Sono qui con voi nel nome del Signore

Ecco carissimi,

Anzitutto desidero salutarvi di vero cuore e desidero anche ringraziarvi per il fatto che, per appartenenza alle parrocchie o per amicizia, di fatto siamo qui tutti a pregare e quest’oggi siete qui a pregare soprattutto per me. Di questo vi ringrazio. Per il fatto che come ci diceva la prima lettura, la preghiera del povero attraversa le nubi e non si quieta finché non sia arrivata a destinazione. Per questo vi dico grazie e vi invito a continuare a pregare e a farlo con l’atteggiamento tipico dell’umile e del povero, perché è questo che piace a Dio ed è questo che fa sì che la nostra preghiera giunga più facilmente al cuore di Dio, così come ci ha fatto capire il testo del vangelo che abbiamo appena ascoltato.

Permettete però che in modo particolare mi rivolga ai fedeli delle parrocchie che mi sono affidate: alla parrocchia di Leno, di Milzanello e di Porzano. Carissimi parrocchiani, ecco che vengo a voi profondamente cosciente della mia debolezza, della mia povertà, della mia fragilità, anzi anche del mio peccato. La debolezza e la povertà si capiscono pensando anche semplicemente all’età che mi porto dietro. Dicevano gli antichi che “la vecchiaia è già di per se stessa una malattia”. Ecco quindi che ho diversi acciacchi, che fanno parte della mia età. Così come vi sarete accorti che la mia voce è piuttosto fragile, insicura, debole.

Ho poca memoria e potrei continuare con tutti i difetti che ho, ma lascio a voi la possibilità di scoprirli un po’ alla volta. Sta di fatto che vengo a voi cosciente della mia debolezza, povertà e fragilità. E proprio per questo, così come il pubblicano al tempio che chiedeva a Dio “abbi pietà di me”, io chiedo anche a voi:

Abbiate pietà di me

Che la vostra preghiera sia sempre anche una richiesta a Dio che abbia pietà di me, della mia fragilità, dei miei peccati e nonostante questo continui ad aiutarmi e a sostenermi. Nello stesso tempo, però, vi devo dire con molta schiettezza che vengo a voi carico di fiducia. Vengo a voi con il cuore pacato e sereno, perché vengo a voi nel nome del Signore. Il fatto di aver detto di sì al Vescovo, dietro alla sua insistenza e alla sua perorazione, mi ha dato pace perché io sono profondamente convinto che dietro alla richiesta esplicita, sollecita e ripetuta del Vescovo si nasconda la volontà di Dio. E diceva già Dante Alighieri che “nella sua volontà, è la nostra pace”.

Ecco per questo mi potete cogliere, nonostante la preoccupazione e l’ansia inevitabile, in uno stato di pace e serenità perché sono convinto che con questa decisione non ho fatto altro che rispondere alla volontà di Dio.

Quindi sono qui con voi nel nome del Signore

Non sono qui perché l’ho voluto io, ma nel nome del Signore. Per questo ripeto quanto ho detto all’inizio: continuate a pregare per me, continuate a pregare perché al termine del mio servizio in mezzo a voi io posso dire come diceva l’apostolo Paolo nella seconda lettura “il Signore mi è stato vicino e mi ha dato forza perché io potessi portare a compimento l’annuncio del vangelo”. E allora ecco che al termine di questo servizio, quando piacerà a Dio, insieme, potremo benedire il Signore. Ancora grazie, abbiate pazienza e abbiate misericordia e continuate ad accompagnarmi. 

Debitori dell’Amore vicendevole

XXIV domenica del Tempo Ordinario. Es 32, 7-11.13-14; 1 Tm 1, 12-17; Lc 15, 1-32. Saluto alle Comunità di Leno, Milzanello e Porzano

I testi delle Sacre Scritture che abbiamo ascoltato ci invitano a cantare “le misericordie del Signore”, cioè le “magnalia Dei”: le meravigliose opere di Dio per l’umanità. Esse sono doni gratuiti e meravigliosi, che non troviamo nella nostra povera umanità, fino a quando questa non viene incontrata da Gesù; sono doni offerti per essere donati.

Per prenderne coscienza ed accoglierli è necessario metterci in ascolto della Parola, che è Gesù, Parola del Padre.

