Pietro Milzani, pittore e affreschista della chiesa di San Michele in Milzanello

Pietro è stato un noto pittore, affreschista e illustratore di pubblicazioni didattiche. Personaggio poliedrico, schivo, amante della solitudine, modesto, dedito alla famiglia (moglie e tre figli) era uomo di grande ricchezza interiore.

Originario di Gottolengo, fin da piccolo manifesta la sua vocazione artistica e segue le orme del padre, valente decoratore, per approdare poi a Milano dove si afferma come decoratore di molte dimore gentilizie. Qui frequenta una scuola di pittura che abbandona presto, per lui troppo elementare. Durante il servizio militare la sua arte ritrattistica gli avvale il plauso fra gli ufficiali.

Nel dopo guerra si trasferisce in Brescia in una villetta di Porta Cremona che correda di fontane, pavimenti, opere d’arte e dove intraprende, oltre all’arte dell’affresco, la strada dell’illustratore per l’editrice “La Scuola” e la “Fabbri Editore” che gli procurano molteplici richieste anche dall’estero. La pittura vera, quella di grande dimensione, dei ritratti e degli affreschi sono per lui il grande richiamo. Una pittura di getto che non si avvale di cartoni, come usano tanti artisti, su cui in precedenza viene realizzata, a carboncino, l’opera da riportare sulla parete.

Macinava e impastava i colori secondo gli antichi sistemi spandendo personalmente la malta. L’affresco lo coinvolgeva completamente; le sue opere vivono nelle chiese, a contatto coi fedeli e rappresentano episodi biblici (la Bibbia e i Vangeli per lui, credente, non avevano segreti) da lui intuiti e raffiguranti smaglianti colori sulle pareti e le cupole. Una pittura che lo riallacciava ai grandi dei secoli scorsi, quadri che sembrano realizzati tanto tempo fa.

Dipinge le absidi, le navate e gli altari di tante chiese bresciane e non solo fra cui Montichiari, Manerbio, Toscolano, Castelletto di Leno e Milzanello con i suoi dipinti, realizzati negli anni a partire dal 1946. Ogni altare e la navata sono arricchiti di episodi evangelici con figure e volti di gente del paese e su cui vale la pena soffermarsi…

Sant’Urbano Martire: le conclusioni

Storia delle sante Reliquie del Patrono di Milzanello

Le reliquie di s. Urbano Martire sono presenti a Milzanello dal 1714, la stessa data della morte del Vescovo Badoer.
Il vescovo è di origine veneta ed è stato Patriarca di Venezia. È quindi ipotizzabile che le reliquie possano provenire da Venezia.

Il culto di san Babila e dei tre fanciulli, si diffonde presto in Occidente. A Milano la presenza di una comunità siriaca ne diffonde il culto. È attestato già negli antichi messali ambrosiani. Ma la commemorazione di san Babila e dei tre fanciulli era fissata a al 24 gennaio, dopo la riforma liturgica anticipata al 23 gennaio.
Questo non coincide con la data in cui si commemorava in passato.

Dalla lettura dei documenti trovato nell’Archivio parrocchiale di Milzanello risulta che la festa cadeva alla fine di Ottobre, giorno in cui si commemora s. Urbano martire romano. Il 30 ottobre o il 31 ottobre. Il Badoer era Cardinale e per ordine del Papa era giunto a Brescia per combattere l’eresia che si stava diffondendo nel Bresciano.
In quegli anni le reliquie dei santi martiri dei primi secoli recuperate nelle Catacombe romane erano mandate in tutta Europa per rinforzare la fede Cattolica. È quindi plausibile che le reliquie provengano da Roma.

La data in cui si festeggiava il Protettore di Milzanello s. Urbano è alla fine di Ottobre. Il 31 Ottobre si ricorda s. Urbano Martire collaboratore di san Paolo. Questo appoggerebbe l’ipotesi che le reliquie provengano proprio dalle Catacombe romane.
A favore di questa ipotesi ci sarebbe anche il fatto che proprio nel XVII e nel XVIII secolo ci furono degli scavi nelle catacombe romane e molti resti di santi martiri furono portati in tutta Europa, in modo particolare nei luoghi in cui l’eresia protestante era più presente, per rinvigorire il culto dei santi e supportare la fede cattolica.

I resti rinvenuti nelle Catacombe, in tombe recanti segni del martirio, anche se non appartenevano proprio al collaboratore di S. Paolo, erano comunque i resti di un fratello degno di venerazione, in quanto rimasto fedele a Cristo fino al martirio.
Badoer è arrivato a Brescia con il preciso compito di eliminare l’eresia e quindi potrebbe essere plausibile che abbia portato con sé delle reliquie per rinforzare il culto del santi, oltre naturalmente a diffondere le processioni e l’adorazione al Santissimo.

Per “Corpi santi” s’intendono le reliquie di probabili martiri, estratte dalle catacombe romane e non solo, tra XVI e XVII secolo, per essere donate a parrocchie, diocesi o privati. Con il sorgere di una forma di archeologia sacra più accurata, l’estrazione è stata interrotta. Abitualmente venivano posti alla venerazione dei fedeli con abiti che rimandavano al loro stato di vita (soldati, fanciulli eccetera), a volte ricoperti con maschere d’argento o inseriti in figure di cera.

