Chiamatelo pure predicozzo…

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Sono il padre di due alunni dell’istituto Capirola; ho chiesto spazio su Itaca per farvi conoscere la storia di tre ragazzi: Paolo, Silvia e Manco (nomi prestati per la privacy).

Da anni, con la mia professione opero in un S.P.D.C. (servizio psichiatrico di diagnosi e cura) il reparto di degenza ospedaliera dove si accede per curare disturbi mentali in fase acuta. Paolo ha 18 anni e giunge in reparto la domenica mattina presto appena Iniziato iI turno di lavoro, accompagnato dal personale del pronto soccorso e dalle forze dell’ordine, è contenuto sulla barella, urlante, minaccioso, aggressivo verbalmente e fisicamente. Viene praticata una contenzione di sicurezza al letto per il tempo necessario a garantirgli l’incolumità, gli viene somministrata un’appropriata terapia che ci permette dl instaurare un minimo contatto per effettuare una prima diagnosi. I genitori schokcati ci riferiscono: “lo aspettavamo a casa come al solito all’alba, ma ci hanno chiamato dal P.S..— Nostro figlio da tempo è un po’ strano e a scuola va male, ma noi non ci spieghiamo il motivo”.

Dopo circa una settimana si riscontrano i primi effetti terapeutici e inizia a collaborare. Paolo dichiara che da più di un anno fa regolare uso di droghe, cannabis e alcol, giustificandosi che lo fanno tutti nella sua compagnia. Al pensiero che la ragazza l’ha piantato, ha una reazione istintiva di silenzi, di stizza rabbiosa e di vaga confusione dove non ricorda cosa gli sia successo. Di seguito ci viene comunicato che ha tentato di aggredirla dopo giorni di vessazioni, pedinamenti, minacce via sms e verbali, rischiando una denuncia per stalking.

Paolo prosegue la degenza con un supporto farmacologico e psicologico fino ad accompagnarlo ad un benessere che gli consente una presa di coscienza della gravità di quanto abbia fatto.

Due giorni dopo iI pronto soccorso ci annuncia iI ricovero di una ragazza. Silvia ha 17 anni. All’ingresso la situazione à a dir poco concitata, tanto che a fatica riusciamo a comunicare per sedare gli insulti furibondi della ragazza verso la madre, che, provata dal contesto, scoppia in un pianto dirotto. Rincuoriamo la madre e la allontaniamo per un breve periodo della degenza della figlia, in modo da disinnescare la sua violenza verbale. Silvia appare in evidente e grave stato di agitazione psicomotoria, che dura da giorni, dato confermato solo telefonicamente dal padre, da Iì a poco. É una furia, logorroica, impreca e bestemmia, tenta di scappare per farla finita.

Dopo un lavoro di faticosa persuasione riusciamo a somministrarle una terapia per sedare la frenesia e tentare di costruire un primo minimo colloquio di fiducia per convincerla che noi la vegliamo aiutare. Dice sfogandosi rabbiosa e come un fiume in piena: “cosa vuole mia madre, si faceva anche lei le canne” poi, “che c* vuole da me che vive con un altro”. “Chiamate mio padre io vivo con lui e faccio quel c…… che voglio”; ancora, “Mio padre lo sa che funto, bevo con i miei amici e sballo, eppure non mi dice niente, mi fa le ricariche che non è poco, sgancia e non rompe i c* come mia madre che mi stressa.” La madre: “Vuole lasciare la scuola, io non voglio, ma lei non mi ascolta e continua a fare assenze per un sacco di malesseri strani, ora é scoppiata.” Noi ancora: “Se è finita qui Silvia é colpa di suo padre, per lui conta solo il denaro”.

Anche nel suo caso dopo un costante supporto terapeutico e con il duro lavoro mirato a ripristinare le funzioni relazionali e recuperare l’ordine di alcuni valori, la paziente scopre li senso di protezione e i riferimenti a lei mancati indispensabili in adolescenza. Durante la degenza conoscerà Paolo, per loro sarà prima un identificarsi nel passato, poi uno scambio reciproco di buoni propositi per il futuro.

Il terzo caso à riferito a Marco, 19 anni studente al quarto anno della superiori. Giunge in reparto accompagnato dal pemonale del pronto soccorso e dai genitori, appare molto frastornato, impaurito e perplesso. L’atteggiamento di totale chiusura ci impedisce ogni forma di contatto, non parla, accetta solo di andare a letto ma con la costante presenza di un genitore al suo fianco per paure di cose non ben definite, fobie.

La madre ci racconta: “Non ce la facciamo più, l’abbiamo convinto a entrare in pronto soccorso perché da tempo, circa un anno, non sappiamo giustificare queste paure e atteggiamenti strani. Abbiamo la sensazione che a volte parli da solo. Marco é sempre stato un ragazzo un po’ riservato a timido, ha una nuova compagnia che conosciamo a malapena, con la quale esce circa da un palo d’anni nel fine settimana. Sappiamo poco di cosa fanno e dove vanno. A scuola è andato bene fino in seconda, poi ha iniziato a fare fatica e ha perso un anno. Quanto vorremmo che si diplomasse! La fidanzata? Non sappiamo se ne ha una. Si infuria e sbatte la porta quando gli chiediamo con chi stia per ore e ore al computer persino di notte anziché dormire. Da tempo ormai mangia poco, a occhio ha perso peso, era cos’ un bel ragazzo curato! Mio figlio ora non lo riconosco più!” E ci lascia fra le lacrime.

Già dal primo monitoraggio all’osservazione, si evidenziano in Marco chiare alterazioni nell’umore che alternano reazioni di stizza, soliloqui, chiusura a ricco e pianto a dirotto, da rendere impossibile il sonno e le relazioni. Il responso dei primi esami di laboratorio parla chiaro: positivo alla cocaina. Anche per Marco é necessaria un’importante terapia per togliere le allucinazioni, stabilizzare l’umore e favorire il sonno, che dovrà assumere per un lasso di tempo fino a un consolidato benessere.

Nell’amicizia nata durante la degenza tra Paolo e Silvia c’è spazio anche per Marco con i quali ha condiviso il gusto e la bellezza del ritorno su una strada nuova, non priva di fatiche ma con davanti un orizzonte chiaro e definito.

Riusciranno a resistere alle tentazioni e le lusinghe provocate dagli effetti dell’uso di sostanze da evitare la silenziosa devastazione del proprio cervello? lo lo spero.

Questi sono solo tre dei tanti. Nei loro occhi, nei loro visi, nelle loro voci, nei loro gesti, in tutto ho visto voi compagni e amici dei miei figli. Vi vedo così spensierati e pieni di vitalità, a scuola durante gli intervalli nei corridoi o in attesa del bus.

Cari ragazzi, ho voluto raccontarvi questo, non per fare uno spot al mio reparto o alla mia professione, non certo per fare del terrorismo, ma perché è tutto tristemente vero e farvi capire che alcune scelte nella vita fatte per noia, tendenza, o per sfida, possono portare con sé gravi e irreparabili conseguenze,

Quanto scritto vi consento pure di chiamarlo predicozzo, avete comunque tutto il mio affetto.

Un padre

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ORANews

Oratorio San Luigi di Leno


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