La nostra tentazione, come quella di Israele, di Saulo, degli scribi e farisei, non è tanto quella del rinnegamento di Dio, quanto piuttosto di stravolgere il nostro atteggiamento nei suoi confronti, passando dal rapportarci a Lui per servirlo al rapportarci a Lui per servircene: è questo il vero significato del vitello d’oro. Costruirsi un dio che si accontenta del culto dell’uomo e si piega alla sua volontà.

Intendendo così Dio, l’uomo non potrà mai cogliere, apprezzare, contemplare e cantare le misericordie del Signore; perché Lui, per amore e fedeltà a se stesso e all’umanità da lui creata, non si piega alla volontà dell’uomo. Così l’uomo, rimanendo in quell’atteggiamento di rivalsa nei confronti di Dio, rimane ripiegato su se stesso e non riesce ad alzare lo sguardo, la mente ed il cuore per cogliere il Bello che ci abita e ci attornia (Dio) e le persone e le cose belle che, come fiori meravigliosi e profumati, abitano la nostra persona, la nostra società e rallegrano il giardino del mondo, fatto di persone e cose meravigliose, create da Dio per la gioia dei suoi figli.

Mi piace, terminando il mio mandato in queste nostre tre comunità, alzare lo sguardo e osservare dal punto di vista della Parola ascoltata, questa piccola porzione di giardino del mondo, che è Leno e, insieme con voi, ringraziare Dio per i frutti succulenti e i fiori profumati, da Lui fatti sbocciare in questi anni, assaporarli e respirarne il profumo.

Vedo e contemplo innanzitutto il bagliore della luce divina che, illuminando, mostra ogni cosa nel suo profondo significato, la fa conoscere per ciò che è e da rilievo ad ogni volto umano, segnato ora dalla gioia, ora dal dolore e poi dalla preoccupazione o dalla tristezza e, ancora, dalla fatica, dall’attesa e, finalmente, dalla speranza, che nuovamente ridona gioia. Rivedo così, con lo  sguardo di tenerezza ed d’amore di Dio, tutti i volti che ho incontrato in questi anni e rimango ammirato per l’opera di Dio che riporta sempre e tutto allo splendore della vita come Lui ce l’ha donata.

Ecco, dunque, le sue opere.

La sua manifestazione nel Mistero celebrato nella liturgia con tutta la comunità, soprattutto quando è riunita per l’Eucaristia domenicale: quanti volti, quante persone impegnate a rendere belle le nostre celebrazioni, affinché in esse possa manifestarsi Colui che è “il più bello tra i figli dell’uomo”, come afferma il Salmo 45. Quante volte nelle nostre assemblee liturgiche ci siamo sentiti famiglia e abbiamo espresso la gioia di sentirci fratelli, radunati da Gesù intorno all’unico Padre celeste e riscaldati dall’amore dello Spirito Santo.

Persone semplici con il canto, la musica, la proclamazione della Parola di Dio, la preghiera, il servizio liturgico, la pulizia e la preparazione del tempio …, guidati dalla presidenza del sacerdote, sono state strumento per farci toccare con mano la presenza di Dio!

Non fa forse parte delle “misericordie di Dio”, delle sue meraviglie compiute per la sua Chiesa e, attraverso di essa, per tutta l’umanità rendere efficaci i segni liturgici e riempire della sua presenza l’assemblea radunata nel suo nome? Non sono forse miracoli questi, che si sono ripetuti e si ripetono nelle nostre comunità?

E poi, quanta misericordia offerta e ricevuta da Dio, attraverso le mani del sacerdote nel sacramento del perdono e attraverso le mani e il cuore di tante persone: ho visto adulti piangere di gioia per il perdono ricevuto; giovani mostrare ardimento nel vivere la fede cristiana in una società che la rifiuta; genitori trovare il coraggio di riaccogliere figli che se n’erano andati di casa sbattendo la porta; coppie di sposi ritrovarsi dopo la separazione; figli chiedere perdono ai genitori; bambini riabbracciarsi dopo una lite e godere la gioia del perdono dato o ricevuto … Qualcuno ha veramente imparato che se si fa esperienza della misericordia e del perdono di Dio, si può realmente cambiare il mondo attorno a sé, facendo circolare la Sua misericordia. Allora vien voglia di cantare la gioia di appartenergli.