Il culto dei Corpi santi perdura ancora oggi, in particolare nella diocesi di Milano, in America Latina e in Germania, dove molti furono traslati all’epoca della Riforma protestante.
In alcune raccolte pubblicate recentemente di vite di santi, vengono indicati due s. Urbano martire: uno che si ricorda il 30 Ottobre, indicato come cooperatore di s. Paolo, e uno che si ricorda il 31 Ottobre, martire romano assieme a S. Ampliato e a s. Narcisso.

Tuttavia, altre raccolte di santi, indicano che il collaboratore di s. Paolo e il compagno di martirio dei santi Ampliato e Narcisso, sono in realtà la stessa persona.
In un Martirologio Romano Pubblicato a Venezia nel 1702 al 31 ottobre si legge:

… In questo giorno pure i Santi Ampliato, Urbano e Narcisso, de quali fa menzione s. Paolo scrivendo a’ Romani, che furono uccisi da Giudei e da Gentili per l’Evangelio di Cristo.

La provenienza e la data di stampa del Martirologio, fanno pensare che quando le reliquie giunsero a Milzanello, questo era il riferimento che si prese e a questo santo avrebbero fatto riferimento quanti lo elessero a protettore.

Il Cardinale Giovanni Alberto Badoer

Storia delle sante Reliquie del Patrono di Milzanello

Dalla lapide apprendiamo che il donatore delle Reliquie è il Cardinale Giovanni Alberto Badoer, vale a dire il 106° vescovo di Brescia, chiamato a reggere la nostra Diocesi dal 1706 al 1714 Giovanni Badoer era veneziano ed apparteneva ad una importante famiglia di Venezia. Suo zio era Alberto, vescovo di Crema, che lo educò, avviandolo alla carriera ecclesiastica.

Si laureò in diritto e poi si recò a Roma per un breve periodo, dove gli venne offerto un posto come Uditore Rotale, che lui però rifiutò.

Divenne arcidiacono della cattedrale di Crema, ma alla morte dello zio, siccome si dice fosse contrario al nepotismo, lasciò tutti gli incarichi ricevuti da lui e si trasferì a Padova, dove fu ordinato sacerdote dal vescovo Gregorio Barbarigo. Fu proprio il Barbarigo a proporlo come primicerio del capitolo di s. Marco a Venezia al doge e qualche tempo ricoprì questo incarico. In seguito, nel 1688, fu scelto come Patriarca di Venezia.

Le cronache e gli scritti su di lui riportano la sua opera:

  • visitò tutte le chiese e i monasteri
  • visitò i seminari
  • aprì accademie
  • curò la qualità dei seminari e la formazione del clero
  • fondò un istituto per accogliere le prostitute che volevano cambiare vita
  • consacrò alcune chiese

Nel 1706 il papa Clemente I Albani lo fece cardinale presbitero e lo fece poi Vescovo di Brescia (con il titolo personale di Patriarca) con una missione da compiere: sradicare le eresie che stavano infestando Brescia e il Bresciano (in Valle Camonica soprattutto). Giansenismo, ma soprattutto Quietismo avevano preso piede anche fra gli ecclesiastici e nelle famiglie in vista.

Il Cardinale Badoer arrivava in una diocesi che versava in una difficile situazione. Contrastò e sconfisse gli eretici, appoggiato dai Gesuiti e dall’Inquisizione.
Diffuse le pratiche di devozione, soprattutto quelle legate al Santissimo Sacramento. Si impegnò nelle visite pastorali
All’arrivo del Cardinal Badoer a Brescia, la Cattedra di Brescia era vacate da due anni ed era retta da un Vicario. La situazione era preoccupante, poiché si erano diffuse molte eresie che avevano invaso le Valli, soprattutto la Valle Camonica, ma anche la città. Vi avevano aderito sia sacerdoti che esponenti delle famiglie importanti di Brescia.
Con questa missione dunque, il Papa aveva mandato il Badoer a Brescia.
In Valle Camonica c’erano i Pelagini, a Brescia e dintorni i Quietisti, guidati da Giuseppe Beccarelli.

Riunioni di Quietisti dal 1704 si tenevano in Cattedrale, nella Cappella di S. Antonio, con la partecipazione dello stesso Arciprete: Camillo Bargnani.
Il Beccarelli era di famiglia umile, era nato nel 1666 a Pontoglio. Aveva studiato un poco ed era finito a fare l’istitutore. Con la protezione di Cesare Martinengo, istituì in casa sua un istituto per l’educazione dei giovanetti sullo stile di quelli gesuiti.
Il Beccarelli aveva legato i sacerdoti suoi adepti ad un giuramento di fedeltà alla sua persona e si era liberato dall’Inquisizione e dall’autorità grazie alle sue conoscenze e amicizie fra i potenti.

Nel 1706 il card. Giovanni Badoer era entrato a Brescia come vescovo. Nel 1707 proibì subito le riunioni dei Quietisti, controllò le pubblicazioni e si appoggiò ai Gesuiti. Emanò un decreto di scomunica ipso facto per tutti coloro che avessero promosso riunioni di Quietisti. Il Beccarelli e i suoi seguaci reagirono contro il vescovo con satire e pasquinate, facendo intervenire le autorità venete. Nel 1708 il podestà di Brescia fece chiudere il collegio e imprigionare il Beccarelli.

Il Vescovo Badoer però non doveva soltanto contrastare le correnti eretiche che si erano diffuse nella sua diocesi. Egli infatti operò per evangelizzare sia la popolazione che il clero, deviati dall’eresia, con catechesi, devozioni, cura della formazione del clero e visite pastorali.
Nella sua visita ad limina a Roma, si scusò per aver trascurato la Valle Camonica, perché impegnato nella città e dintorni. Davanti alla diffusione dell’eresia, Badoer rispose favorendo la preparazione dei chierici e vigilando su quanto insegnato nel seminario.

