Gesù cristo, unico ed universale salvatore degli uomini

1

Il problema che vogliamo qui affrontare è il più essenziale e radicale sia per quanto riguarda la teoria del dialogo interreligioso, sia per quanto concerne la pratica di esso. Ma, prima di mostrare in che cosa consista tale problema, è opportuno chiarire con una certa accuratezza la terminologia. Parlando di “Gesù Cristo”, intendiamo parlare del personaggio storico, Gesù di Nazaret, vissuto al tempo degli imperatori romani Augusto e Tiberio, messo a morte sotto il procuratore romano Ponzio Pilato a Gerusalemme probabilmente il 7 aprile dell’anno 30. Di questo personaggio storico, la fede cristiana confessa che egli è il Figlio eterno di Dio fatto uomo, non nel senso che Dio sia “apparso” o si sia “manifestato” in lui in maniera simbolica e passeggera, ma nel senso che Dio si è “incarnato” in lui, è entrato nella storia umana prendendo una vera natura umana: cioè Gesù di Nazaret è Dio e Uomo, non in senso simbolico, ma reale ( è vero Dio e vero uomo ), non in maniera temporanea e passeggera, ma in maniera eterna e definitiva, cosicché Gesù di Nazaret sarà per sempre il Figlio di Dio fatto uomo. Inoltre, di Gesù di Nazaret la fede cristiana afferma che egli è il Cristo, il Messia morto e risorto per la salvezza degli uomini dal peccato e dalla morte, assunto presso Dio con la sua natura umana glorificata per essere il Signore della storia umana e il Giudice escatologico di tutti gli uomini e di tutta la storia: afferma cioè che il “Gesù” storico non si può separare da “Cristo” – il Signore glorificato – presente a tutta la storia umana e salvatore di tutti gli uomini.

Osserva a questo proposito il p.J.Dupuis:<< Non si può staccare il Cristo della fede dal Gesù della storia. E’ pure vero che il Cristo risorto è trans-storico, cioè ormai al di là della storia. Ma è altrettanto vero che fu il Gesù storico a diventare il Cristo trans-storico attraverso la trasformazione reale della propria esistenza umana risorta. Se dunque Gesù è il Cristo, in nessun altro luogo vi è un Cristo che non sia Gesù stesso, risorto, trasformato, trasfigurato e, per questo, divenuto trans-storico. La trasformazione reale non altera l’identità personale; la discontinuità non impedisce la continuità. Non si può concepire Gesù come una manifestazione imperfetta nel tempo di un Cristo che lo avrebbe trasceso. Al contrario bisogna affermare che il Gesù storico è il Cristo trans-storico; lo è perché è diventato tale. Tra il Cristo della fede e il Gesù della storia il legame è indissolubile. Negare questo significherebbe […] ridurre il messaggio cristiano a una specie di gnosi; si arriverebbe così, volenti o nolenti, a un mito-Cristo e a un mito-Gesù. Al contrario, la fede apostolica, come la si trova espressa nel primo kerygma apostolico, unisce indissolubilmente Gesù e il Cristo: l’oggetto della fede non è né un Gesù senza Cristo, né un Cristo senza Gesù; è invece Gesù-il-Cristo ( cfr At 2,36 )>> ( J. Dupuis, “La fede cristiana in Gesù Cristo in dialogo con le grandi religioni asiatiche”, in Gregorianum 75  [1994]  227 s ).

In questo, Gesù Cristo si distingue radicalmente da tutte le altre “apparizioni” o “manifestazioni” di Dio e del Divino di cui la storia umana abbonda. Tutte le religioni ne parlano. Alcune affermano che Dio si è “manifestato” a certe persone: così l’ebraismo sostiene che Dio si è manifestato a Mosè e ai Profeti e questa è una verità anche per la fede cristiana; secondo l’islàm, Allah si è manifestato al profeta Muhāmmad facendo “scendere” su di lui il Corano. Altre parlano di “manifestazioni” di Dio in alcune persone. Così nell’induismo troviamo gli avatāra ( termine che significa “discesa”, ma viene tradotto con “incarnazione” ), cioè le “incarnazioni” del dio Vishnu in un corpo umano o subumano: questi sono innumerevoli, ma i più importanti sono dieci e sono avvenuti nelle quattro epoche storiche ( yuga ) in cui è diviso il ciclo cosmico, << ogni volta che declinano il diritto e la legge ( dharma ) e che si alza l’empietà ( adharma ) >>, come è detto nella Bhagavadgītā ( Canto del Beato ) ( 4,7 ).