Sono stato testimone di una dedizione ammirevole di tanti cristiani verso i poveri, gli anziani, gli ammalati, le persone diversamente abili, le famiglie in difficoltà: chi col sostegno morale, chi con quello economico, chi con la vicinanza e donando del tempo, altri con l’accompagnamento spirituale, alcuni con l’impegno educativo, l’aiuto culturale, sanitario lavorativo … Ho conosciuto mogli accettare il “martirio” – non esagero – pur di non tradire la fedeltà al sacramento celebrato … e ho pianto per loro e con loro: un pianto di sofferenza, ma anche di gioia per la forza che lo Spirito ha donato loro.

Tutti col denominatore comune della carità cristiana che è accettazione della sofferenza, gratuità, disinteressata, prolungata nel tempo.

Non è forse una meraviglia tutto questo? E chi, se non Dio, ha suscitato tutto questo bene e ha dato i mezzi per compierlo? “Chi ce l’ha fatto fare” se non Lui?

Per non parlare, poi, dell’attenzione verso i ragazzi, gli adolescenti, i giovani e le loro famiglie!

Prima che un seme sbocci e diventi un fiore profumato o un frutto succulento ci vuole tempo, luce, caldo, acqua e tanta pazienza. Quante persone ho visto impegnate in un volontariato corresponsabile perché il seme  della giovinezza potesse sbocciare in fiore profumato o in frutto saporito di vera umanità, fecondata dallo Spirito, per diventare a sua volta strumento e sostegno per la maturazione di altri! Quanto amore, quanta dedizione, quanta fatica, quanta perseveranza, quanta speranza, sorretta da una fede in quel Dio che certamente non disattende tanto amore, lo rende fecondo di bene e dà certezza alla nostra speranza.

Quante energie profuse da parte di educatori, catechisti, animatori, genitori e tanti altri giovani e adulti per sostenersi a vicenda  e non cedere alla tentazione della delusione o dello scoraggiamento! Non è forse meraviglioso tutto questo? E Dio ha operato queste meraviglie attraverso di noi, perché abbiamo risposto positivamente alla sua chiamata.

Non posso, a questo punto, non esprimere un grazie sincero e affettuoso ai nostri sacerdoti per il loro impegno, per la loro perseveranza nel rimanere in prima linea, per la loro preparazione, per la condivisione fraterna, soprattutto nella progettazione pastorale e nella preghiera comunitaria settimanale: grazie don Davide, grazie don Renato, grazie don Alberto, grazie don Ciro, vi voglio bene. Grazie anche a don Riccardo e a don Domenico. Insieme con loro non posso dimenticare l’affetto per noi sacerdoti e l’impegno nella testimonianza e nella presenza discreta, ma fruttuosa delle nostre suore: grazie Suor Maria Pia, grazie Suor Graziella, grazie suor Florence; un grazie anche a Suor Laura e a Suor Lidia. 

Desidero esprimere riconoscenza anche ai Consigli pastorali e degli affari economici, volendo ringraziare tutta la comunità, essendone loro i rappresentanti.

E voglio che cogliate un altro aspetto meraviglioso, che io ho osservato: il desiderio di crescere nella conoscenza di Dio per poterlo amare come Lui ci chiede, non solo attraverso il culto, ma secondo una chiamata e un mandato che Egli ogni giorno  ci rinnova. Alcuni giovani e adulti sono stati perseveranti ai momenti sedentari o itineranti di formazione, agli incontri di spiritualità, alla preghiera comunitaria, all’adorazione eucaristica e alla Lectio divina, sperimentando che questa, come dice Gesù a Maria di Betania, “è l’unica cosa necessaria” (Lc 10,42); non perché tutto il fare non serva, ma perché tutto si compie in modo vero e produttivo a partire dall’incontro con Gesù e dall’ascolto della sua parola.

Tutto questo sostenuto da una preghiera perseverante, soprattutto da parte dei malati e degli anziani che, non potendo partecipare fisicamente alla vita della comunità cristiana, hanno offerto la loro sofferenza e la loro preghiera, si sono uniti spiritualmente anche attraverso la radio parrocchiale e “La Badia”, hanno incoraggiato, favorito e sostenuto l’impegno di tutti. E’ vero loro sono i nostri parafulmini. GRAZIE!

