Da cinquant’anni “Abbazia”

1

Il significato di un anniversario

Celebrare in modo serio un anniversario ci chiede di riandare alle “motivazioni” più profonde dell’evento che ricordiamo per “rimotivarelo” nell’oggi, in un contesto nuovo e diverso.

Ora, le motivazioni riportate nel Decreto Pontificio datato 10 giugno 1967, per cui il Papa Paolo VI ha ritenuto di elevare al titolo di “Abbazia” la nostra Parrocchia sono le seguenti: “… affinché non periscano né il nome dell’antichissima, e nel passato, tanto insigne abbazia, né il ricordo dell’illustre opera dei monaci dell’Ordine di Benedetto”.

Dunque, le motivazioni non sono tanto ispirate alla volontà di attribuire un “titolo d’onore”, quanto piuttosto di far rivivere nella memoria una presenza e un’opera, che hanno donato al nostro territorio ricchezze spirituali, culturali, economiche e intelligenza lavorativa, che ancora oggi segnano la nostra popolazione.

La presenza e l’opera dei monaci Benedettini, rappresentano, allora, le radici su cui è sorto il nostro paese, non solo dal punto di vista urbanistico, quanto piuttosto nel senso di una comunità di persone, che ha colto nella presenza benedettina un annuncio di vita buona e, allo stesso tempo, una risposta agli autentici bisogni delle stesse persone e delle loro famiglie: lavoro, formazione, sicurezza e alimento alla propria fede.

Normalmente i monasteri sorgevano in località isolate per consentire ai monaci di vivere con intensità il rapporto tra preghiera e lavoro. In un secondo tempo sorgeva gradualmente un borgo che corrispondeva sia ai nuovo bisogni del monastero (manodopera, servizi esterni e quant’altro), sia ai bisogni delle famiglie povere, che cercavano lavoro per il sostentamento, ma anche sostegno spirituale e sicurezza dai diversi pericoli: angherie, malattie, oppressioni, soprusi.

Così, attorno al monastero, voluto da Re Desiderio, anche nel territorio di Leno andò costituendosi una comunità di persone, che faceva affidamento sia per la vita spirituale, che per quella sociale-lavorativa, sui monaci benedettini.

Da loro la nostra gente ha imparato che la vita dell’uomo e della donna è profondamente radicata in Cristo, dal quale prende senso ogni attività umana, in quanto chiamata a partecipare al governo del mondo, in modo che possa giungere a compimento l’opera creatrice di Dio.

Famiglia, lavoro, studio, vita comunitaria e sociale, le relazioni umane: tutto, se vissuto nell’amore di Cristo, conduce alla pienezza della vita e alla sua felicità.

Nella sua Regola (prologo 9.10) S. Benedetto invita a “spalancare gli occhi alla luce divina, gli orecchi attoniti per lo stupore ad ascoltare la voce di Dio  che ogni giorno si rivolge a noi: Oggi, se ascoltate la sua voce, non indurite il vostro cuore (Sal 94,8)”.

E, così, la nostra gente ha vissuto tempi molto duri sostenuti dalla speranza, ravvivata da quella luce divina, che brillava anche quando il raccolto era scarso o nullo per l’inclemenza del tempo, quando le vicende umane di guerre e sopraffazioni distruggevano le poche cose conquistate con fatica e sudore, quando pestilenze, carestie e malattie portavano morte e distruzione: là nel monastero c’era sempre qualcuno che faceva brillare quella luce che sembrava destinata a spegnersi. In quei tempi duri, molto più duri dei nostri, la nostra gente, mentre lavorava per un tozzo di pane, povera, ma dignitosa, sostenuta dai monaci benedettini, era capace di “stupirsi” ascoltando la parola di Dio, che aiutava a leggere la vita e gli eventi con quella fede che cercava e trovare il meraviglioso anche in ciò che apparentemente sembrava indifferente o addirittura contrario all’uomo. “Munita di una fede robusta e comprovata dal compimento delle buone opere” la nostra gente, sostenuta da Vangelo e imitando la vita dei monaci e da loro sostenuta, ha fatto suo il motto benedettino: “Ora et labora” – “prega e lavora”; nella certezza che la preghiera non allontana la persona dall’uomo e dal mondo e che il lavoro non allontana l’uomo e il mondo da Dio; che, anzi, si può pregare lavorando e lavorare pregando. Coma a dire: fai della tua preghiera un luogo di incontro con Dio per far diventare il tuo lavoro una lode continua a Dio, così che tutta la tua vita – lavoro e preghiera – sia un mezzo per incontrare Dio nell’oggi della tua vita, nelle tue attività, nel tuo riposo, nella tua casa, nella società.

Fare memoria di tutto questo, grazie anche al titolo di “Abbazia”, che ci richiama continuamente a quella presenza così importante per la crescita spirituale, culturale e sociale della gente del nostro territorio, anche “oggi” ci rimotiva: dove trovare speranza in tempi ancora calamitosi se non nella nostra fede cristiana? Come alimentare questa fede se non nella preghiera e nei sacramenti che la Chiesa ci offre nel nome di Gesù? Come ridare dignità al lavora e al lavoratore se non riconoscendo nel lavoro una vocazione che viene da Dio, il Quale chiede la collaborazione dell’uomo per la costruzione di un mondo continuamente da rinnovare? Come rendere sopportabile e, perché no, gioiosa la fatica dell’uomo se non nella certezza che la sua opera è apprezzata da Dio? Come non meravigliarsi di fronte alla Parola di Dio che esclama: “L’uomo vivente è gloria di Dio?

“Abbazia”, “ora et labora”, “Ascolta, figlio, i precetti del maestro, porgi attento il tuo cuore, ricevi di buon animo i consigli di un padre che ti vuol bene e mettili risolutamente in pratica, per ritornare con la fatica dell’obbedienza a Colui dal quale ti eri allontanato per l’accidia della disobbedienza” … Non sono queste motivazioni più che sufficienti per ritornare sorgenti della nostra acqua e bere le sue acque, che, pur se provengono da una sorgente lontana, siamo certi che sono acque buone e fresche, che risanano e donano la vita?

Da questa sorgente sgorgano questi elementi: un luogo di preghiera e lavoro (Abbazia); una vita di fraternità (comunità di persone riunite intorno a Gesù); un atteggiamento di ascolto e di preghiera (liturgia della parola e dell’Eucaristia); una volontà di obbedienza a chi sa essere veramente maestro (discepoli di Gesù); la meraviglia di un amore che accoglie ogni nostro ritorno (il Padre e la Chiesa); la gioia di poter manifestare quanto Dio ha fatto e fa per l’uomo (la missione).

Tutto questo e ancor di più ci richiama quel titolo: Abbazia!

Non è forse più che sufficiente tutto questo per motivare un nuovo inizio di vita cristiana, fondata sugli elementi basilari della nostra fede nella memoria del cinquantesimo?

Carissimi, mi auguro e auguro a tutti voi di poter prendere occasione anche da questa memoria per rimettere in moto la vita cristiana personale, famigliare e comunitaria per poter essere anche noi un punto di riferimento motivazionale storico-religoso per quelli che verranno dopo di noi.

Buon cammino.

―•• •― / ―•―• •• ―• ――•― ••― •― ―• ― ―――•• ••――― •―――― ――••• •― ―• ―• •• / ―――•• ••――― ••――― ――――― •― ―••• ―••• •― ――•• •• •― ―――•• ••――― ••――― •――――

Commenti