L’ avatāra più noto del dio Vishnu è Krishna, “incarnato” nel terzo yuga, le cui gesta sono narrate in vari libri, tra i quali il Mahābhārata ( di cui fa parte la Bhagavadgītā ). Ma l’avatāra di Vishnu in Krishna – di cui si è detto:<<Per la protezione dei buoni, per la distruzione dei malvagi e per dare stabile fondamento al dharma, io creo me stesso, vengo nell’esistere di età in età>> ( Bhagavadgītā, 4, 7-8 ) – è radicalmente differente dall’ “incarnazione” del Figlio di Dio in Gesù di Nazaret. In realtà, Krishna non entra realmente nella storia umana per condividere la sorte degli uomini, non nasce come membro della famiglia umana, non soffre né muore per la salvezza degli uomini; è uomo solo in apparenza, non nella realtà. Invece Gesù è veramente uomo. Egli ha vissuto una vita realmente – e non solo apparentemente – umana, in un dato periodo storico. In lui il Figlio di Dio si è incarnato non solo in forma reale, storica, ma anche in forma definitiva e irrevocabile, cosicché non ci sarà più nella storia umana un’altra “incarnazione” più perfetta che ne prenda il posto, come avviene nell’induismo, in cui gli avatāra sono molteplici e si succedono nelle varie epoche, perhè sono transitori e nessuno di essi è pieno e assoluto.

*  *  *

Dicendo che Gesù è il “salvatore degli uomini”, vogliamo affermare che da lui viene agli uomini la salvezza. Questa parola è intesa qui non in senso materialistico ( salvezza dai mali fisici, dalla povertà, dalle sventure dalla sofferenza, dalla morte fisica ) e neppure in senso solamente morale

( salvezza dal male morale, da ciò che impedisce all’uomo di essere pienamente se stesso, di raggiungere la propria perfezione morale ), ma in senso propriamente religioso. In questo senso, la salvezza riguarda il rapporto tra l’uomo e Dio, ciò che impedisce questo rapporto è ciò che lo rende possibile.

Ora, quello tra l’uomo e Dio è il rapporto tra la creatura e il Creatore, tra il finito e l’Infinito, tra la verità e il bene, misti all’errore e al male, e la Verità assoluta e il Bene infinito. Rapporto quindi che

Significa la dipendenza dell’uomo da Dio Creatore, la piccolezza e la povertà dell’uomo dinanzi alla grandezza e alla ricchezza di Dio, la necessità che ha l’uomo di ricevere da Dio la verità e il bene e di essere liberato da Lui dall’errore e dal male. In senso religioso, la salvezza significa, da una parte, la liberazione, compiuta da Dio, da ciò che impedisce all’uomo di avere un giusto rapporto con Lui e, dall’altra, il dono divino che permette all’uomo di partecipare all’infinita ricchezza, alla verità assoluta e al bene infinito di Dio.

Ma, dicendo che Gesù è il salvatore degli uomini, intendiamo la salvezza non solo in senso religioso, bensì in senso propriamente cristiano. Per la fede cristiana, il rapporto tra Dio e l’uomo non è soltanto quello tra Creatore e creatura, quindi un rapporto di dipendenza e di “servitù” ( in quanto creatura, l’uomo è “servo” di Dio ), ma è soprattutto quello tra Padre e figlio, in quanto Dio, nel suo infinito amore per l’uomo, ha voluto che questi fosse elevato per pura sua grazia alla dignità di figlio, divenisse cioè partecipe in maniera non metaforica ma reale della sua stessa natura divina e della sua stessa infinita ed eterna felicità. Dio quindi ha creato l’uomo perché fosse suo figlio e si instaurasse con lui un rapporto non di servitù, ma di figliolanza, e dunque un rapporto di amicizia e di amore. Ma questo rapporto di figliolanza è rotto dal peccato in maniera tanto radicale che l’uomo è incapace con le sue forze di riannodarlo. Perciò l’uomo che liberamente e coscientemente commette il peccato – il quale consiste nel rifiuto dell’amore di Dio e nella disobbedienza alla sua legge – perde l’amicizia di Dio e si distacca da Lui, che è la vita dell’uomo, e così precipita nella perdizione e nella morte.

