura la fede, perché nel segreto della nostra interiorità abita e opera lo Spirito santo, “ospite dolce dell’anima, luce beata del cuore, consolatore perfetto” – come recita una bella preghiera della tradizione cristiana. È lì che si comprende che cosa significa credere e che cosa si deve credere. Trova così risposta la richiesta seria che sorge da questa considerazione venuta da uno di voi: “I giovani desiderano credere, ma non sanno in che cosa”.

Cari giovani, siate dunque esperti di vita interiore. Siate persone che conoscono, apprezzano e amano il mondo segreto del proprio io. Non siate superficiali, siate profondi, abituati a gustare e non soltanto ad assaggiare. Siate cercatori appassionati della verità, amici del silenzio e della riflessione. Non sarete allora ostaggio di un’opinione pubblica fluida e agitata, troppo condizionata da luoghi comuni e da pregiudizi, spesso in balia di sensazioni e istinti, solo illusoriamente libera. Abbiate il coraggio delle vostre idee, ma maturatele con serietà, nel segreto della vostra coscienza e in ascolto della Parola di Dio. Se questo sarà il vostro desiderio, potremo anche cercare di realizzarlo insieme. “Ci serve che la Chiesa ci aiuti a sognare” – ha detto uno di voi. Avrei proprio piacere che questo avvenisse.

La seconda parola che vi affido è “responsabilità”. Me la suggeriscono anche in questo caso alcune delle vostre frasi. Qualcuno ha detto: “Non mi va bene niente. Rischio di criticare tanto e di impegnarmi poco per cambiare il mondo”. Più in generale, un altro ha aggiunto: “Noi giovani manchiamo di responsabilità rispetto alle scelte e azioni. Ci è più facile vivere senza pensare alle conseguenze, agli effetti, alle connessioni possibili”. E un terzo: “Mi ricordo che il papa ha detto di non guardare la vita dal balcone. Io ci sto provando a scendere in campo, ma mi sento un po’ solo e non so come fare per stare nella vita”.

È indispensabile prendere sul serio ciò che siamo e ciò che facciamo. Questa è la responsabilità. Siamo chiamati a farci carico del nostro personale destino ma anche di quello del mondo. Ognuno di noi è un dono per gli altri e non solo un soggetto proteso alla propria realizzazione. Il bene mio e il bene del mio prossimo, nell’ottica della fede, non sono separabili. Responsabilità è perciò lotta contro la pseudo-cultura dello sfascio e dello sballo, ma anche della noia e dell’indifferenza, di uno stile di vita distruttivo e inconcludente. È anche assunzione di una posizione critica nei confronti di una libertà intesa come arbitrio e eccesso, libertà che rivendica il proprio diritto e non considera quello dell’altro, che non mette in conto nessun dovere e nessun limite, che diventa facilmente presuntuosa e prepotente. Responsabilità è governo di se stessi e grande rispetto per gli altri. È obbedienza a ciò che la coscienza domanda, quando la si ascolta con onestà. È fare non semplicemente quel che mi piace ma quello che è giusto. È guardare la vita con coraggio, immaginazione, creatività, nello slancio di un cuore giovane, puntando in alto senza paura, sentendosi protagonisti del futuro e cominciando a costruirlo adesso.

La terza parola è “unità”. È la parola con la quale vorrei esprimere l’esigenza vitale di non essere soli, di vivere uniti, di camminare insieme. “I giovani cercano relazioni” – ci avete detto. Di contro, qualcuno di voi ha osservato: “Non so, a me la Chiesa sembra tutto tranne che una comunità”. Vi confesso che queste parole, che reputo del tutto sincere, mi addolorano molto e mi fanno pensare. Stiamo rischiando di non trasmettere a voi giovani l’essenza del Vangelo, cioè la carità, l’amore vicendevole, la comunione che nasce dalla fede. Della prima comunità cristiana, a Gerusalemme, si diceva che avevano un cuore solo ed un’anima sola e che nessuno tra loro era bisognoso. Molti di fronte a questo rimavamo affascinati. Profondamente uniti interiormente, i primi cristiani erano capaci di accogliersi, aiutarsi, sostenersi, perdonarsi: tutto nel nome del Signore. Il Vangelo è certo capace di creare unità tra le persone, perché esalta e rafforza le relazioni, senza le quali la vita si spegne. Non si può vivere da soli. Bastare a se stessi è un’illusione ed è anche un enorme impoverimento. Avete ragione quando dite che le relazioni sono essenziali, che l’amicizia è un grande valore, che la famiglia non può mancare nel vostro futuro. Ci avete anche stupito in questo. Non può che essere così. Papa Francesco ci ricorda che l’individualismo è la malattia del nostro tempo e che ha come conseguenza la tristezza: “Il grande rischio del mondo attuale – scrive in Evangelii Gaudium – con la sua molteplice ed opprimente offerta di consumo, è una tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo e avaro” (EG, 2). E ancora più avanti: “La vita si rafforza donandola e si indebolisce nell’isolamento e nell’agio … La vita cresce e matura nella misura in cui la doniamo per la vita degli altri” (EG 10). Il comandamento che Gesù ha lasciato ai suoi discepoli è molto semplice e preciso: “Da questo tutti sapranno che siete mie discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35). La grazia che viene dalla croce del Signore e dalla sua risurrezione, quella grazia che opera nel segreto del cuore, è certo capace di unire le persone, di creare legami di amicizia e di fraternità. Lo fa oltre i confini della parentela ma anche della lingua e della cultura. Chi crede nel Signore apre con decisione strade di fratellanza. Il Vangelo infatti sprona nella direzione di una vera comunione, propone valori e ideali che possono essere condivisi da ogni uomo di buona volontà, infonde il coraggio di scelte anche audaci. Voi – cari giovani – siete più capaci di noi di valorizzare le diversità e di allargare le prospettive. Non chiudetevi nel recinto dei vostri interessi immediati e non siate freddi calcolatori. Non permettete alla società dei consumi di inaridire il vostro cuore, creato per amare. Coltivate le relazioni, l’unità tra voi che credete e la comunione con tutti. Guardate all’umanità come alla vostra grande famiglia e aiutate tutti a camminare insieme, senza discriminazioni. Siate sinceramente addolorati di fronte ad ogni forma di conflitto e ad ogni ingiustizia. Non rendetevi mai complici della sofferenza altrui. Siate uomini e donne di riconciliazione, costruttori di pace.

