Chi cresce e chi no

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Antonio non riusciva proprio a prendere sonno quella notte. A pancia in giù; poi a pancia in su; quindi su un fianco; dopo sull’altro. Niente. Con il letto ormai quasi disfatto dalla sua parte, per quei continui avvitamenti, le cose non potevano che peggiorare. Ora sentiva pure freddo: a furia di cambiare posizione era riuscito anche a scoprirsi. 

Sua moglie finì per svegliarsi. Accese la lampada sul comodino e una luce fioca s diffuse nella stanza. Rafaella era una donna che on si spazientiva mai: «Se ti andava di fare un ballo, tanto valeva che me lo dicessi alla festa!» esclamò a mezza voce, sorridendo. Poi si fece più seria e domandò: «Cosa c’è? Non hai digerito bene?». 

Antonio si fermò supino, con lo sguardo perso rivolto al soffitto. Aveva digerito benissimo. Non aveva né mal di stomaco, né mal di testa. Aveva invece un peso sul cuore e, fatto inedito, si sentiva un uomo stupido. Anzi: se avesse potuto dare libero sfogo alle proprie parole avrebbe detto che si sentiva l’uomo più stupido del mondo. Raffaella e Antonio erano rincasati poco dopo la mezzanotte dalla festa che alcuni amici e compagni di corso del figlio Alessio avevano organizzato per la fine dell’anno accademico. Ormai era diventata una simpatica consuetudine, sebbene fosse solo il terzo anno, dacché era stata proposta per la prima volta.

Raffaella e Antonio in realtà non vi avevano mai preso parte. Trattandosi però dell’ultimo anno per Alessio, che frequentava i corsi per la laure triennale, questa volta avevano accettato l’invito. Un po’ di resistenza – come del resto negli anni precedenti – era venuta da Antonio che detestava le feste, ricevimenti e altre cose del genere. Raffaella, però, aveva molto insistito e, almeno per questa volta, l‘aveva avuta vinta lei. 

Eppure sarebbe parso strano a dirsi, perché Antoni era un uomo “pubblico”: docente universitario, titolare di cattedra presso la facoltà di giurisprudenza, stimato per la sua competenza, abile conversatore, ironico e brillante. Si considerava tuttavia un uomo schivo e custodiva gelosamente la propria vita privata. 

Alessio, invece, frequentava la facoltà di matematica con buoni risultati; però si presentava ai suoi dimesso e taciturno. Nemmeno fisicamente assomigliava a suo padre: questi era alto e piuttosto imponente di corporatura; Alessio era più simile alla madre: esile e piccolo di statura. A differenza di lei, però, in casa sorrideva di rado e aveva un che di malinconico. 

I padre sosteneva ce Alessio fosse così perché «ha scelto la facoltà sbagliata. Matematica? Sono studi aridi! Tutti quei numeri…  non si vive di derivate e integrali!».

La madre, invece, era convinta che ad Alessio mancasse una fidanzata. «D’altra parte – diceva – con quei capelli sugli occhi, chi è quella donna che potrà mai interessarsi a lui? Se non si capisce nemmeno da che parte guarda!».

Ma ecco la festa. E probabilmente per Antonio e Raffaella si trattava della prima circostanza in cui potevano osservare il figlio immerso nel suo mondo. E la loro sorpresa non fu grande, ma enorme. Alessio si presentava vivace e sorridente; si mostrava perfettamente a suo agio chiacchierando con i docenti invitati alla festa, e questi si rivolgevano a lui con visibile stima e simpatia; gli amici e le amiche lo cercavano quasi fosse stato il leader del gruppo. E non solo: Alessio aveva raccolto dietro alla schiena con un fermaglio i suoi lunghi capelli, e questi ricadevano a coda di cavallo lasciando libera la fronte e, soprattutto, gli occhi. 

Perfino Antonio, che all’inizio aveva bofonchiato per quella pettinatura «troppo femminile per un maschio!», aveva dovuto riconoscer che lo sguardo di suo figlio ora appariva intenso e luminoso.

Al rientro dalla festa, però, la pesantezza e il rimorso ebbero la meglio sulla gioia e la sorpresa nel cure di Antonio: lui, che fino ad allora aveva ritenuto di essere un punto di riferimento per suo figlio; lui, che sovente lo prendeva in giro – ma forse lo umiliava pure – esaltando le scienze giuridiche e ridicolizzando le scienze cosiddette esatte; lui che giudicava “strano” il proprio figlio, solo perché non gli assomigliava e non aveva gli stessi suoi interessi…

Quando sentiamo l’espressione “età dello sviluppo” subito pensiamo a quelle stagioni della vita umana che vanno dai suoi inizi fino all’adolescenza o, forse, alla giovinezza.

Come se ci fosse un’età in cui ci si sviluppa e un’età in cui, invece, non ci si sviluppa più.

Ma le cose non stanno così.

Si potrà dire – questo sì – che in alcune stagioni della vita lo sviluppo appare qualitativamente e quantitativamente più consistete che in altre; ma non si può dire che in una famiglia compito dei figli è quello di crescere e compito dei genitori è quello di stare a guardare. Lo sviluppo di un figlio sfida un genitore a crescere; con la differenza che mentre il figlio sa di non poter fare diversamente, il genitore può ritenere di esserne esentato. Però si sbaglia. 

Il genitore che si limita a guardare, ma ritiene di non essere in crescita, alla fine rischia di pensare ai suoi cari così come se li immagina e non come questi sono realmente.

Antonio ora si rendeva conto che Alessio era proprio cresciuto; ma si rendeva anche conto che ne lui ne sua moglie avevano accolto la sfida di crescere insieme con il loro figlio. E che a motivo di ciò Alessio si era costruito un mondo proprio, da cui aveva dovuto escludere i suoi genitori. Che pure lo amavano; così come lui amava loro.

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don Domenico Paini

don Domenico Paini

Classe 1967 e originario della parrocchia di Castel Goffredo, ha svolto i seguenti incarichi: curato a Calcinato dal 1992 al 2001, curato a Manerbio dal 2001 al 2008. Dal 2008 è curato di Leno, dal 2013 è curato anche di Milzanello e Porzano, seguendo la pastorale familiare.


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