Che cos’è allora la “salvezza” cristiana? E’, in primo luogo, la liberazione dell’uomo dal peccato e dalle sue conseguenze: liberazione che si ottiene con la remissione del peccato, cioè con la concessione del perdono, da parte di Dio, e quindi del condono della colpa e della rispettiva pena. E’, in secondo luogo, il riannodarsi del rapporto filiale dell’uomo con Dio, e quindi la riammissione dell’uomo alla sua grazia, in virtù della quale egli ridiviene amico di Dio e torna a vivere nel suo amore. Ora, affermando che Cristo è il salvatore degli uomini, la fede cristiana afferma che Gesù è l’autore della salvezza: quindi è colui che libera gli uomini dal peccato e dalle sue conseguenze e restituisce loro la grazia e l’amicizia di Dio. Ma come si compie la salvezza degli uomini?

*  *  *

Al principio dell’opera della salvezza c’è Dio, il Padre, il quale << vuole che tutti gli uomini siano salvati >> ( 1 Tm 2,4 ). Dunque la salvezza degli uomini ha la sua origine nella volontà di salvezza universale di Dio e il suo motivo nell’amore e nella misericordia paterna del Signore: per tale ragione, la salvezza << manifesta la grazia e l’amore di Dio nostro Salvatore >> ( Tt 2,11; 3,4 ). Questo amore ha spinto il Padre a mandare nel mondo il suo Figlio Gesù Cristo per la salvezza degli uomini:<< Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, […] perché il mondo si salvi per mezzo di lui >> ( Gv 3,16-17 ). Per volontà del Padre dunque Gesù ha salvato gli uomini con la sua morte sulla croce e con la sua risurrezione dalla morte. Con la sua morte ha liberato gli uomini dal peccato e ha ottenuto ( “meritato” ) loro il perdono del Padre: infatti, << mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi >> ( Rm 5,8 ) e << siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo >> ( Rm 5,10 ), poiché Cristo è divenuto << vittima di espiazione per in nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo >> ( 1 Gv 2,2 ).

Con la sua risurrezione, Gesù ha comunicato agli uomini il dono dello Spirito Santo, che li ha “giustificati”, cioè resi “giusti”, restituendoli alla dignità di figli di Dio, per cui essi possono rivolgersi al Padre col nome stesso con cui lo chiamava Gesù: abbā. Gesù infatti << è stato messo a morte per i nostri peccati ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione >> ( Rm 4,25 ) e, una volta risorto da morte, ci ha donato lo Spirito Santo ( cfr Gv 20,22 ), << per mezzo del quale gridiamo: ‘abbà, Padre! >> ( Rm 8,15 ). In conclusione, Dio ha costituito Gesù, il Crocifisso e il Risorto, “capo e salvatore” ( At 5,31 ) degli uomini.

*  *  *

Gesù Cristo, secondo la fede cristiana, non soltanto è il salvatore degli uomini; è anche il salvatore “unico e universale”. Che cosa significano questi due aggettivi? “Unico” può essere inteso in senso debole, e allora significa che una persona è talmente originale e straordinaria da potersi dire “unica”, oppure che si distingue per i suoi caratteri da tutte le altre, al punto da essere l’ “unica”. Diciamo così che Omero, Dante, Shakespeare sono poeti “unici”; che i fondatori di religioni sono “unici”; perché le religioni da essi fondate si distinguono dalle altre per i loro caratteri specifici e originali. Ma l’aggettivo “unico” può essere inteso in senso forte, assoluto, e allora significa che in un dato campo una persona è “unica”, vale a dire che non ce ne sono altre in maniera assoluta. E’ questo senso che parliamo dell’ “unicità” di Gesù di Nazaret. Dicendo cioè che Gesù è “l’unico” salvatore degli uomini, vogliamo dire che, nel campo della salvezza – e solo in tale campo – Gesù è “unico” e, dunque, non ci sono accanto a Gesù altri salvatori, sia pure inferiori o uguali a lui. Osserva il p. J. Dupuis:<< L’unicità di Gesù Cristo nell’ordine della salvezza, così come è stata tradizionalmente compresa nella fede cristiana, è un’unicità assoluta: Gesù Cristo è necessariamente “costitutivo” della salvezza di tutti gli uomini. Non è sufficiente ritenere che il mistero di Gesù Cristo è in grado, anche oggi e più di qualsiasi altro simbolo, di ispirare e nutrire una vita religiosa autentica; dobbiamo professare che, a motivo del piano divino, questo mistero è universalmente costitutivo della salvezza. L’unicità di cui si tratta significa dunque che l’autorivelazione e donazione divina in Gesù Cristo è decisiva, e in questo senso, “finale” e “centrale” >> ( << La fede cristiana…. >> cit., 225 s ).

