Fa fiorire il deserto – 25 febbraio

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II domenica di Quaresima  

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». (Mc 9,2-10)

Conosciamo bene la fatica della salita. E l’ebbrezza della vetta. L’hanno conosciuta anche i discepoli di Gesù: “che bello per noi essere qui!”. Non è facile sentirlo pronunciare dentro la vita quotidiana, lo scorrere delle giornate, la fatica delle incomprensioni. Se non ci accorgiamo che Gesù, il Figlio di Dio, è in cammino con noi sull’alto monte.

don Marco Marelli

Nato a Brescia nel 1954, della parrocchia di Cellatica. Ordinato a Brescia nel 1979. Dal 2012 don Marco è missionario in Messico e si occupa di animazione giovanile.

Dalla Tristezza alla Gioia

Puntuale arriva – come in ogni quaresima – il Vangelo della Trasfigurazione di Gesù… e noi lì sempre a contemplare: è per questo che il cuore, spesso pesante per molte cose della vita, può riposare un poco in questa bellezza e perfezione. È qui l’inizio della gioia, anche se siamo saliti sul Tabor stanchi, affaticati, delusi, con dentro il cuore le classiche parole: “Tanto nulla cambierà in me…” e di colpo arriva questa luce, gratuita, abbondante e bianca che, nella contemplazione, apre strade di gioia, nuovi orizzonti inaspettati.

È così, il Dio della vita ci educa a vedere la sofferenza o il dolore (che prima o dopo sperimentiamo) come un gradino necessario per toccare nuova gioia. Tutto questo lo abbiamo vissuto pochi mesi fa qui in Messico, quando il terremoto del 19 settembre 2017, in 48 secondi, ha riempito i nostri cuori di dolore e angoscia pensando che nulla poteva risorgere dalle macerie. Sono cadute le zone dove la povertà è più grande, in questa immensa città. Ancora una prova per i poveri! Ma da queste macerie è fiorita una nuova speranza e una voglia di vivere ancora più forte: dopo una preghiera, le braccia si sono alzate per contemplare prima il cielo, per chiedere al Signore e alla Vergine di Guadalupe un po’ di protezione, poi si sono abbassate a cercare, a togliere pietre e a sentire un leggero sospiro di vita. Anche i giovani si sono messi a lavorare: ho visto facce conosciute per strada, a volte sfatte per la droga (la mia parrocchia si trova nel Mercato della Lagunilla, un posto dove è facile trovare tutto: droga, armi, prostituzione, etc.) ritrovare un minimo di dignità per tenere la mente lucida e aiutare. Ho visto gente che con fatica arriva a sera con il cibo necessario e, nonostante tutto, ha condiviso pane e alimenti. Tutti ci siamo resi conto che cosa può riempire di orgoglio la tua vita: “Aiutare a Vivere”. E a poco a poco, come una luce, la tristezza è diventata gioia. Alcuni dei miei giovani hanno creato posti di raccolta delle cose di prima necessità e poi sono andati a consegnarle: ritornavano con occhi spaventati, con la paura scritta in faccia ma con il desiderio di continuare. Dopo pochi mesi, ci rendiamo conto che ancora stiamo celebrando la Messa guardando molte volte il soffitto o i vecchi lampadari per vedere se oscillano: sta diventando quasi folcloristico celebrare con la faccia rivolta al soffitto! Però, una cosa ho notato: nessuno ha speso inutili parole per dire: “…questo è volontà del Signore”, o “il Signore ha voluto punirci con questo nuovo disastroso terremoto”. Meglio, molti hanno detto: “In quel minuto ho pensato fosse finita, però mi sono affidato”. Solo affidandosi a Lui ogni tristezza può trasformarsi in gioia di vita nuova.

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ORANews

Oratorio San Luigi di Leno


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