Curò il culto Eucaristico, visse una vita austera e dedita alla preghiera e alla penitenza, fu assiduo nella catechesi (anche dei fanciulli) e nell’assistenza materiale dei bisognosi.
Al rientro di una visita pastorale si ammalò di febbre e morì il 17 maggio 1714.
Fu sepolto nella cappella di s. Antonio in Cattedrale.

Giovanni Antonio Uggeri

Storia delle sante Reliquie del Patrono di Milzanello

La famiglia Uggeri, di cui fa menzione la lapide commemorativa, è una antica famiglia di origine Medioevale che era subentrata ai feudatari di Milzanello.
Giovanni Antonio Uggeri faceva parte della famiglia Uggeri che ha rappresentato un elemento centrale per il paese.
Andiamo per ordine.
Nel 1420 alla famiglia Gambara subentrarono gli Uggeri, che acquistarono non solo Milzanello, ma anche altre terre della zona.
Dalle cronache del tempo risulta che la situazione dei contadini fosse piuttosto misera.

La famiglia Uggeri ebbe il merito di aver compiuto importanti lavori di adeguamento: sistemò case e cascine, migliorò il sistema dei canali e delle rogge e soprattutto rese le condizioni dei propri contadini migliori. L’effetto di una tale cura fu che la popolazione ebbe un incisivo aumento e in tempo di epidemie che per molti altri paesi significò una drastica diminuzione di abitanti, ebbe una bassa percentuale di morti.

Il merito di questa famiglia fu anche di essersi occupata della chiesa ormai decadente dedicata a S. Michele.

La chiesa fu ampliata e in parte riedificata e quindi consacrata nel 1460.
Nei secoli ha avuto sistemazioni successive, ma la struttura attuale è ancora quella.
Avendo costruito la chiesa, mantennero il giuspatronato fino all’estinzione della famiglia (forse passò alla famiglia mantovana che subentrò dopo di loro).

La famiglia Uggeri ebbe anche una casa a Brescia, il palazzo Uggeri che si trova in via Musei. Nella lapide si legge che è proprio Giovanni Antonio Uggeri a metterla in ringraziamento verso il Vescovo Badoer, da cui ha ricevuto le reliquie.

Giovanni Antonio Uggeri, era figlio di Pietro Francesco e fratello di Paolo.
Morì celibe e senza eredi, ma anche il fratello che continuò la dinastia, non le garantì vita molto lunga, poiché la discendenza presto si estinse per la mancanza di eredi maschi.

Milzanello

Storia delle sante Reliquie del Patrono di Milzanello

Milzanello, piccolo centro, frazione di Leno, si è rivelata una terra ricca di storia e di tradizioni. Il tempo ha cancellato e disperso molta parte della memoria del suo passato, eppure rimangono tracce curiose, di un passato veramente interessante.
Fin dall’inizio è stato legato a Leno, soprattutto dopo la fondazione dell’Abbazia, la cui storia è senza dubbio grandiosa.

Potrebbe sembrare che Milzanello non c’entri molto con l’importanza dell’Abbazia, ma non è così, perché Milzanello è inserito nelle vicende dell’Abbazia e questo è emerso nel corso delle ricerche. Anche la presenza della statua di papa Eugenio III nella chiesa di san Michele ne è un indizio. Per capire che ruolo avesse nella storia un paese così piccolo e lontano dal centro, bisogna partire dalla storia dell’Abbazia di Leno.

L’Abbazia di Leno è stata fondata nel 758 per volontà del re dei Longobardi Desiderio e della regina Ansa vicino alla Pieve di San Giovanni Battista.
Da quelle parti il sovrano Longobardo aveva fatto costruire anche una chiesa dedicata a san Michele. Desiderio ottenne da papa Paolo I e dall’abate di Montecassino Petronace (bresciano) il permesso di costruire un’Abbazia.
Il primo Abate fu Ermoaldo (759- 790) che portò con sé 12 monaci, il braccio di san Benedetto, e i resti dei martiri Marziale e Vitale. Seguì Lantperto, dall’Abbazia di Montecassino e poi Amfrido, nominato poi Vescovo di Brescia. Nel corso del tempo venne dotata di privilegi di vario tipo, sia imperiali che papali, e ingrandì i sui possedimenti.

Nel 1137 l’Abbazia subì un violento incendio, quando era Abate Tedaldo.
Sotto la guida dell’Abate Onesto, la chiesa fu non solo riedificata, ma fu consacrata con ogni onore. Arrivò infatti a consacrarla Papa Eugenio III , e qui si fermò per un certo periodo. Il Papa però si rese anche conto che l’Abate tentava di prendere facoltà che non aveva, e frenò la sua ingerenza su alcuni ambiti che non gli appartenevano.

Il Papa diede ordine di togliere il fonte battesimale presente nell’Abbazia e di usare per i Battesimi soltanto la Pieve di San Giovanni Battista.
Il Battesimo, infatti, nelle zone rurali, non poteva essere amministrato se non presso la Pieve.
La pieve, o meglio, la Chiesa Battesimale a Leno, era preesistente al Monastero e si trovava presso la roggia che ora si chiama Sangiovanna.
Prima dell’arrivo delle reliquie c’erano la chiesa di San Salvatore, che diventerà la Chiesa abbaziale di san Benedetto, la chiesa di san Pietro e la Pieve di san Giovanni. Di queste chiese, assieme alla chiesa di san Michele di Milzanello, si parla in una disputa in tribunale per stabilire la giurisdizione del territorio di Leno.
Questo documento si è rivelato molto interessante poiché dalle deposizioni dei testimoni si viene a sapere molto.