Ed ecco che da questo clima ecclesiale di carità, preghiera e sostegno reciproco è sbocciato uno dei fiori più belli: il diaconato e il prossimo presbiterato di Nicola Mossi. E’ un altro splendido dono che Dio fa alla sua Chiesa attraverso la nostra comunità.

Anche l’incontro e la collaborazione con le Istituzioni e le associazioni civili, a partire dall’Amministrazione e dal Consiglio comunale, per arrivare a tutte la Associazioni, non per il colore politico, ma per la loro missione di governo e di animazione a servizio della società, sono stati un dono, che ci ha permesso di testimoniare come a tutti deve stare a cuore il ben comune ed è proprio in tempi difficili, come è il nostro, che è necessario unire le forse e utilizzare ciò che ci accomuna per fare il bene di tutti.

Ora forse qualcuno penserà: nel giardino, insieme al profumo dei fiori, alla dolcezza dei frutti, alla fragranza del verde … ci sono sempre anche odori sgradevoli, erbacce, spine pungenti, frutti amari …

E’ vero! E così è stato e sarà anche nel giardino dissodato dai benedettini nel territorio di Leno. Eppure anche tutto questo, se visto nel contesto della natura, ha un senso e dà significato al lavoro di chi si impegna a tenere pulito e ordinato il giardino.

Così, i momenti di tensione, di dolore, di confronto acceso, di incomprensione … hanno dato e daranno motivo ad un maggior impegno nel cercare di far crescere in questo giardino i fiori e i frutti più belli del perdono, della riconciliazione, della pace, dell’armonia, della comunione, della carità sincera.

E’ ciò che io auguro a tutti, mentre vi ringrazio dal profondo del cuore per questi sei anni tosti, eppure meravigliosi; impegnativi, eppure gioiosi; laboriosi e per questo coerenti con la missione che mi è stata affidata: qui ho celebrato per voi e con voi il Mistero dell’amore di Dio; qui ho condiviso con voi gioie, fatiche e speranze; qui ho offerto insieme con voi l’amore, la cui sorgente è Dio; qui con voi ho gioito, ho sperato, ho pianto, ho sofferto e ho perseverato nella fede. Vi ringrazio delle numerose manifestazioni di affetto che mi avete offerto in questi giorni. Vi chiedo di dimenticare gli scandali che avessi arrecato, la cattiva testimonianza e le eventuali offese: vi chiedo perdono e comprensione. Così desidero assicurare che non mantengo rancori con nessuno, perdono con sincerità di cuore chi mi avesse in qualche modo offeso. 

Ora mi rimane un solo debito, quello dell’amore, come dice S. Paolo: “non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole” (Romani 13, 8). E siccome sono stato amato molto, devo ricambiare molto. Per questo, come gesto di riconoscenza, mi impegno ad aprire le mie labbra e il mio cuore al Signore, come Mosè, ad intercedere per tutti coloro verso i quali sono debitore, chiedendo alla Vergine Maria di sostenermi nella mia intercessione. E voi pregate per me. 

A tutti il grazie più sincero e riconoscente.

Guarda le immagini del saluto:

Saluto a mons. Giovanni Palamini

Trinità

L’omelia della Santa Messa della domenica della Festa dell’Oratorio 2019 – 16 giugno 2019

A parecchi di noi, quando eravamo piccoli e abbiamo incominciato a muovere i primi passi, o ci spostavamo ancora a gattoni, ci hanno detto, nel tempo invernale, di non toccare la stufa o il fuoco del camino perché ci saremmo scottati. Era praticamente impossibile pensare che avremmo potuto capire che cosa volesse dire scottarsi, lo abbiamo però compreso bene quando abbiamo messo per la prima volta le dita su qualcosa di bollente. Allora sì che abbiamo capito cosa volesse dire scottarsi.

