Consolare gli afflitti

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“Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che è finita la sua schiavitù” (Isaia 40,1-2)

Quali parole maggiormente appropriate di quelle del profeta Isaia, per introdurci nella riflessione sull’opera di misericordia “Consolare gli afflitti”.
Chi sono gli afflitti? Se l’afflizione è uno stato d’animo e l’essere afflitto è la condizione di chi sia profondamente triste, deluso, amareggiato, sconfortato, privo di fiducia e di speranza che le cose possano rimettersi al meglio, possiamo riconoscere almeno due categorie fondamentali: quelli che soffrono per delle circostanze obiettive (malattia, lutto, fallimento, disgrazia) e quelli che soffrono essenzialmente per mancanza di fiducia in se stessi o perché ingigantiscono i problemi. Conseguentemente ci possono essere due atteggiamenti fondamentali verso la vita: quello attivo e quello passivo. Il primo rielabora le proprie esperienze, positive o negative che siano, per approfondire la propria esperienza del reale e per perfezionare il proprio cammino spirituale; il secondo si abbandona stancamente alla vita, entusiasmandosi quando le cose vanno bene ed abbattendosi, magari anche oltre la misura del giusto e del ragionevole, quando vanno male.

L’atteggiamento attivo è quello delle persone forti, che non si scoraggiano facilmente e che, quando cadono, hanno solo bisogno di raccogliere nuovamente le forze per tornare ad alzarsi in piedi; l’atteggiamento passivo è delle persone rassegnate e stanche, le quali, continuamente assumono quella che le circostanze esterne impongono loro, così nel bene come nel male. Tutti, o quasi, quando soffriamo, desideriamo ricevere una parola buona o ricevere un gesto, anche soltanto uno sguardo di simpatia e di comprensione, da un amico, da un parente, da un conoscente, fosse pure da un estraneo. D’altra parte, non tutti riescono ad aprirsi o, peggio, vogliono realmente essere consolate per ricostituire le proprie forze e rimettersi in piedi; ve ne sono di quelle che vorrebbero seguitare a lamentarsi all’infinito per poter essere consolate all’infinito, insomma “farsi compatire”. I testi della Sacra scrittura ci presentano l’amore del Signore con alcune eloquenti immagini, soprattutto con quella stupenda dell’amore della mamma o del papà nei confronti del loro bambino: «Sion ha detto: “Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato”. Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai» (Is 49,14-15); oppure dall’amore dello sposo nei confronti della sua sposa:«Poiché tuo sposo è il tuo creatore, Signore degli eserciti è il suo nome, tuo redentore è il Santo di Israele, è chiamato Dio di tutta la terra. Come una donna abbandonata e con l’animo afflitto, ti ha il Signore richiamata. Viene forse ripudiata la donna sposata in gioventù? Dice il tuo Dio. Per un breve istante ti ho abbandonata, ma ti riprenderò con immenso amore. In un impero di collera ti ho nascosto per un poco il mio volto; ma con affetto perenne ho avuto pietà di te, dice il tuo redentore, il Signore» (Is 54,5-8).

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Dio, il Padre, ci ha costituiti suoi figli: siamo della sua famiglia. Siamo per lui preziosi, siamo degni di stima, siamo la sua gioia, siamo la sua vita. Per questo egli ci ama come una mamma o un papà. Non ci può mai dimenticare, non ci può mai perdere, ci riprende sempre con sé. In modo speciale nell’insegnamento di Gesù, che è, comunque, in consonanza con i profeti, possiamo cogliere pienamente le caratteristiche dell’amore di Dio. Dio ci desidera. Brama che noi viviamo e insieme il nostro amore. E ciò in modo permanente. Non può stare senza la nostra presenza (viene a cercarci come con Adamo), non può resistere senza il nostro amore, soffrirebbe se non tornassimo a vivere con lui. Non può assolutamente perderci, non può essere felice, anzi non può vivere, senza la nostra presenza, senza il nostro amore. Per questo ci ama per sempre.

“Consolare gli afflitti”: esistono varie afflizioni, vari tipi di sofferenze, ma c’è un’afflizione essenziale che consiste nella mancanza di Dio e nella brama di avere Dio. E questa afflizione essenziale può essere consolata solo dallìamore di Dio. Il nostro cuore sarà inquieto finchè non troverà riposo in Dio e nel suo amore. Sta a noi di essere convinti di tale amore e di riceverlo in noi. C’è un passo di San Paolo assai significativo: «Sia benedetto Dio, padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio» (2Cor 1,2-4). Consolare gli afflitti diventa ora un impegno nostro. Il testo paolino ci dice schematicamente tre cose: Dio ci consola, perché consolati da Dio possiamo consolare gli afflitti, con lo stesso tipo di consolazione con cui Dio ci consola. Sia con le parole sia con la vita. Con le parole, facendo conoscere l’amore di Dio, predicando il Vangelo dell’amore di Dio, quindi insegnando, nei modi adeguati alle capacità di ciascuno, quello che la Sacra scrittura contiene sull’amore di Dio. Con la vita, facendo sperimentare l’amore di Dio, con concrete opere di misericordia, però con le stesse caratteristiche proprie dell’amore di Dio, nello stile proprio di Dio.

Santa Bernadette in una sua meditazione affermava: “1° punto: Gesù mio modello. 2° punto: Gesù mia forza. 3° punto: Gesù mia consolazione”. Compiere atti d’amore nello stile proprio di Dio consiste nel sentire che gli altri sono per noi persone importanti, persone preziose, degne di stima, motivo, quindi, di gioia e di vita. Questo sentimento è, a volte, spontaneo, come si verifica nel caso degli amici o, ancor più, dei familiari, ma è, a volte, solo voluto, come avviene nel caso degli estranei o delle persone sgradevoli o, al limite, dei nemici.
In ogni modo, sentire gli altri come persone importanti vuol dire in pratica: ascoltare attentamente l’altro per conoscerne con interesse l’identità unica, e soprattutto, nel nostro caso, i problemi e i motivi di sofferenza; poi offrire la nostra gioia, anche, semplicemente, con il servizio di un sorriso. Coloro che assistono un ammalato, col loro impegno e con la loro attività, portano il sorriso di Maria e la sua bontà materna accanto ad ogni sofferente.

Non è sufficiente consolare gli afflitti che si trovano tra noi. C’è un Altro, non dico afflitto, ma potenzialmente afflitto, e cioè Dio, il Padre. Dobbiamo essere convinti, che Dio aspetta con ansia di ricevere il nostro amore. Se non glielo dimostreremo, egli sarà afflitto come il Padre della parabola (Lc 15,11ss). A lui, soprattutto, dobbiamo pensare quando pratichiamo questa opera di misericordia.
A Maria, Consolatrice degli afflitti, gioia di tutti gli afflitti chiediamo di essere, a nostra volta, consolati dall’amore di Dio e consolatori con l’amore di Dio.

(Da una catechesi di Papa Francesco)

Un caro saluto ed un sincero ringraziamento a don Domenico da tutti gli ammalati, ed un augurio di bene fecondo nella nuova parrocchia affidatale.

a cura di Maria Piccoli

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