L’importanza dell’Abbazia si comprende bene e fino a che l’Abate di Leno era così potente, era normale che si trovasse a scontrarsi con il Vescovo di Brescia per via di problemi di giurisdizione. Papi e Imperatori hanno riconosciuto privilegi vari all’Abbazia, ma soprattutto i Papi hanno svincolato l’Abate dalla necessità di dipendere dal Vescovo di Brescia sia per le ordinazioni che per la consacrazione degli olii santi.
Però ad un certo punto sorge un problema di giurisdizione e la questione viene portata in tribunale.

Siamo nel 1194 e vengono chiamati dei testimoni . Gli atti contengono delle informazioni interessanti.

Tra le testimonianze della contrapposizione fra il Vescovo di Brescia e l’Abate di Leno alla fine del XII secolo c’è quella di Montenario, canonico di San Pietro di Leno, che fu chiamato a deporre davanti al Giudice su questa controversia. Egli riguardo alla Pieve di san Giovanni di Leno, afferma che mai era stata soggetta all’autorità del Vescovo di Brescia e che anzi, ricorda di essersi recato ad un Sinodo diocesano e che in quella occasione il suo superiore si infuriò, sentendo la Pieve di san Giovanni enumerata con le pievi Bresciane. Al contrario, era legata alla Sede Apostolica e del tutto svincolata dal controllo del Vescovo.

L’informazione che ci serve conoscere è quella relativa all’amministrazione del Battesimo. Il Battesimo poteva essere amministrato solo nella Pieve, meglio, nella chiesa battesimale di san Giovanni Battista.
Nel 1148, come si è detto, papa Eugenio III aveva fatto togliere il fonte battesimale dalla chiesa abbaziale e aveva ordinato che i battesimi si facessero solo nella Pieve, e l’Abate, non potendo disobbedire al Papa, desiderava allo stesso tempo mostrare il proprio potere.
Trovò pertanto il modo di fare entrambe le cose.

Qui viene descritta la procedura dei battesimi.

  • alcuni canonici di san Pietro si recavano all’Abbazia.
  • Si presentavano all’Abate
  • L’Abate mandava con loro alcuni monaci dell’Abbazia
  • Andavano a prendere il parroco di Milzanello
  • Insieme andavano alla Pieve di san Giovanni Battista
  • Insieme consacravano il fonte battesimale
  • Insieme battezzavano
  • Due o tre fanciulli venivano portati nella chiesa dell’Abbazia e venivano battezzati dall’Abate (tanto per mettere in chiaro chi comandava davvero, senza disubbidire agli ordini del Papa).

Quindi il feudo di Milzanello dipendeva dall’Abbazia.

Come feudatari di Milzanello, ci sono state parecchie famiglie, e poi, quando l’Abbazia iniziò la sua decadenza, divennero gli effettivi signori.
I feudatari in questione erano:

  • Avelongo
  • Poncarali
  • Lomelli
  • Martinengo
  • Gambara che poi cedono nel 1420 agli Uggeri

Nel 1479 l’Abate Bartolomeo Averoldi cedette l’Abazia in cambio dell’Episcopato di Spalato. Era l’ultimo Abate di Leno: dopo di lui furono solo abati commendatari, fino al 1783, quando venne abbattuta per volere della Repubblica Veneta.
La famiglia Uggeri però ha lasciato un segno profondo nella storia di questo paese e ha portato qui tracce che ancora perdurano e che ne raccontano la storia.

Sant’Urbano Martire

Storia delle sante Reliquie del Patrono di Milzanello

Ci sono alcuni santi che portano questo nome, ma stringendo il campo solo ai martiri, il numero si riduce. La scelta è stata di analizzare tutte le ipotesi, valutando i dati a favore e a sfavore di ognuna di esse, alla luce della documentazione trovata.

1) s. Urbano Papa e martire ci è sembrata l’ipotesi da escludere.

2) Vi è un giovane martire di Antiochia, ucciso nel 253, associato al martirio di San Babila.
San Babila martire fu Vescovo di Antiochia, ucciso in odio alla fede nel 253, insieme a tre fratelli che la madre gli aveva affidato perché fossero allevati ed istruiti alla fede.

San Epolono fanciullo martire
San Prilidano fanciullo martire
San Urbano fanciullo martire

Se si dovesse trattare di lui, la domanda sarebbe: “Come è potuto arrivare dalla Siria a Milzanello?” Sarebbero plausibili due possibili vie:

* da Milano. La chiesa di san Babila a Milano è dotata di reliquie del Vescovo di Antiochia fornite dal Vescovo di Milano Marolo. Il culto di san Babila ha influenzato la liturgia a Milano anche per la presenza di una comunità siriana. San Marolo fu il XIV Vescovo di Milano, nacque in Mesopotamia e fu Vescovo di Milano dal 408 al 423. Proveniva dall’Oriente e questo è importante.
Ennodio, il vescovo di Pavia, parla di lui e riferisce che nacque nelle terre del fiume Tigri, terre che per prime furono raggiunte dal Vangelo e furono bagnate dal sangue di martiri. Per sfuggire alle persecuzioni, si recò ad Antiochia, in Siria e in seguito a Roma.
Fu amico del papa Innocenzo I.
Giunse a Milano come Vescovo dove fu ricordato per le sue virtù, la preghiera e le opere di carità a favore delle vittime delle invasioni dei Visigoti.
Fu lui a dotare la chiesa di san Babila delle reliquie provenienti da Antiochia. La Chiesa Bresciana non solo è una suffraganea della Chiesa Milanese, ma a lungo il Vescovo Bresciano aveva il privilegio di sedere accanto a quello milanese e di essere secondo solo a lui in parte dell’Italia del Nord. Questo fino a XV secolo, quando Brescia cominciò ad essere soggetta a Venezia.
Rimane tuttavia un’incertezza, poiché si parla solo delle reliquie di san Babila e non dei tre fanciulli.

