Campione di umanità

Da un breve articolo apparso giorni fa sul quotidiano Avvenire colgo un’immagine che mi é sempre stata molto cara. Vuoi per l’entusiasmo vibrante che suscitava l’antagonismo tra i campioni di ciclismo di allora, si tifava per Coppi o Bartali, o almeno, a quei tempi, c’era motivo di parteggiare distintamente per l’uno o per l’altro.

Si seguivano, in ascolto all’unica radio del paese, le fasi salienti dell’arrivo di tappa dalla voce gracchiante del cronista al seguito del “Giro d’Italia” o del “Tour de France”.

Bel tempi, niente TV e niente soldi in tasca, però si sognavano grandi imprese. lo parteggiavo per Bartali e… sublime occasione di poterlo vedere dal vivo, ebbi la meravigliosa opportunità di realizzare il sogno quando all’ippodromo di Leno ci fu una spettacolare Kermesse con i migliori corridori reduci del Tour e mio padre inforcando la sua bici Williers verde pisello mi caricò ben avvinghiato al manubrio e via di corsa in direzione di Leno.

Ai bordi della pista una folla traboccante, a malapena sono sbucato tra le gambe degli spettatori ed eccomi privilegiato, con la visualità panoramica, a godermi la spettacolare scena idilliaca dei campioni in gara a rincorrersi e a superarsi tra il gran polverone sollevato dalle sottili ruote che disegnavano solchi profondi nell’arida arena.

Bartali, Coppi, Magni, Bevilaccua, Carrea e tutti gli altri gregari e inseguitori, grondanti di sudore annerito dalla nube polverosa, davano spettacolo agli occhi sgranati e bramosi delle migliaia di spettatori

Erano dei veri campioni, grintosi pigiando con forza muscolare poderosa sui pedali ma rispettosi nel loro uolo. Uno di questi, il grande Gino, e detta del giornale Avvenire, ebbe un ruolo ben più importante nella sua vita di ciclista. Il campione fiorentino, nel periodo della persecuzione degli ebrei, si allenava sulle colline della regione spingendosi fino ad Assisi per portare agli ebrei nascosti i documenti falsi, grazie ai quali poi venivano fatti espatriare in Svizzera.

Più volte fece iI percorso alla certosa di Farneta dal padre Gabriele Maria Costa producendo la silenziosa e meno eclatante opera umanitaria.

Cinesi ambulanti negli anni 40

Uno di loro esponeva merci dozzinali in una cassetta a tracolla (gli ambulanti del nord africa non avevano ancora progettato tale attività), oppure legata con gli elastici di cameradaria sul portapacchi della robusta bicicletta.

Ricordo chiaramente quando esibiva cravatte, siringhe, borse d’acqua calda ecc. per la strada e nei cortili del paese qui a Porzano, ma per la sua difficoltà a pronunciare la erre: «clavarie pel sole due lile, tle lile…» lo si imitava prendendolo in giro con aria divertita.

Si racconta che alcuni ragazzi di città, a quel tempi, mostravano, giocando, il lembo piegato della giacchetta, simbolo dell’orecchia del maiale. Il maiale é uno del dodici animali accorsi a salutare il Budda morente e significa per i cinesi, con questo gesto, un’offesa pesantissima, dolorosa che i ragazzi producevano nell’insultare il cinesino ignorando l’oltraggio a Budda.

Povero cinesino! Già di per sé trovava difficoltà a proporre le merci in un paese straniero e per di più insultato oltraggiando Budda, il suo Dio, mi viene da pensare con quale cattiveria ci si rivolgeva a persone sconosciute seppur scherzando. Ma, oggigiomo, guardandoci negli occhi, che comportamento usiamo nel confronti del prossimo?

Estrapolato dalla procedura di Salvatore Mannuzzu del quotidiano Avvenire.