Che Gesù sia l’<<unico>> salvatore degli uomini è un’affermazione centrale della fede cristiana. Lo proclama Pietro ai capi del popolo e agli anziani che lo interrogano sulla guarigione dello storpio che mendicava alla Porta Bella del Tempio: << In nessun altro [se non in Gesù il Nazareno] c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale sia stabilito che possiamo essere salvati >> (At 4,12 ). Aggiunge la Prima Lettera a Timoteo (2,5-6): << Uno solo, infatti, è Dio e uno solo il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti >>.

Ma oltre che salvatore “unico” degli uomini, Gesù è anche salvatore “universale”. Ciò significa che Gesù è il salvatore non soltanto di alcuni uomini – per esempio, dei cristiani che credono in lui – ma di tutti gli uomini, cosicché nessuno si può salvare senza di lui, e tutti i “salvati” sono tali in virtù della morte e della resurrezione di Gesù di Nazaret, quindi per la grazia della salvezza che egli ha meritato loro con la sua morte sulla croce e la sua risurrezione. Anche l’affermazione che Cristo è il salvatore universale, cioè di tutti gli uomini, appartiene alla fede cristiana. Infatti san Paolo afferma che Cristo “è morto per tutti” ( 2 Cor 5,15 ), perché tutti gli uomini sono peccatori e schiavi del peccato e quindi hanno bisogno di essere salvati dall’unico che può liberarli dai peccati e ricondurli a Dio, Gesù Cristo:<< Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù >> ( Rm 3, 23 –                          24 ).

Ma in che senso devono essere intesa l’ “unicità” e l’ “universalità” della salvezza in Gesù Cristo ? In senso non “esclusivo”, ma “inclusivo”. Nel senso, cioè, che, affermando che Gesù è l’unico e universale salvatore degli uomini, s’intende affermare che non ci sono altri che, al di fuori di lui, che possano salvare gli uomini e che non ci sono altri che, al pari di lui, possano donare agli uomini la salvezza. Non nel senso, invece, di escludere che anche nelle altre religioni ci possano essere e ci siano di fatto elementi – come persone, dottrine e riti – che possono favorire, preparare e predisporre alla salvezza che Dio opera in Gesù Cristo e per mezzo di Gesù Cristo. In altre parole Gesù è l’unico salvatore di tutti gli uomini, cosicché nessuno può salvarsi e nessuno si salva se non per la grazia che viene da lui; però nelle altre religioni ci possono essere, e di fatto ci sono, elementi che possono mediare, sia pure imperfettamente, la salvezza, nel senso che possono essere nelle mani di Dio strumenti e vie attraverso le quali Dio comunica la salvezza operata da Cristo.

Afferma il documento Dialogo e annuncio del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso:<< Tutti gli uomini e tutte le donne che sono salvati partecipano, anche se in modo indifferente, allo stesso mistero di salvezza in Gesù Cristo per mezzo del suo Spirito. I cristiani ne sono consapevoli, grazie alla loro fede, mentre gli altri sono ignari che Gesù Cristo è la font della loro salvezza. Il mistero di salvezza li raggiunge, per vie conosciute da Dio, grazie all’azione invisibile dello Spirito di Cristo. E’ attraverso la pratica di ciò che è buono nelle proprie tradizioni religiose e seguendo i dettami della loro coscienza che i membri delle altre religioni rispondono positivamente all’invito di Dio e ricevono la salvezza in Gesù Cristo, anche se non lo riconoscono come il loro salvatore >> ( n.29 ).