* Le reliquie potrebbero venire da Venezia.
Venezia era una superpotenza navale, che portava da ogni parte del mondo le reliquie di tutti i santi che riusciva a trovare.
Dalla Passio di San Babila abbiamo una dettagliata descrizione della sorte dei corpi dei martiri di Antiochia e per lungo tempo la loro sepoltura fu certa e venerata .
In un libro stampato nel 1800 a Venezia, si trova l’elenco delle reliquie presenti nella chiesa di s. Bonaventura a Venezia. In questa chiesa erano state raccolte le reliquie corrispondenti ai diversi santi per ogni giorno dell’anno, ordinate in nicchie.

Al giorno 24 gennaio, fra gli altri, si citano:

  • S. Babila Vescovo,
  • s. Prilidano fanciullo martire di Antiochia e
  • s. Urbano martire di Antiochia.

Non è possibile capire se si trattasse di piccole porzioni oppure di ossa in gran numero, poiché Napoleone ne ha decretato la spoliazione.

Il Vescovo Badoer, di nobile famiglia Veneziana, che secondo la lapide ha donato le reliquie alla chiesa, prima di essere Vescovo di Brescia, è stato Patriarca di Venezia.
Se si volesse ipotizzare che le reliquie di s. Urbano siano state prese dall’allora Patriarca di Venezia, divenuto in seguito Vescovo di Brescia, l’idea potrebbe risultare plausibile. Tuttavia l’ipotesi incontrerebbe subito delle difficoltà, poiché sono i resti dell’altro fanciullo quelli che mancano nell’elenco e non quelli di S. Urbano.
Nell’Ottocento dunque due dei tre fratelli avevano le proprie reliquie a Venezia, ma qui nell’elenco compare Urbano e manca Epolono.
Anche questa ipotesi dunque mostra una certa fragilità.

3) Il santo Martire Urbano collaboratore di S. Paolo, citato al termine della lettera ai Romani.
I risultati delle ricerche in archivio fanno propendere verso questo santo, poiché nei registri risulta che i festeggiamenti cadessero nella quarta domenica di Ottobre.
Il fatto che a Milzanello si festeggiava S. Urbano alla fine di Ottobre e non a Maggio, commemorazione di s. Babila e dei fanciulli, fa propendere proprio per il martire romano.

A Ottobre si faceva memoria di un s. Urbano in effetti: il collaboratore di san Paolo, nominato assieme a s. Ampliato nella lettera ai Romani.
Da principio avevamo escluso si potesse trattare di lui, perché troppo antico, ma se si considera la storia delle reliquie, degli scavi nelle Catacombe romane e dei corpi santi, questa ipotesi diventa plausibile.

Il ritrovamento di corpi nelle catacombe romane ha portato alla luce una serie di resti delle vittime cristiane delle persecuzioni dei primi secoli. Questi resti, spesso indicati con un nome e un segno che ne segnalava la morte cruenta e il martirio, furono in effetti distribuiti in tutta Europa nei secoli in cui le Eresie protestanti si erano diffuse. Erano state mandate soprattutto nel nord dell’Europa dove i Luterani avevano distrutto le reliquie e le immagini dei santi e servivano a rinnovare proprio la devozione ai santi.

Durante la fine del XVII il territorio Bresciano era stato percorso da venti di eresia che si era insinuata non solo nella popolazione delle Valli, ma anche nei ceti alti e nel clero della città.

La situazione era preoccupante al punto che dopo la morte del Vescovo Marco Dolfin la sede era rimasta vacante per due anni e il Papa aveva nominato Vescovo di Brescia il Cardinale Badoer, Patriarca di Venezia, con una missione precisa: estirpare l’eresia a Brescia. Lo stesso Badoer si impegnò in modo risoluto a portare a termine il suo compito, unendo allo stesso tempo azioni per curare la formazione del Clero, ravvivare la devozione alla Vergine e ai Santi e diffondere l’adorazione al Santissimo Sacramento nella popolazione.
Anche questa pista potrebbe portare alla provenienza delle reliquie in quanto queste potrebbero verosimilmente provenire dalle catacombe di Roma.

Sia che si tratti dei resti di un Martire Romano delle prime persecuzioni, sia che si tratti del fanciullo di Antiochia, è chiaro che le spoglie del Martire Urbano provengono dall’azione dell’allora Vescovo di rinvigorire la fede Cattolica dei Bresciani nella sua opera di risanare la purezza della Dottrina e delle Verità della Tradizione.

Gran parte della forza di propagazione dell’eresia si doveva all’ignoranza delle verità di fede e nella fragilità nella predicazione del Clero, spesso esso stesso traviato dalle idee eretiche.

Attenzione alla formazione della fede, attenzione alla Catechesi fin dalla fanciullezza e una vita ricca di preghiera, adorazione e sacramenti hanno costituito il tentativo di porre un argine ad una deriva che era arrivata a lambire la stessa Cattedrale di Brescia.