Questo per dire che cosa? Che noi viviamo l’esperienza e non l’idea. Nella grande maggioranza dei casi noi impariamo, conosciamo a partire dalla praticità e meno dal concetto, anche dal concetto ma meno rispetto alla praticità. Facendo un esempio molto semplice, quasi banale: se dovessi spiegare a qualcuno che non ha mai mangiato un gelato, che cosa è un gelato e che sapore ha, per quanto io possa a sforzarmi, quella persona potrà immaginarsi che cosa sia un gelato e che sapore possa avere, ma arriverà a capire con esattezza il sapore del gelato solo dopo che lo avrà assaggiato.

Questo è quello che capita anche con la nostra fede; la nostra fede è molto concreta, molto pratica, la abbiamo resa noi un po’ confinata in una dimensione troppo intellettuale, ma è molto concreta. Anche qui potrei fare un esempio, forse un po’ più crudo dell’altro, senza voler turbare nessuno, ma mettiamo il caso che si stia vivendo una prova particolare, una fatica, un dolore, magari anche per un lutto. Se hai fede, sei disposto a metterti nelle mani di Dio, se non ce l’hai non lo fai. È molto concreta la cosa; anche perché la fede non è solo un dono, ma è anche una scelta, quindi possiamo sempre farla. Ecco, approfondire la solennità della Trinità, è possibile se noi oggi ci mettiamo alla scuola di Gesù, il quale ci parla della realtà di Dio tenendo conto delle nostre caratteristiche e delle nostre capacità.

Che cosa è la Trinità? O meglio, chi è la Trinità?

È la base della nostra fede, cioè noi crediamo in un Dio che è Padre, Figlio e Spirito Santo. Perché questi tre nomi? Perché Gesù ce ne ha parlato in questi termini, non è un’invenzione degli uomini, ma ce l’ha rivelata Gesù. Se dovessimo racchiudere in uno schema molto veloce quello che Gesù ci ha detto circa Dio, quello che è venuto a raccontarci, a fare con i suoi gesti, ma anche con la predicazione, potremmo dire che Dio ama tanto l’uomo e il mondo in cui vive, che desidera essergli vicino, quindi manda nel mondo il figlio. Questo figlio, Gesù, ci insegna a chiamare Dio come Padre. Questo figlio, sempre, è accanto allo Spirito perché possiamo vivere come Dio. Ecco, questo è uno schema un po’ efficace, molto stringente per dire quello che grosso modo possiamo dire della Trinità. E ora lasciamolo per un attimo da parte, non perché non sia importante capire, ma perché non vorrei corressimo il rischio di rinchiudere Dio in uno schema anche un po’ freddo, in un concetto.

Dio non è un concetto da capire, Dio è una manifestazione d’amore da accogliere, a noi compete quello, l’amore da accogliere. Anche perché, e il testo ce lo ha anche detto un po’ oggi, quando Gesù ci dice che per ora i suoi discepoli non hanno la capacità di portare il peso della conoscenza di quello che lui andrà a fare; noi non siamo in grado di capire tutto Dio, bisogna essere qui molto pratici, non possiamo definire Dio, Dio è infinito.

Ma se da un lato è vero che non possiamo capire tutto Dio, è però altrettanto vero che noi possiamo sperimentare tutto Dio. Come? Per esempio nei sacramenti, per esempio nell’amore, nel perdono. E quindi ecco che torna il fatto che noi, sperimentando, conosciamo e impariamo. Noi viviamo l’esperienza più che l’idea. Noi viviamo e sentiamo Dio quando sperimentiamo la sua presenza più che avere l’idea di un Dio che esista o meno; e in sintesi, che cosa, che scopo ha allora questa festa della Trinità? Per un verso vuole rimandarci all’identità di Dio, quindi a capire non solo chi è, ma anche cosa fa. Ci dice che è colui che vuole prendersi cura delle persone che gli stanno care, farci che noi gli siamo cari, e che questo Dio ha al suo interno una relazione d’amore che vuole condividere con l’esistenza umana. Per un altro verso invece, vuole rimandarci alla gloria, alla gratitudine. Perché diciamo gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito santo? Per dire che siamo grati a questo Dio che vuole prendersi cura di noi. Praticamente è come se dicesse che la nostra vita non è abbandonata, ma sussiste per una relazione che ci è costantemente data, rinnovata.