*  *  *

A questo punto sorgono due problemi: 1) Affermare che Gesù Cristo è l’unico e universale salvatore degli uomini equivale ad affermare il carattere “assoluto” di Gesù Cristo e del cristianesimo. Ora questo sembra in contrasto col pluralismo religioso di oggi, il quale esige che le religioni siano sullo stesso piano e che nessuna di esse possa accampare la pretesa di essere la religione “assoluta” e dunque assolutamente “vera”. 2) La predetta affermazione rende assai difficile il dialogo interreligioso, perché sembra sminuire, se non annullare del tutto, il valore salvifico delle altre religioni e quindi crea nell’interlocutore non cristiano un senso di disagio e di diffidenza, se non di avversione e di rifiuto del dialogo: questo infatti è possibile a condizione che sia “alla pari”. Alcuni cattolici, teologi e non, si chiedono perciò se non sia necessaria una revisione o, più precisamente, una reinterpretazione della cristologia – in particolare, dell’affermazione che << Gesù Cristo è l’unico e universale salvatore degli uomini >>, – che tenga conto sia del pluralismo religioso che respinge l’idea di una religione “assoluta” e assolutamente “vera”, sia dell’esigenza che il dialogo interreligioso sia “alla pari”.

*  *  *

Contro la “pretesa” del cristianesimo di essere una religione “assoluta” – intendendo per “assolutezza” ( Absolutheit ) il fatto che << tutte le religioni sono verità relative nella religione assoluta >> – già al principio di questo secolo E. Troeltsch nella sua opera Die Absolutheit des Christentums und die Religionsgeschichte ( Tubingen, JCB Morh, 1902, tr. it., Napoli, Morano, 1968 ) obiettava che con la nascita del mondo moderno è nata una “visione assolutamente storica delle cose umane”, per cui ogni fenomeno è collocato nel flusso del divenire storico e condiziona ed è a sua volta condizionato da altri fenomeni. Esso dunque sottostà alle leggi della storia. Per conseguenza, non esiste nessuna realtà che possa rivendicare a sé una validità assoluta e universale: ogni fenomeno – quindi anche il fenomeno religioso nelle sue diverse espressioni – è relativo, perché storicamente condizionato, e particolare, perché si colloca in un determinato momento della storia. In realtà questa non conosce concetti universali e assoluti, ma solo fenomeni concreti, individuati, sempre condizionati da un contesto; non conosce valori universalmente validi, poiché questi si presentano sempre individuati e rivendicano la loro universalità nonostante la pura realtà di fatto. Quindi è impossibile pensare che un concetto universale (per esempio, quello di religione) si realizzi nel corso dell’evoluzione storica in maniera assoluta. In conclusione, non essendo possibile identificare un concetto universale con un’immagine storica concreta e individuale, risulta impossibile pensare il cristianesimo come la religione assoluta.

Ma, osserva E. Troeltsch, affermare che il cristianesimo sia un fenomeno pienamente storico, e quindi relativo, non significa negargli il carattere di normatività, poiché “relativo” non è il contrario di “normativo”. Significa soltanto che tale “normatività” è qualcosa d’individuato e di temporalmente condizionato: tende all’assolutezza, ma non si è ancora fatta assoluta. Neppure significa negare al cristianesimo un particolare valore rispetto alle altre religioni. A suo parere, lo studio della storia delle religioni mostra come nel cristianesimo convergano, come a termine comune, quei motivi che non possiamo non avvertire come avvii o presagi. Le quattro verità fondamentali (Dio, il mondo, l’anima, la vita superiore metamondana) infatti giungono nel cristianesimo alla loro piena affermazione. Per tale motivo esso può essere considerato non soltanto come il punto culminante, bensì anche come il punto di convergenza di tutte le linee evolutive della religione che ci è dato conoscere e può pertanto, nel confronto con le altre religioni, essere designato come la sintesi capitale e insieme come l’inizio di una vita sostanzialmente nuova.