La carità, l’attenzione ai bisogni dei poveri e l’umiltà erano vissute in prima persona dal Vescovo che faceva di se stesso un esempio per i sacerdoti e fedeli a lui affidati.
Visionando i registri presenti nell’archivio parrocchiale di Milzanello, risulta che s. Urbano Martire era Patrono e Protettore di Milzanello. I festeggiamenti in suo onore erano previsti la quarta domenica del mese di Ottobre .
Da questo si deduce che il santo martire celebrato nel passato dagli abitanti del paese era s. Urbano collaboratore di s. Paolo, citato alla fine della lettera ai Romani.
Dunque, i festeggiamenti tradizionali sono nel giorno che si commemora s. Urbano martire collaboratore di Paolo.

Cerchiamo di collocare le reliquie nel loro giusto posto.

La Chiesa cattolica ha sempre guardato ai martiri con orgoglio e riconoscenza, poiché la loro fedeltà e fermezza nel testimoniare Cristo, unite al fatto che hanno associato il loro sacrificio alla sua croce, sono il motivo per il quale li abbiamo sempre venerati e ricordati come esempio. Questo il motivo per cui, non dimentichiamolo, il loro sangue è seme per nuovi Cristiani.

La cura poi che da sempre i fedeli hanno avuto per i resti dei santi martiri si innesta nel pensiero cristiano, secondo cui l’uomo, anima, spirito e corpo, è creatura di Dio fatta a sua immagine e creata buona. È vero, la nostra natura è stata corrotta dal peccato originale, ma è creata come cosa molto buona e quindi il corpo non è e non può essere male. Anzi, là dove l’uomo si lascia redimere dalla Grazia, dove asseconda la volontà di Dio, nasce la santità che è presenza di Dio in noi. Ecco che il corpo, insieme all’anima, viene santificato. Per questo per la Chiesa Cattolica, anche le spoglie mortali dei santi sono preziose.

Non solo perché richiamano ad una persona il cui esempio è da imitare, ma perché sono i resti di una creatura in cui ha dimorato Dio. Non siamo forse noi Tempio dello spirito Santo?
Ecco il motivo della devozione alle Reliquie. Dio ha preso un corpo, è diventato veramente uomo, e questo non dice forse l’alta dignità del corpo, assieme a quella della nostra anima? In tempi in cui eresie e spiritualità di varia origine si sono insinuati nei discorsi e nei pensieri, mettendo a rischio la fede, ecco che i veri pastori di anime hanno cercato il modo per insegnare la Verità con strumenti semplici, comprensibili a tutti.

Devozione al Santissimo Sacramento, venerazione alla Vergine Maria e ai Santi sono state le armi con cui combattere i venti eretici che attaccavano le verità di fede. Ma per opporsi all’idea dualista spirito bene, materia male, lo strumento principale rimaneva la devozione alle Reliquie che rimandavano ad un santo Martire e che incarnava proprio l’idea che Anima e Corpo, insieme sono cosa molto buona, creati da Dio, redenti da Cristo, abitati dallo Spirito Santo.

Le reliquie di Milzanello potrebbero essere giunte dalle catacombe di Roma?
Possibile.
In tempi di assalti dell’eresia, molti sacerdoti, Vescovi e Cardinali richiedevano sante reliquie trovate durante gli scavi nelle Catacombe, per rafforzare la loro azione pastorale.
E se invece fossero le reliquie di s. Urbano di Antiochia?
Non del tutto impossibile.
A Venezia vi erano le reliquie di san Babila e dei tre fanciulli martirizzati assieme a lui. Venezia portò dall’Oriente moltissime Reliquie e queste in particolare, a differenza di molte altre, hanno una documentazione storica dettagliata fin dall’inizio.
Alcuni documenti spingono verso le catacombe di Roma, altri no.
La verità è che senza un documento preciso e dettagliato, ogni ipotesi rimane tale.

Sant’Urbano Martire: reliquie a Milzanello

Storia delle sante Reliquie del Patrono di Milzanello

Milzanello, piccolo paese e frazione di Leno, racchiude piccoli tesori sconosciuto ai più che lo collegano con la storia dell’Abbazia di Leno, con la storia della Diocesi di Brescia e persino con la storia della Chiesa Cattolica.

Strano a dirsi, ma questo piccolo centro di poco meno di 500 anime conserva una memoria storica di tutto rispetto.

All’interno della chiesa dedicata a san Michele Arcangelo è presente un reliquiario contenente il capo e le ossa di s. Urbano Martire.
Il reliquiario, collocato sotto l’Altare Maggiore, è accompagnato da una targa che reca la seguente scritta, murata alle spalle dello stesso altare .

CORPUS S: URBANI M:
EXTREMUM AMORIS AC MUNIFICENTIAE PIGNUS IOANNIS CAD: BADUARII BRIX: EPI TANTI BENEFICII MEMORIAE
IOANNES ANTONIUS UGGERIUS LAPIDEM HUNC GRATI ANIMI TESTIMONIUM
SUAE AC NEPOTUM PIETATI
P.C.
ANNO MCCXIV

Il cartiglio sulle spoglie del martire indica che si tratta di s. Urbano Martire, ma nel novero dei martiri cristiani che portano questo nome ve ne sono diversi.

Nell’archivio parrocchiale ci sono alcuni documenti che ricordano i festeggiamenti che in passato si facevano alla fine di ottobre per il santo patrono del paese.

