Esci per le strade e costringili ad entrare

2

Il nostro progetto pastorale in questo anno ci invita ad “uscire”, secondo le sollecitazioni che Papa Francesco fa dall’inizio del suo pontificato e che il Vescovo Luciano ha fatto risuonare continuamente lungo il decennio del suo episcopato. Del resto, sia il Papa che il Vescovo non hanno fatto altro che sollecitare una dimensione fondamentale del nostro essere Chiesa di Cristo: la missionarietà. Questa parola deriva dal verbo latino “mittere”: “mandare, inviare”. Chi è mandato-inviato non rimane fermo, deve muoversi, uscire e andare verso coloro cui è stato inviato. Ogni cristiano, per il battesimo e la confermazione, è un “missionario”, un “inviato” ad essere testimone di Cristo e del suo Vangelo. Alcuni sono chiamati a svolgere questo servizio di testimonianza nel loro ambiente di vita e fra gli stessi fratelli cristiani, altri più lontano geograficamente, ma anche spiritualmente, cioè presso persone o gruppi che fisicamente sono vicini, ma sono lontani da Cristo e dal suo Vangelo. Gesù invita tutti ad entrare al banchetto del regno e, come il padrone della parabola, manda noi a chiamare: “Il padrone allora disse al servo: esci per le strade e lungo le siepi e costringili ad entrare, perché la mia casa si riempia” (Lc 14,23).

Mi impressiona il fatto che l’evangelista usi il verbo “costringili”, quasi a voler obbligare chi sta fuori ad entrare, al di là del luogo dove è e, quindi, della situazione religiosa, sociale, morale che vive. L’uso di questo verbo mi pare voglia sottolineare il fatto che Dio “vuole” che tutti partecipino del suo amore, dei suoi doni, soprattutto coloro che non lo conoscono e che sono tenuti lontano da situazioni di emarginazione create dall’uomo.

Noi non possiamo essere sordi a questo mandato così stringente. A volte, invitati ad avvicinare alcune persone, diamo risposte che contraddicono l’invito di Gesù: ma quello non viene mai in chiesa; quella è una poveraccia; quell’altro frequenta ambienti loschi; un altro l’ultima volta non mi ha aperto; quelli hanno problemi in famiglia; forse quegli altri mi rifiutano; questi sono extracomunitari … Ma sono proprio questi che noi dobbiamo raggiungere, sono questi che hanno bisogno della testimonianza cristiana, che diventa annuncio del Vangelo di Gesù.

Altre volte mi sento dire: io ho vergogna; io da quello non vado perché mi ha fatto dei torti; a quell’altra non interessa niente; e, ma … è difficile! …

Gesù potrebbe risponderci: “Se vi vergognerete di me davanti agli uomini anch’io mi vergognerò di voi davanti al Padre mio” (cfr Mt 10,33).

Uno degli obiettivi del nostro progetto pastorale è: approfondire la conoscenza della nostra realtà, zona per zona, per essere meglio preparati ad annunciare il Vangelo ed esercitare la carità.

Anche questo impegno fa parte della dimensione missionaria. Una delle prime cose che i missionari “ad gentes” (quelli vanno in altre terre) fanno prima di partire è di imparare la lingua, conoscere la cultura, la storia, la geografia, la vita sociale e politica, le caratteristiche peculiari  del popolo in cui sono mandati. Anche le nostre parrocchia ormai sono spesso “terra sconosciuta” dai loro stessi abitanti: non ci si conosce e non ci si frequenta più come una volta, l’individualismo ci ha allontanati e ci impedisce di avere una conoscenza autentica delle persone, delle famiglie, delle risorse e delle problematiche della realtà in cui viviamo. Soprattutto non conosciamo più le situazioni famigliari, le sofferenze e le fatiche che le persone vivono, la solitudine dei giovani e degli anziani … delle ricchezze materiali, religiose, spirituali delle nostre comunità.

Ecco perché ho affidato ai Consigli pastorali il compito di un’indagine seria sul territorio, offrendo loro del materiale che li può aiutare. Ma chiedo a tutti di collaborare a questa “indagine conoscitiva”. Non è certo fatta per curiosare nella vita altrui, ma per scoprire i veri bisogni e le eventuali soluzioni, le fatiche e le risorse presenti nelle nostre comunità, per poter intervenire evangelicamente e donare speranza: Gesù è vivo e presente in ogni situazione di vita e noi cristiani dobbiamo annunciarlo perché ogni persona, ogni famiglia, ogni comunità, in qualsiasi situazione, possa trovare in Gesù e nei suoi discepoli un punto di riferimento per riprendere speranza.

É un dovere per noi, ma anche un piacere: “Guai a me se non predicassi il Vangelo … E qual è la mia ricompensa? E’ la gioia che il Vangelo suscita in me quando lo porto ai fratelli” (cfr. l’Apostolo Paolo in 1Cor 9).

Io ritengo che noi spesso siamo cristiani stanchi e annoiati e, per questo, tristi perché non annunciamo più il Vangelo, che è fonte si gioia vera per chi lo annuncia e per chi lo ascolta.

• ••• ―•―• •• / •――• • •―• / •―•• • / ••• ― •―• •― ―•• • / • / ―•―• ――― ••• ― •―• •• ―• ――• •• •―•• •• / •― ―•• / • ―• ― •―• •― •―• •

Commenti