Tuttavia il cristianesimo resta sempre una realtà storica: non è detto perciò che non possa essere superato. Sebbene esso soddisfi le esigenze più profonde dell’uomo, è possibile che sorgano esigenze ancora più profonde, a cui esso non sia in grado di rispondere e quindi che sorga una religione più perfetta capace di soddisfarle. In conclusione, il cristianesimo è il più alto valore religioso e la più perfetta rivelazione di Dio agli uomini, anche se le altre religioni sono parimenti rivelazioni di Dio e anche se non si può escludere in astratto – secondo Troeltsch – la possibilità di una nuova e più perfetta rivelazione.

                                                                   *  *  *

A proposito di questa obiezione contro il carattere assoluto del cristianesimo, si deve rilevare anzitutto che E. Troeltsch professa lo storicismo assoluto, secondo il quale tutto è storico, è relativo al tempo e allo spazio e non c’è nulla che abbia validità sempre e dovunque, in ogni tempo e in ogni luogo: per lui il vero e il bene sono relativi ai tempi e ai luoghi, cosicché ciò che era vero e bene nel passato in una data civiltà può essere falso e male oggi in una civiltà diversa. In base dunque a un particolare sistema filosofico, fortemente discusso com’è lo storicismo, E. Troeltsch nega il carattere assoluto del cristianesimo e, quindi, la sua trascendenza sulla storia.

In realtà la trascendenza del cristianesimo sulla storia si fonda sul fatto che, con l’incarnazione del Figlio di Dio, l’Assoluto è entrato nella storia umana e, poiché Dio è la Verità assoluta, e il Bene assoluto, Gesù di Nazaret, che è vero Dio e vero Uomo, in quanto Dio è la Verità e il Bene assoluti e in quanto Uomo è un personaggio storico. In altre parole, in Gesù ci sono l’assolutezza di Dio e la storicità dell’uomo: in quanto è Figlio di Dio egli è la Via, la Verità e la Vita e la religione che egli ha fondato è “divina”, quindi assolutamente “vera” e tale che non può essere “superata”; in quanto Gesù è uomo, vissuto in una certa epoca e in un certo luogo, egli ha le limitazioni che sono di ogni personaggio storico e quindi la religione che egli ha fondato non è solo “divina”, ma anche “umana” e “storica”. Quindi da una parte ha il carattere dell’assolutezza, che le proviene dal fatto che il suo fondatore è il Figlio di Dio; dall’altra, ha il carattere della storicità, e dunque della limitatezza e dell’imperfezione.

Questa osservazione è estremamente importante per comprendere con esattezza il senso dell’espressione: la religione cristiana è la religione “assoluta” e “assolutamente vera”. “Assoluta” significa che, essendo opera di Dio e non degli uomini, la religione cristiana partecipa dell’assolutezza divina e quindi è definitiva e insuperabile, è la religione voluta da Dio per tutti gli uomini. Ma il termine “assoluto” va inteso in senso positivo, non in senso esclusivo. Cioè, mentre si afferma che la religione cristiana è “assoluta”, non si esclude che anche nelle altre religioni possano essere presenti taluni elementi di assolutezza, a motivo dell’opera dello Spirito Santo, che è lo Spirito di Gesù, che agisce in tutti gli uomini e, in particolare, nelle religioni, che sono per gli uomini la via attraverso la quale essi cercano Dio e si mettono in contatto con lui. Ancora: mentre si afferma che la religione è “assolutamente vera”, non si esclude che nelle altre religioni ci possano essere elementi di alto valore religioso; anzi, si deve positivamente ritenere che ce ne siano, perché lo Spirito Santo è all’opera in tutti gli uomini e in tutte le religioni, e quanto in esse si trova di vero e di buono è intimamente orientato al mistero di Cristo.

Si deve poi rilevare che “verità assoluta” non equivale a “verità totale”. Cioè il cristianesimo, in quanto opera divina, possiede la verità “assoluta”. Ciò vale anche per l’umanità del Verbo incarnato, ma in quanto opera umana e storica della Chiesa non possiede “tutta” la verità, bensì deve sia correggere continuamente possibili deviazioni ( non in cose essenziali ) dalla verità, sia crescere nella verità, anche con l’aiuto di persone non cristiane che sono alla sincera ricerca di Dio, per giungere “a tutta la verità”: ciò che avverrà solo alla fine dei tempi sotto la guida dello Spirito Santo e con l’apporto di tutti coloro – cristiani e non cristiani, credenti e non credenti – che sono alla ricerca della Verità, anche se la nominano diversamente dai cristiani o addirittura non sanno nominarla.