Da un lato, la lettura di questi documenti, ha permesso di dare il giusto lustro al santo martire, riportando alla memoria degli abitanti del paese che accanto a san Michele, titolare della chiesa, è proprio il santo martire Urbano il protettore della parrocchia e della comunità.

Giusto e doveroso quindi ripristinare la festa patronale a lui dedicata con tanta cura in passato e caduta in disuso con il tempo.

Ma a quale santo riportano esattamente le reliquie?

Prima di tutto per comprendere a chi appartengono le reliquie, bisogna leggere l’iscrizione. Nell’iscrizione si trovano alcuni elementi da cui partire per capire:

  • sant’ Urbano Martire
  • cardinale Giovanni Badoaro vescovo di Brescia
  • Giovanni Antonio Uggeri
  • 1714
  • … e naturalmente il luogo in cui si trovano le reliquie: chiesa di san Michele Arcangelo di Milzanello

Sono tutti elementi da cui partire.

Per costruire un quadro completo, abbiamo seguito percorsi indipendenti per ogni argomento, per poi allacciarli e intrecciarli insieme alla fine. C’è da dire che lungo il corso delle ricerche sono emerse tante tracce inaspettate, tutte legate al paese di Milzanello, tanto piccolo quanto ricco di una storia realmente interessante.

Naturalmente siamo partiti con pochi elementi attestabili, ci siamo dovuti muovere su alcune supposizioni e abbiamo seguito anche delle tracce che hanno portato un po’ fuori strada.

Una verifica negli archivi però ha aiutato a tornare sulla strada buona. Le soppressioni napoleoniche, i passaggi di proprietà, l’usura del tempo e la scarsa considerazione della documentazione storica nelle parrocchie nel secolo scorso, hanno fatto qualche danno e hanno reso davvero il lavoro difficile.

Festa di San Michele Arcangelo

Parrocchia di Milzanello

Spiedo da asporto con polenta

Domenica 27 settembre, da ritirarsi alle ore 12:00 in Oratorio.
Tutto sarà già predisposto in contenitori per asporto e borsina, forniti dall’Oratorio per motivi di sicurezza. Chiediamo il contributo di almeno 13 € a porzione. Obbligatoria la prenotazione telefonando al numero 3282192724.

S. Messa in onore di San Michele

titolare della nostra Parrocchia.
Martedì 29 settembre alle ore 20:30; se il tempo lo permetterà, sarà celebrata all’aperto.
Al termine della Celebrazione… caffè presso il bar dell’Oratorio.

Guarda le immagini della scorsa edizione:

Festa di San Michele a Milzanello

La voce degli angeli

Parte seconda – Le campane di Milzanello

Le campane scandiscono i tempi del lavoro e del riposo, della preghiera e della celebrazione. Segnano i momenti salienti della vita: la nascita, la morte, i sacramenti, l’impronta e la presenza di Dio fra gli uomini. In passato oltre che annunciare la gioia e la sofferenza, segnalavano un temporale, un incendio, una inondazione; riunivano la comunità davanti a un pericolo, chiamavano a raccolta, per proteggere il paese da una minaccia oltre che per celebrare insieme un lieto evento. Le campane sono state a lungo espressione della fede semplice e profondamente radicata di un popolo che si sentiva parte di una comunità. Se oggi abbiamo perso la consapevolezza della funzione e dell’importanza del suono delle campane, è perché è entrata in crisi la nostra coscienza di essere una comunità ed è entrata in crisi la fede del popolo di Dio.

Eppure, in tempi eccezionali e difficili come i nostri, in molti hanno riscoperto quanto sia confortante sentire suonare le campane. Sono il segno che una comunità c’è, che un messaggio c’è e c’è qualcuno ancora che ci chiama a qualcosa di più alto ed essenziale, che non solo va oltre la concreta materialità del nostro vivere quotidiano, ma che sa e può dare a questo concreto un senso, un valore, che lo riempie di dignità e sacralità: qualcosa che apre il nostro quotidiano all’eternità.  Le campane che da secoli vegliano su Milzanello hanno una storia antica.  Era stato s. Carlo Borromeo nel 1580 a far abbattere un oratorio campestre e usare il materiale per costruire il campanile attuale della chiesa, ma nella prima metà dell’Ottocento, il castello di legno e la struttura della torre furono ritenuti pericolosi. In Archivio si trova documentazione della consacrazione delle nuove quattro campane. I quattro bronzi furono consacrati il 6 novembre 1831 da monsignor Carlo Morsacchi Vescovo di Bergamo, che si trovava a Brescia per i funerali del Vescovo mons. Nava. Alle 18.00, Monsignor Morsacchi si recò alla fonderia “Innocenzo Maggi” che sorgeva lungo il bastione di Brescia, accanto alla Madonna delle Grazie. Officiò la cerimonia assistito dal Canonico del Duomo, mons. Pinzoni e dal parroco don Vincenzo Albertini. Fu padrino il ragioniere Giuseppe Serazzi, agente della Contessa Uggeri Luzzago, alla presenza di altre persone di Milzanello. Le campane che poi furono collocate sulla torre erano dedicate ai santi legati al paese. Alle precedenti, fu poi aggiunta nel 1971 una nuova campana, dedicata ai Caduti di tutte le guerre e recante il nome di san Sebastiano (soldato romano martire per la fede) proveniente dalla fonderia Filippi di Chiari.

