Di che cosa abbiamo sete?

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19 marzo 2017
III di Quaresima

Ciascuno di noi, normalmente, ogni giorno, incontra più persone e gli incontri sono tutti tra loro differenti. Ci possono essere incontri nei quali, per strada, incontriamo qualche persona, scambiamo quattro chiacchere e tutti finisce lì; oppure possiamo incrociare qualcuno, sempre per strada, in qualche occasione particolare, e un saluto caratterizza il nostro incontro. Ci sono però incontri che lasciano il segno e che in piccola o larga parte trasformano la nostra vita; noi cerchiamo soprattutto quelli. Questi incontri significativi normalmente hanno alcune caratteristiche, se ne possono riconoscere almeno tre:

  1. Questi incontri portano ad una graduale conoscenza, scoperta di noi stessi. In altre parole, da dialogo o dal confronto con la persona che incontriamo possiamo capire alcune cose di noi, alle quali, prima, può darsi che non avessimo fatto attenzione.
  2. Questi incontri permettono un ampliamento della nostra visione, del nostro orizzonte, come se ci si aprisse una finestra sul mondo.
  3. Dopo un’esperienza che ci ha coinvolto, normalmente, siamo portati a raccontarla agli altri. C’è un desiderio di raccontare ad altri ciò che abbiamo vissuto.

Questa dinamica, espressa nei tre punti, è quella che il Vangelo descrive nell’incontro della donna samaritana con Gesù. Quella donna ha un graduale incontro con Gesù che le permette di fare questi tre passaggi. È ovvio che il tema dell’acqua, tutt’ora, è un tema significativo, a maggior ragione per la gente del tempo senza le comodità, che segnano per noi l’accesso all’acqua. Quella donna che si reca al pozzo, stranamente a mezzogiorno (di norma si andava la mattina, quando faceva meno caldo) perché nessuno potesse vederla, ha avuto 5 mariti e quindi avrà pensato: “Meno gente incontro e meno verrò giudicata”; perché a volte il giudizio è molto caldo, scotta, ci brucia, per cui quella donna avrà pensato: “Vado quando c’è meno gente, così magari potrò tranquillamente prendere, con fatica comunque, quell’acqua”.

E al pozzo incontra Gesù, il quale non la giudica perché già la conosce, e gradualmente l’accompagna. Passa da un suo bisogno di corpo fino a raggiungere il bisogno dell’anima. Mentre dialoga con lei, le fa capire che la conosce e lei stessa si rende conto che ha bisogno di qualcosa di più che sia semplicemente l’acqua, perché comunque in lei c’è della sofferenza e mentre Gesù le parla le si apre una finestra sul mondo.

La cosa che sembra paradossale è che la sua anfora che diceva l’impegno, la fatica per andare a prendere quell’acqua, neanche se ne preoccupa, la lascia al pozzo e corre a raccontare agli altri il suo incontro con il Messia. E gli atri a partire dal suo racconto possono incontrare il Signore. È chiaro che dopo anche loro se la giocano con Gesù, perché una volta incontrato, sono loro a misurarsi con il Suo annuncio e la Sua persona; tant’è vero che dicono alla donna: “Grazie, ma ora facciamo noi l’esperienza”. Detto in altre parole non possiamo fare l’esperienza al posto di qualcun altro, ognuno fa la sua, per cui noi raccontiamo ai nostri figli la fede e poi faranno loro l’esperienza di fede dell’incontro con quella persona significativa, che è Gesù.
L’invito che ci può fare questo racconto è sì quello di riconoscerci destinatari di un annuncio e vedere se questo annuncio, questo dialogo che abbiamo con la nostra fede e con Dio e con Gesù porta anche noi a scoprirci, a capire qualcosa di più di noi e a portarlo agli altri. Perché se ci accorgiamo, alla fine, che quello che viviamo è un qualcosa che si ferma a noi stessi vuol dire che manca qualche cosa. Potreste dire: “È chiaro che quello che facciamo, sempre, si ripercuote sugli altri” e avreste ragione, non c’è nulla di privato se non la proprietà; le cose che facciamo o viviamo sono al massimo intime ma mai private, quindi è ovvio che tutto si ripercuote sull’esterno.
Ma domandiamoci se la nostra preghiera, la nostra fede, il nostro rapporto con Gesù in qualche modo ci smuove verso gli altri, a raccontarci nel nostro stile e soprattutto a raccontare quello che ci ha fatto capire chi siamo e ci ha aperto gli occhi e che vuol darci un’acqua che estingua la nostra sete.

Di che cosa abbiamo sete? A cosa andiamo ad abbeverarci? perché è chiaro che tutti abbiamo sete. Quando uno ha sete deve andare dove c’è l’acqua, come quando uno cerca la vita e cerca il senso deve andare dove c’è vita, da chi la crea, da chi la dona; questo qualcuno è Dio. Perché veniamo qua? Perché qua si celebra la vita che vince la morte, ogni tipo di morte. Cosa ci raccontiamo noi nei nostri discorsi? Ci raccontiamo vita? Ma non perché siamo capaci di generare speranza, dobbiamo raccontare il Signore Gesù perché è Lui che dà vita.

Cosa raccontiamo?

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