Educare alla pace ed alla tolleranza

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Parlare di tolleranza ed educazione alla pace non è facile, soprattutto in questi tempi in cui la sopportazione verso colui che proviene da altre nazionalità, ha un colore diverso, un’ altra religione o la pensa diversamente da noi risulta molto difficile. In momenti come questi vivere isolati o unirsi a persone che la “pensano come noi” a volte appare la cosa migliore, sia per tutelarsi che per sentirsi rassicurati con la convinzione e la certezza di essere nel giusto.

Al C.A.G ci sono ragazzi di ogni nazionalità e religione che fortunatamente non hanno ancora molti pregiudizi e tollerano anche chi non la pensa come loro, non cercano la violenza… giocano e vivono in pace. Essere in pace non vuol dire assenza di conflitto. Il conflitto è un fatto inevitabile della vita quotidiana: conflitti interiori, interpersonali, tra gruppi con i genitori tra i compagni. La pace consiste nell’affrontare in modo creativo i conflitti è creare una soluzione pacifica che permetta, al ragazzo di avere gli strumenti e la capacità di reagire alla violenza costruendo un’alternativa fatta di dialogo e di cooperazione.

Don Milani, che non era un tipo aggressivo, sosteneva che il problema dei ragazzi isolati, e quindi maggiormente a rischio, non era quello di stare buoni ma quello di trovare la forza di ribellarsi alle condizioni in cui vivevano. Il suo problema era quello di fare in modo che i ragazzi potessero acquisire qualcosa di personale, di unico, una loro autonomia, una loro originalità senza adeguarsi passivamente al contesto. Lo sviluppo della capacità dell’individuo a resistere, a confrontarsi, a porsi con fiducia verso gli altri si basa sulla sicurezza personale, sulla consapevolezza delle proprie risorse.

Senza una sicurezza di base non può esistere una personalità di pace. Il timido, il violento sono fondamentalmente persone insicure: l’uno si rifugia nella fuga, l’altro nella violenza. Per sviluppare la creatività dei ragazzi e la capacità autonoma di risolvere i problemi è fondamentale partire da situazioni effettive e reali: problematiche da sperimentare, problematizzare, analizzare, rivedere ed orientare in modo diverso. Anche quando si vuole “insegnare” la pace bisogna mettersi nei panni del bambino e chiedersi fino a che punto veramente noi, come adulti, siamo in grado di insegnare qualche cosa o se non è più opportuno dare modo alle nuove generazioni di costruire un loro mondo, un loro futuro. Tutto ciò parte dall’ascolto; una pedagogia sana è una pedagogia che si mette nei panni delle nuove generazioni, che sa innanzitutto ascoltare e accettare.

L’uomo del Terzo Millennio è indubbiamente più “civilizzato” dell’uomo delle caverne è diventato anche più “civile” ma non sempre vive in armonia con i suoi simili. È però facile constatare che i predicatori di pace sono guardati con diffidenza e che i massimi indici di ascolto vanno a chi invita a non abbassare mai la guardia nei confronti dell’“altro”, a trattarlo sempre come un potenziale nemico.

Si può cominciare a parlare di tolleranza solo quando si è affermata l’idea della dignità di ogni uomo, anche il meno dotato e il più derelitto, quindi l’idea del diritto di ognuno alle proprie opinioni, anche le più assurde.

Essere tolleranti non significa condividere il punto di vista altrui né significa essere incapaci di dire basta all’intollerabile. La differenza tra il tollerante e l’intollerante è che quest’ultimo non dubita mai mentre il tollerante non può fare a meno di una dose di ragionevole dubbio e vagliare criticamente anche le proprie opinioni.

Il cammino del tollerante verso il dialogo è fatto di ostacoli quasi insormontabili. Il maggiore ostacolo è provare a discutere con chi di discutere non ne vuol proprio sapere.

Troppo spesso ci dichiariamo disponibili al dialogo non perché riteniamo davvero “l’altro” meritevole di considerazione ma perché ci valutiamo talmente bravi, generosi, giusti, da saper coabitare con chiunque. In realtà nutriamo l’intima convinzione che prima o poi anche l’altro sarà attratto inevitabilmente dalla nostra parte per la forza stessa della nostra luminosa causa. In altri termini, la “nostra” tolleranza è determinata dalla condizione che il tollerato sia disponibile a farsi integrare, si riconosca cioè in una comune sfera di valori della quale siamo sempre noi tolleranti a determinare i confini.

Per questo motivo proviamo noi adulti ad essere i primi educatori alla pace ed alla tolleranza, sono sicura che i nostri ragazzi e le future generazioni saranno migliori di noi. Il confronto con la differenza educa al rispetto dell’altro, l’accoglienza dell’indifeso e del debole, educa alla tolleranza e a vivere con uno stile di vita sobrio e sostenibile.

Solo così avremo la possibilità anche di educare i nostri ragazzi a quella capacità critica che spinse i giovani di don Milani a indirizzare anche a noi la loro lettera.

ORNELLA 

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