La chiesa parrocchiale di Milzanello, da allora, conta cinque campane: la prima dedicata a S. Michele, titolare della chiesa, la seconda a S. Urbano martire, suo patrono, la terza a s. Luigi, la quarta dei Caduti dedicata a s. Sebastiano e la quinta a san Filippo. Solo per una breve pausa furono rimosse nel 1941 a fini bellici, ma furono salvate e tornarono al loro posto alla fine della guerra. I fonditori nel Medioevo erano sia monaci che laici, ma percepivano il proprio compito come un’azione sacra. Nelle fonderie più antiche, dove si rispettano le tradizionali tecniche di fonderia, ancora oggi, ogni passaggio è scandito da gesti di fede. Nel momento della colatura e della liberazione della campana, i fonditori pregano, recitano antiche preghiere. Leggere oggi questi documenti ci riporta a cosa sono state le campane per i Cristiani lungo i secoli.

Chiara Ravagni

Pensieri di bambini ed adulti nel tempo del coronavirus

In questo momento, dove tutto sembra perso, in realtà siamo più uniti di prima, da nord a sud, da est ad ovest. Non dobbiamo essere schiavi di questo virus, perché noi siamo più forti e anche se abbiamo perso persone a noi care, nonostante ci sia il dolore, dobbiamo rialzarci e continuare a sperare, perché la speranza è forza!

Asia S.

In questo momento, dove tutto ci sembra più difficile da capire, è il momento in cui noi dobbiamo pensare che non sarà più come prima, ma dobbiamo cercare di affrontare questo nuovo inizio con forte speranza e consapevoli di affrontare il futuro con l’aiuto e l’amore di tutti!

Giorgia S.

Per noi è tutto strano, caotico, ma nonostante ciò cerchiamo di aggrapparci ad un filo di normalità. Questa situazione ci porta a non poter abbracciare le persone, a stringere loro una mano. Dobbiamo pensare, però, uniti ma distanti, semplicemente continuando a coltivare la speranza!

S. M.

Ci troviamo, in questi mesi, ad essere tutti preoccupati e molto tristi a causa di questa pandemia provocata dal Covid-19 che non ci permette di vivere come prima. Oggi non possiamo andare a scuola, andare in chiesa e andare all’oratorio per giocare tutti insieme.

Gesù ti chiedo di proteggere tutte le persone e di aiutarci a superare questo momento di tristezza.

Manuel

In questo periodo ci siamo sentiti soli, perché non potevamo andare a scuola, vedere gli amici e i parenti. La lontananza ci ha fatto capire l’importanza degli affetti, ma, grazie alla tecnologia, la distanza si è potuta annullare e la tristezza tramutare in felicità.

Enrica

Ciao, sono Cristina e ho 9 anni.

Vi dico cosa penso del coronavirus: è una malattia molto brutta! Non si possono fare tante cose che facevamo prima che arrivasse. È pericoloso anche andare al supermercato per fare la spesa, perché si potrebbe prenderlo. Sarebbe bello pregare tutti quelli che sono in cielo, Gesù, Maria, Giuseppe e gli Angeli. Loro ci proteggono e sono vicino a noi!

Cristina

Sono Luca, ho sette anni e io penso che il coronavirus sia molto brutto e pericoloso. Gesù e Maria ci devono aiutare a superare le paure; sono sicuro che stanno facendo tutto il possibile.

Luca

Con tutto il rispetto per la sofferenza; la solitudine che si è creata, per questa pandemia, è stata un’opportunità per riflettere. Quando mi alzo il mattino, penso quale privilegio sia: essere viva, respirare, pensare, provare gioia e amare!

Patrizia

Come descrivere il dramma della nostra comunità calandolo nel dramma del mondo intero? È difficile ma non impossibile, basta ascoltare in silenzio. Sentiremo le grida laceranti delle famiglie degli oltre 131 contagiati e dei 25 morti che hanno fatto strage nella memoria più profonda della comunità. Sentiremo i singhiozzi di gioia di chi è riuscito a farcela e dei loro cari, e ci uniamo a loro. Sentiremo la sofferenza ed il dolore di chi abbiamo persi. I nostri nonni e le nonne, i nostri padri, le nostre madri che nel passato avevano già affrontato battaglie tremende come la guerra, le epidemie, la fame, la povertà, i nostri figli cui tutto abbiamo dedicato, per un futuro ormai annientato. Questi eroi silenziosi che hanno saputo portare avanti privazioni, violenza, lavoro e famiglia, questi eroi che hanno saputo costruire un futuro per i loro figli, ma che con le loro fatiche hanno saputo garantire il futuro ai nipoti e pronipoti che nelle generazioni future li rappresenteranno. Quegli eroi che ci sono stati strappati con violenza bestiale senza avere neanche la possibilità di onorarne i corpi con la celebrazione delle esequie ecclesiastiche e togliendo, a noi vivi, il conforto della speranza, di stringere la loro mano per l’ultima volta, di condividere una preghiera ed un ricordo con parenti ed amici. Un mostro ci ha tolto tutto questo, ma ci ha scolpito nel profondo del cuore tutto quanto abbiamo perso, perché non lo dimentichiamo più. Una ferita profonda al cuore della fede, delle famiglie, ma anche al cuore dell’intera comunità che si abbracciano in un ricordo collettivo, rafforzati nella fede e negli affetti. Nell’intimità familiare piangiamo i nostri cari, ma onoriamoli ricordandoli insieme ai nostri figli e nipoti, raccontando quanto ci hanno donato, in vita. Sentiremo sempre, se sapremo ascoltare, la loro voce e la loro presenza vicino a noi.

Antonio Tira