Mentre vi guardavo, facevo un pensiero: noi siamo qua, nel mese di giugno del 2019, in questo bel contesto, vedo le vostre facce, i vostri volti, conosco molte delle vostre storie, sento di appartenere a voi, e vi dico con amicizia che non vorrei essere da nessun altra parte se non qua e vi ringrazio per quello che siete stati e siete per me. Grazie. Lo dico attorno all’altare, perché qui noi siamo un corpo, una comunità. 

Eucarestia, stile di vita

L’omelia pronunciata in piazza Paolo VI dal vescovo Tremolada in occasione della solennità del Corpus Domini

La preziosa tradizione del Corpus Domini ci ha fatto rivivere l’esperienza della processione eucaristica. Abbiamo portato l’Eucaristia lungo le strade della nostra città e siamo approdati qui, davanti alla cattedrale. Qui vogliamo sostare un momento e insieme meditare, raccogliendo l’invito che ci viene da questa esperienza nella quale la dimensione religiosa si unisce a quella civile. Vorremo cogliere e fa meglio emergere il senso di questa unità.

 L’Eucaristia è il pane della vita. Così lo definisce Gesù nel suo discorso presso la sinagoga di Cafarnao. In verità lui stesso è il pane della vita, ma la sua presenza e il suo dono d’amore divengono realtà nei segni del pane del vino. Questo pane è il suo vero corpo. L’Eucaristia, per ciò che si vede, è pane; in realtà è la presenza del Cristo risorto che irradia il suo amore misericordioso erigenerante.

 Le prime parole dell’Adoro te devote, preghiera divenuta cara a generazione di cristiani, suonano così in una traduzione che ceca nella nostra lingua di esprimerne il senso profondo: ”Con viva devozione io ti adoro, o divinità che ti nascondi, che ti fai presente in modo segreto dietro questi segni, figure della vera realtà. Rivolgendosi a te il mio cuore viene meno, perché contemplando te tutto si fa piccolo”.

 L’Eucaristia è l’espressione più alta di quella verità che continuamente la Parola di Dio ci ricorda: che cioè il mondo è più di ciò che noi vediamo. Il mondo è manifestazione costante di una grandezza e di una bellezza che vengono dall’alto. Vi è nel mondo un costante rapporto tra il visibile e l’invisibile, perché la realtà possiede una insopprimibile dimensione simbolicache i poeti e i profeti costantemente ci richiamano.

 L’Eucaristia, come mistero dell’invisibile che si fa visibile, ci invita ad assumere nei confronti della realtà una sorte di disposizione d’animo, un modo di porsi, un atteggiamento di fondo che la Lettera Enciclica di papa Francesco dal titolo Laudato sì definisce “profetico e contemplativo” (n. 222). È l’atteggiamento di chi è capace di rendere onore al mondo umano nella sua verità più profonda.

 Da un simile atteggiamento sorge quello che chiamerei uno stile di vita, cioè un modo di agire o un comportamento nel quale appaiono evidenti e ben riconoscibili alcuni valori fondamentali.  Sono i valori che sostanziano anche il vissuto sociale, valori che mi sentirei di definire “civici”, capaci cioè di offrire alla convivenza umana la sua autentica forma, esaltandone la nobiltà. Tra questi vorrei sottolineare stasera, nella cornice solenne della processione eucaristica del Corpus Domini, il valore del rispetto, cioè della considerazione e della stima nei confronti delle persone e delle cose. Ritengo sia importante considerare questo come un aspetto qualificante il vivere civile.

 Che cos’è il rispetto? I nostri vocabolari più autorevoli lo definiscono così: sentimento e atteggiamento di riguardo, di stima e di deferenza devota e spesso affettuosa verso una persona. E ancora: sentimento che porta a riconoscere i diritti e la dignità di una persona. E infine: osservanza o esecuzione fedele e attenta di un ordine, di una regola. Il rispetto è rivolto anzitutto alle persone, ma può e deve riguardare anche lealtre realtà legate alla vita, per esempio l’ambiente e le istituzioni che strutturano l’umana socialità.