Per questo la Chiesa cattolica nel Vaticano II, dopo aver parlato dell’induismo e del buddismo, afferma che essa << nulla rigetta di ciò che è vero e santo in queste religioni. Essa considera con sincero rispetto quei modi di vivere e di agire, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio della verità che illumina tutti gli uomini. Essa però annunzia, ed è tenuta incessantemente ad annunziare, il Cristo che è “la via, la verità e la vita”, nel quale gli uomini devono trovare la pienezza della vita religiosa e nel quale Dio ha riconciliato a Sé tutte le cose >>

( Nostra aetate, n.2 ).

*  *  *

Nel dialogo con le altre religioni, la Chiesa cattolica, pur affermando l’assolutezza e la verità del cristianesimo, entra perciò con spirito aperto e sincero: aperto all’ascolto di quanto gli altri dicono e pronto a riconoscere gli autentici valori religiosi che essi possiedono; sincero nel riconoscere che il cristiano, se può dare molto agli altri, può anche ricevere molto da essi proprio per una migliore comprensione del messaggio cristiano. Così, per esempio, proprio nel dialogo interreligioso il cristiano può rendersi conto del fatto che l’eccessiva occidentalizzazione della presentazione del messaggio evangelico ne pregiudica l’universalità, in quanto lo rende incomprensibile e inaccessibile e dunque estraneo a popoli e civiltà non occidentali: può quindi imparare dal dialogo a discernere quello che nel cristianesimo è “assoluto”, e perciò immutabile, e quello che è “storico”, e dunque può essere adattato e mutato, secondo i popoli e le civiltà.

Ma il problema che oggi si pone è questo: si può andare “con spirito aperto e sincero” al dialogo con le altre religioni affermando che Gesù di Nazaret è il salvatore unico e universale degli uomini, che è l’unica e definitiva – e quindi “assoluta” – manifestazione e rivelazione di Dio nella storia umana e la Verità assoluta in campo religioso? Non bisogna, invece , affermare – proprio per rendere possibile il dialogo interreligioso – che Gesù di Nazaret non è che una “manifestazione” storica e passeggera del Cristo cosmico, che è presente e agisce in tutte le religioni? Non bisogna affermare che Gesù è “una” tra le tante rivelazioni di Dio che si sono avute nella storia e di cui sono testimonianza le varie religioni, anch’esse “rivelate” al pari del cristianesimo? Non bisogna dire che Gesù non è l’ “unico” salvatore, ma “uno dei tanti” salvatori, inviati da Dio agli uomini? Non bisogna dire che Gesù non è il Salvatore di tutti gli uomini, ma è il Salvatore dei cristiani, cioè di coloro che credono in lui? Non si deve parlare di “pluralismo unitivo” delle religioni, il cui presupposto fondamentale è che tutte sono o possono essere ugualmente valide, e che quindi i loro fondatori sono o possono essere ugualmente validi: di qui la possibilità che Gesù sia “uno dei tanti” nel mondo dei salvatori e dei redentori? Ecco alcuni problemi oggi dibattuti a proposito del dialogo interreligioso e sui quali ritorneremo prossimamente.

La Civiltà Cattolica

――• • ••• / ―•―• •―• •• ••• ― ――― ――••―― / ••― ―• •• ―•―• ――― / • ―•• / ••― ―• •• •••― • •―• ••• •― •―•• • / ••• •― •―•• •••― •― ― ――― •―• • / ―•• • ――• •―•• •• / ••― ――― ―― •• ―• ••
don Domenico Paini

don Domenico Paini

Classe 1967 e originario della parrocchia di Castel Goffredo, ha svolto i seguenti incarichi: curato a Calcinato dal 1992 al 2001, curato a Manerbio dal 2001 al 2008. Dal 2008 è curato di Leno, dal 2013 è curato anche di Milzanello e Porzano, seguendo la pastorale familiare.


Commenti