Cosa significa educare?

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L’episcopato italiano per il decennio 2010-20 ha scelto come tema la questione educativa.

 “Noi non abbiamo bisogno di un’educazione!”, esclamano i Pink Floyd in Another break on the wall. Pur senza volerlo, emerge un doppio messaggio significativo in questo come in ogni manifesto della trasgressione: anche la non educazione è pur sempre un’educazione, e il ruolo dell’educatore rimane imprescindibile, perché i bambini imitano e ripetono  ciò che vedono fare dagli adulti.

Non c’è dubbio che le società occidentali attraversino una crisi di credibilità, più che di valori, di coloro che sono chiamati a trasmetterli. La crisi è soprattutto degli educatori, degli “adulti”; crisi infine dell’autorità.

Viviamo in una società dove sembra che tutto sia possibile indifferentemente; dove qualsiasi idea o stile di vita sembra avere lo stesso valore; dove i desideri sembrano diventare diritti e l’estetica sembra prendere il posto dell’etica.

L’educazione, dunque, oltre che indispensabile, è legata a un’assunzione di responsabilità, a una testimonianza, perché i valori si comunicano anzitutto con la vita, consentendo alla persona di poter a propria volta educare gli altri.

Cosa significa educare?

La parola “educazione” indica anzitutto la capacità di favorire e aiutare la crescita, portando alla luce la verità di se stessi.

Essere adulti ed essere maturi non significano propriamente la medesima cosa. Mentre la nascita biologica è un fatto ben preciso e osservabile, la nascita psicologica è il frutto di un lento e talvolta sofferto cammino cognitivo, psicologico e spirituale.

La persona affettivamente matura è quella che sa integrare la sua capacità riflessiva e intellettuale con le corrispondenti emozioni, in modo che le scelte compiute siano espressione concreta degli ideali proclamati.

L’educazione intellettuale come capacità di differenziare

L’esercizio stesso dell’apprendimento abilita infatti a compiere scelte e rinunce, perché l’intelligenza è selettiva (intus-legere) è capacità di leggere tra le righe, operando scelte.

“Che cosa cercate?” (Giovanni 1,38).

L’invito a fare chiarezza è alla base do ogni possibile scelta e decisione, imparare a dare un nome a ciò che egli sta cercando.

Un documento sulla situazione vocazionale in Europa rilevava proprio nella difficoltà a differenziare/decidere la radice dell’incertezza e del disagio propri di tanti giovani, pur generosi e capaci, ma smarriti, non perché privi di ideali, ma per la mancanza di educatori e di modelli: “l’Europa moderna sembra simile a un pantheon, a un grande “tempio” in cui tutte le “divinità” sono presenti, o in cui ogni “valore” ha il suo posto e la sua nicchia.

“Valori” diversi e contrastanti sono copresenti e coesistenti, senza una gerarchizzazione precisa. Risulta difficile, in tale contesto, avere una concezione o una visione del mondo unitaria, e diventa dunque debole anche la capacità progettuale della vita. Quando una cultura pone tutto sullo stesso piano, cade ogni possibilità di scelta progettuale e tutto diviene indifferente e piatto.

Sono giovani che sembrano sentirsi superflui nel gioco o nel dramma della vita, quasi dimissionari nei confronti di essa, smarriti lungo sentieri interrotti e appiattiti sui livelli minimi della tensione vitale.

La crisi, nelle decisioni e nelle scelte, è soprattutto legata a questa incapacità di riconoscere il desiderio profondo, ciò che davvero conta nella propria vita, e di essere disponibili a “pagarne il prezzo”, operando alcune rinunce.

L’importanza decisiva della famiglia

L’ambito familiare presenta in sede educativa compiti e possibilità insostituibili. La fiducia di fondo, cresce e si sviluppa anzitutto nella relazione genitoriale: “Spetta ai genitori assicurare loro la cura e l’affetto, l’orizzonte di senso e l’orientamento nel mondo. È proprio la differenza e la reciprocità tra il padre e la madre a creare lo spazio fecondo per la crescita piena del figlio.”

L’essere umano non è in grado di svilupparsi senza un ambiente favorevole, all’insegna del senso, dell’ordine, della fiducia e della stabilità.

