Famiglia: i figli che non parlano

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Ascoltiamo spesso i genitori di ragazzi adolescenti lamentarsi perché, in casa, i loro figli non parlano.

Arrivano da scuola, gettano lo zaino, si tolgono il giubbotto e generalmente non lo appendono all’attaccapanni, si siedono a tavola e divorano il pranzo in silenzio, con gli occhi alla tv oppure lontani ad inseguire immagini e pensieri.

Mamma e papà, di fronte a questa scena, che si ripete quotidianamente, rimangono disorientati. Non sono però disposti a “mollare l’osso”. E allora ci provano, come ogni giorno, abbozzando qualche domanda diretta: “Come è andata a scuola oggi?”, “Hai fatto la verifica di matematica, era difficile?”, “Cosa devi studiare oggi pomeriggio?”, “Domani hai verifiche?”.

Le risposte, spesso suonano

così: “Come vuoi che sia andata…?”, “Solito”, “No”, “Si”, “Non lo so”, “Non ho niente da studiare”. Ci sono anche risposte più precise ed eloquenti, del tipo: “Solito schifo”, “Quel professore è uno stronzo”, “Domani c’è la verifica d’inglese, non serve studiare”.

Questi ragazzi, escono qualche ora nel pomeriggio, si presume con gli amici, si divertono anche, fanno le cose che piacciono a loro, incontrano quella o quello che… “li fa morire”.

Eppure, tornano a casa ed hanno incollata la stessa faccia di prima di pranzo, al rientro da scuola.

Pare una maschera inespressiva, dove i genitori non riescono più a rintracciare i lineamenti che conoscevano bene fino a qualche mese prima. Dove gli occhi dei loro ragazzi, pare abbiano cambiato lingua, diventando difficili da decifrare con i codici conosciuti.

Quindi, tutto da rifare e ricominciare, questa volta però con la difficoltà  di comunicare con questo “essere” sconosciuto ed in continua trasformazione.

Pare di vederle, certe mamme, a fissare la porta della camera dietro alla quale si è chiuso il loro figlio. Ormai sono ore che è lì dentro e per di più da quando ha l’i-pod non si sente nessun rumore. Prima la musica che ascoltava, con un po’ d’impegno, poteva diventare uno strumento per conoscere i gusti del ragazzo e forse intuire, tra le preferenze musicali, qualche tratto del suo modo di essere e di vivere.

In più, oggi per un adulto, non è affatto facile orientarsi tra i generi musicali, le categorie sono aumentate a dismisura e la musica creata con strumenti elettronici pare tutta uguale. Quasi un mantra di “battiti al minuto” che si ripete interminabile ed indecifrabile.

Come districarsi allora, in questo ginepraio di codici saltati, di parole inutilizzabili, di emozioni inconoscibili e solitudini ermetiche?

Sembrerebbe paradossale, eppure di fronte ad un ragazzo adolescente, il dialogo serve poco, almeno per come lo intendono i genitori, fatto di domande a cui dovrebbero seguire risposte pertinenti, fatto di negoziazioni interminabili e di spiegazioni cariche di particolari sul perché di una regola o sul perché di un sacrosanto “no”.

Una domanda che un genitore potrebbe rivolgersi è: “Io sono abituato a raccontare le cose che mi succedono a mio figlio?”.

La comunicazione non sempre passa attraverso una serie di domande e risposte ma è fatta anche di racconti, storie, aneddoti.

Sono i genitori che, raccontando fatti che li riguardano, possono fornire un esempio, una traccia al proprio figlio con la quale orientarsi per imparare a parlare di se stesso.

Gli argomenti possono essere così semplici che talvolta si ritengono banali ed inutili da trattare.

Il racconto della giornata trascorsa, delle cose fatte, delle cose che restano da fare, del pranzo da cucinare, delle persone incontrate, dei particolari interessanti che hanno destato l’attenzione per strada, andando al lavoro, delle chiacchiere dal fruttivendolo, della casa in costruzione in fondo alla via, del cane del vicino.

Così le parole circolano, mettono in movimento pensieri, creando nei ragazzi curiosità e attenzione per il mondo che li circonda. Sollecitando così, in loro, il desiderio di afferrare, trattenere realtà da raccontare quando sono a casa.

Anche l’alfabeto emotivo può essere appreso in questo modo, quando i genitori sono disposti a raccontare il loro “modo di sentire” ai propri figli.

È possibile raccontare le emozioni vissute durante la giornata, gli stati d’animo del momento, arricchendoli di sfumature, man mano che i figli crescono.

Questo per dare ai ragazzi un vocabolario sempre più dettagliato con cui decifrare e parlare delle loro emozioni.

In questo modo la comunicazione tra genitori e figli si arricchisce passando attraverso i canali rassicuranti dello scambio reciproco.

Le risposte, tanto desiderate dai genitori, arriveranno spontaneamente e avranno la forma del desiderio dei ragazzi di raccontarsi.

 

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don Domenico Paini

don Domenico Paini

Classe 1967 e originario della parrocchia di Castel Goffredo, ha svolto i seguenti incarichi: curato a Calcinato dal 1992 al 2001, curato a Manerbio dal 2001 al 2008. Dal 2008 è curato di Leno, dal 2013 è curato anche di Milzanello e Porzano, seguendo la pastorale familiare.


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