Fa fiorire il deserto – 18 marzo

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V domenica di Quaresima 

La quinta domenica di quaresima ci mostra la necessità di passare dalla Croce per giungere alla gioia pasquale. Il chicco di grano deve morire per portare frutto. Le nostre strade mostrano abbandoni e povertà, ma è su quelle strade che Gesù ci chiede di vivere l’incontro con i nostri fratelli.

Luisa Lorenzini

Brescia, 41 anni, della parrocchia di Gussago e laureata in scienze matematiche e fisiche naturali. La sua scelta di missione è maturata dopo la GMG di Roma nel 2000. Dal 2013 è missionaria a Marracuene in Mozambico.

Gesù rispose [a Filippo ed Andrea]: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome». (Gv 12,20-33)

Dall’Abbandono all’Incontro

Nell’ottobre del 2013 ritorno nel mio amato Mozambico, dopo alcuni anni trascorsi in Italia e in Brasile. Avevo conosciuto e mi ero innamorata del Mozambico negli anni 2001 – 2006 e finalmente vi ritornavo anche se in un contesto diverso e una realtà nuova. Ora mi trovo a Marracuene, ormai periferia della capitale Maputo, in un ambiente “cittadino” e collaboro con i religiosi della Congregazione della Sacra Famiglia di Martinengo. Nel primo anno dal mio arrivo ero insegnante di matematica nelle quinte superiori, nella Scuola Comunitária Sagrada Família. Avevo molte aspettative: finalmente si realizzava il sogno di ritornare tra il popolo che tanto mi aveva ben accolto e amata e finalmente riprendevo l’insegnamento della “mia” matematica. Ma Gesù ci ricorda “se il seme non muore…”. I primi mesi in realtà sono stati duri: il giorno dopo il mio arrivo sono uscita illesa da un grave incidente automobilistico e con indifferenza sono stata accolta a Marracuene, soprattutto dai miei nuovi colleghi di scuola. Quando chiedevo loro aiuto non ricevevo risposta, quando entravo in sala professori iniziavano a parlare in dialetto locale, il ronga, affinché io non capissi e ogni situazione era per loro un’occasione per mettermi in difficoltà. Non riuscivo proprio a capire questa chiusura nei miei confronti…Ogni giorno era un po’ un morire a se stessi per accogliere l’altro, seppur con dolore, e cercare di essere disponibile nonostante l’ostilità. Finalmente a fine anno scolastico durante la riunione di chiusura ho manifestato ai professori le mie sofferenze e ho chiesto scusa se senza volerlo avevo offeso qualcuno col mio parlare o agire. Un professore ha preso la parola dicendomi che il corpo docente era convinto che io fossi una spia che i padri avevano messo nella scuola come professoressa per controllarli e riferire quello che succedeva ed é per questo che mi avevano escluso e tenuto all’oscuro di tutto. Da quel momento di scambio e dialogo la situazione é migliorata ed i professori mi hanno dato una possibilità per conoscerci e collaborare. Il morire a se stessi paziente e perseverante ha portato ad un incontro molto bello tra culture diverse dinamico e molto stimolante che richiede sempre uno sforzo per accogliere modi di fare e punti di vista molto lontani dalle strutture e dai riferimenti con cui sono cresciuta. Attualmente non insegno, ma lavoro nella segreteria della scuola e mi occupo dei ragazzi dell’Orfanotrofio ed il mio ruolo é molto diverso, ma l’amicizia con i professori continua e cresce positivamente. L’esercizio del morire a se stessi fa parte della quotidianità ed é necessario per poter convivere con coloro che ci sono vicini e collaborano con noi… al contrario ci impoveriamo e rimaniamo sterili.

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ORANews

Oratorio San Luigi di Leno


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