L’importanza dell’ambiente familiare e della relazione genitoriale si mostra anche in negativo, qualora essa venga disattesa: molti figli, una volta adulti, non intendono ripetere la storia dei propri genitori, scegliendo forme alternative di vita insieme. In questi casi la motivazione primaria è per lo più negativa: al posto dell’ideale smarrito, c’è il tentativo di ridurre i rischi e i possibili danni, insieme alla paura di fallire.

Il cammino verso la maturità affettiva

Essere affettivamente maturi significa in primo luogo aver superato quella fase che Freud chiamava “principio del piacere”. Il principio del piacere non riguarda soltanto le espressioni apertamente sessuali, ma anche giustificazioni di altro tipo, più sottili ma non meno deleterie, legate al potere, ai ricatti affettivi, alla compiacenza, al non poter dire ciò che si pensa perché timorosi di essere esclusi dalla considerazione altrui. Il centro di tutto rimane comunque il soggetto e il suo bisogno di riconoscimento.

Un altro punto di valutazione è dato dal proprio carattere o temperamento di fondo. “Sono fatto così”, si dice spesso, come motivo sufficiente per non intraprendere inutili e frustranti tentativi di cambiamento. In realtà il vero elemento discriminante, come si è notato, è dato dal desiderio di migliorarsi, mettendo in conto il possibile costo.

Uno degli aspetti è l’educazione sessuale. La crescita di informazioni oggi a disposizione non ha certamente reso il giovane più maturo e responsabile.

Va inoltre chiarito un frequente equivoco: la sessualità, intesa come genitalità, può essere manifestazione privilegiata dell’affetto, ma non necessariamente. L’affettività può d’altra parte non avere espressioni sessuali, come è appunto il caso della vita consacrata e del celibato, ma trovare altre forme di espressione come le relazioni all’interno della vita comunitaria, i ministeri apostolici, l’amicizia. Per questo alla base di ogni vocazione, al matrimonio come alla vita religiosa, si richiede un atteggiamento affettivo fondamentale: la castità.

Che la castità consista nella capacità di vivere l’affettività come dono, alla base di ogni possibile vocazione, può trovare conferma nel fatto che lo smarrimento di questo spazio sacro mette ugualmente in crisi il celibato come il matrimonio: “la crisi del celibato e la crisi della vita di coppia sono comparse insieme. Difatti matrimonio e celibato sono due modi di vivere nella comunità cristiana che si sostengono l’un l’altro”.

Il punto di arrivo: la generatività

La crisi investe la capacità di trasmetterli in maniera significativa alle nuove generazioni, offrendo anzitutto un aiuto e un modello.

L’uomo e la donna diventano veramente adulti quando generano, dando vita a un essere distinto da loro che li continua nel tempo.

Al cuore dell’educazione sta la dimensione generativa umana, che è genesi e legame, relazione e riconoscimento, trasmissione e tradizione, responsabilità e fedeltà, interessamento e cura.

Generare implica un “lasciar andare”, non trattenere  preso di sé. Questo lasciare è anche alla base del compito educativo: rendere capace il figlio di autonomia e responsabilità.

Seguendo questa tendenza, la popolazione italiana dovrebbe passare da 55 a 20 milioni di abitanti alla fine del XXI secolo.

La crisi della generatività non emerge soltanto dal drastico calo delle nascite. Si pensi alla vita politica e sociale: sempre più di rado un uomo di governo, un leader,il fondatore di un movimento o di un’opera pubblica, si mostra capace di preparare qualcuno in grado di continuare la sua opera.

Esse si attaccano con morbosità al proprio incarico, al posto di comando, senza rendersi conto che è giunto i momento di “passare il testimone”. Anche questa è una sconfitta educativa.

Come recita un detto orientale: “Sappi fermarti un passo prima che un altro ti dica: basta! Sappi lasciare il posto a lungo occupato, prima che un altro ti dica: basta!”

Senza generatività, senza capacità di affidamento, anzitutto a Colui che regga la storia e conosce il cuore di ogni uomo, l’educatore cessa di essere tale per diventare concorrente, zavorra, ostacolo che rende difficile il cammino e impedisce il rinnovamento.

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don Domenico Paini

don Domenico Paini

Classe 1967 e originario della parrocchia di Castel Goffredo, ha svolto i seguenti incarichi: curato a Calcinato dal 1992 al 2001, curato a Manerbio dal 2001 al 2008. Dal 2008 è curato di Leno, dal 2013 è curato anche di Milzanello e Porzano, seguendo la pastorale familiare.


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