L’ultima parola che vi affido è “amabilità”. È una parola che mi è sempre piaciuta e che ho scoperto in particolare leggendo la lettera di san Paolo ai Filippesi. Verso la fine, vi si legge: “Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti. La vostra amabilità sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino. Non angosciatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste” (Fil 4,4-5). L’amabilità è la forma quotidiana della gioia, una sorta di serena bontà che rende bella la persona e gradevole il suo modo di presentarsi, che conferisce alla vita un certo stile e un certo tratto. Qualcun di voi ci ha detto: “Il Cristianesimo non è percepito come qualcosa di bello e di entusiasmante” e ha aggiunto: “Questo è tristissimo. È come se fosse stato svenduto, svilito, anestetizzato”. Proprio così: un Vangelo che non dà gioia è un Vangelo tradito. Questo vale anche per la Chiesa. Un altro di voi ha scritto, con dolorosa schiettezza: “Nella Chiesa ci sono belle facce ma brutte vite!”. Questo proprio non va. Non deve essere così. Cominciate dunque voi, cari giovani, a rendere vero il motto: “Facce belle e vite belle!”.

Sappiate però che la cosa non va da sé. La gioia costa cara. È frutto di un duro lavoro su se stessi. Qualcuno di voi lo ha intuito quando ci scrive: “Non posso dire che la mia vita sia felice. Non so perché, ma sento che è così. Ho tutto ma manca sempre qualcosa alla felicità. Questo mi fa soffrire un sacco!”. Il segreto della gioia che rende amabili è la pace del cuore, il sapersi amati e custoditi, il potersi abbandonare fiduciosi alla bontà di Dio. Chi sa di aver ricevuto l’essenziale per vivere non entra in agitazione, non si lascia abbattere: “Signore, non si inorgoglisce il mio cuore – recita il salmo – Non vado in cerca di cose gradi superiori alle mie forze. Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre” (Sal 131).

Avrei tanto piacere che tutti potessero incontrare in voi – cari giovani – uno sguardo profondo e buono, segno di un animo grande. Contro la supponenza e l’arroganza, contro il cinismo e la crudeltà, contro tutto ciò che arriva a rendere gli uomini spietati occorre mettere in campo l’arma potente dell’amabilità. C’è bisogno di persone che sappiano versare sulle ferite olio e vino, che cioè diffondano il balsamo della benevolenza. Voi cari giovani – che fortunatamente siete meno realisti di noi – potete più di noi arricchire il mondo di questa misericordia rigenerante.

Concludo volgendo con voi lo sguardo al volto del Cristo crocifisso. Entriamo con questa celebrazione nella settimana santa. Il nostro amato Signore si avvia verso il Calvario e si prepara a compiere l’offerta della sua per amore nostro. Ai piedi di quella croce c’è anche la Madre, colei che lo ha accolto la Parola e lo ha donato al mondo. Insieme a lei volgiamo il nostro sguardo a colui che è stato trafitto per le nostre colpe. Il suo volto è mite. Davvero amabile. Alle ingiustizie e crudeltà patite egli ha risposto con una bontà inimmaginabile, quella che solo il Figlio amato di Dio tra noi poteva avere. Su questa bontà poggia ora la storia del mondo e questa bontà rappresenta il centro e la sorgente della nostra fede.

Noi crediamo in te Signore, a te che per noi accetti la morte e per noi la vinci, a te che accetti la nostra ingiustizia e per noi la vinci. A te affidiamo la nostra vita, il nostro cuore, la tua Chiesa, l’intera umanità, il nostro presente e il nostro futuro. Da te ci lasciamo attirare, dal tuo amore misericordioso. La tua croce è sorgente di vita, è abbraccio che ci unisce e ci sorregge, è irruzione nel mondo dello splendore eterno di Dio. “Noi ti lodiamo o Cristo e ti benediciamo, perché con la tua santa croce hai redento il mondo”.

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