Se consideriamo l’etimologia della parola, possiamo ricavare indicazioni preziose. “Rispetto” è traduzione italiana del latino respectum, che deriva dal verbo respicere. Il significato del verbo è suggestivo. Vuol dire infatti guardare di nuovo, o meglio, tornare a guardarevoltandosi indietro. Occorre immaginare l’esperienza di chi incrocia sulla sua strada una persona, la vede e poi, fatti ancora alcuni passi, si volge a guardarla di nuovo. Ecco che cos’è il rispetto. È anzitutto un vedere e poi un vedere di nuovo, un tornare a fissare lo sguardo. Ti vedo,ti guardo, mi volto a guardarti di nuovo. Ti dedico dunque la mia attenzione, ti ritengo meritevole di considerazione, riconosco il tuo valore. Non procedo come se tu non ci fossi. Non ti ignoro come se tu non contassi nulla. Non ti scanso o ti calpesto come se tu fossi irrilevante o invisibile. Non faccio finta che tu non esista. Appunto: ti rispetto. C’è un sentimento che prende forma nel breve tempo che intercorre tra il primo sguardo e quello successivo e che è reso possibile dalla distanza nel frattempo intervenuta. Questo tempo trascorso, seppur breve, mi ha permesso di riconoscere l’effetto prodotto in me dal primo sguardo. Quei pochi passi compiuti mi hanno consentito di ritornare su ciò che ho visto e di riconoscerne la rilevanza. Un misterioso moto interiore si è attivato e sono ora in grado di cogliere la preziosa risonanza della realtà che mi si è presentata, che mi si è offerta in dono: una realtà di cui io non dispongo, di cui non sono padrone, di cui percepisco la grandezza e la bellezza.

 Rispetto, dunque, significa guardare le persone e le cose da quella giusta distanza che consente di riconoscerne la dignità e la nobiltà. Per avere la giusta misura delle cose spesso occorre fare qualche passo indietro e guardarle un po’ più da lontano. Così è anche per le persone. C’è sempre il rischio di fare dell’altro una preda, considerarlo un prodotto a propria disposizione, qualcosa che è semplicemente “a portata di mano”. Rispetto è avere riguardo, cioè guardare con discrezione, con un certo pudore, sentendo che lo sguardo si sta posando su un bene prezioso che non è mio, che ha un’identità simile alla mia e che possiede una dignità altissima.

 Il rispetto è la prima cosa che ci aspettiamo dagli altri e che gli altri si aspettano da noi. Viene prima dell’affetto ed è indispensabile affinché l’affetto non diventi fusione fagocitante o confidenza irriverente. Il rispetto non è mai freddo. Non va confuso con la rispettabilità. È sempre accompagnato dalla sincera considerazione per la persona o la realtà cui si rivolge, dall’obbligo interiore di rendergli l’onore che merita. Per questo i sinonimi di rispetto sono considerazione e stima. Il rispetto è contemporaneamente riconoscimento dei diritti e dei doveri. Porta a superare una visione degli diritti che si rinchiude nell’ottica ristretta dell’io inteso come semplice individuo. Credo si possa dire che c’è una disuguaglianza più profonda di quella puramente economica ed è causata non da una mancanza di risorse, ma da una mancanza di rispetto. Si può essere più ricchi o più poveri, ma se ci si rispetta a vicenda si è realmente uguali.

 Il contrario del rispetto è l’arroganza, la prepotenza, la volgarità, la derisione, lo scherno, ma anche la maleducazione e l’indifferenza, come pure lo spreco e lo sperpero. Simili comportamenti – che feriscono la società in modo molto grave – nascono dalla nostra convinzione di poter fare di quel che ci circonda quello che vogliamo, considerando l’umanità un’aggregazione da sfruttare, l’ambiente una sorta di grande mercato e noi stessi semplicemente dei consumatori. Quando il nostro sguardo si affina e diventa rispettoso, l’umanità diviene la nostra grande famiglia, la natura viene riconosciuta come l’ambiente prezioso del nostro comune esistere, noi stessi diventiamo re e sacerdoti, in una prospettiva autenticamente spirituale.

 Il rispetto non può essere imposto dall’alto: se vogliamo una società migliore, dobbiamo ripristinarlo a partire dalle coscienze. È il compito di ciascuno di noi. Compito quotidiano. È soprattutto un compito educativo, che la generazione adulta è chiamata a svolgere nei confronti delle più giovani.

 La fede nel Vangelo fa sorgere dal profondo del nostro cuore un desiderio intenso, che vorremmo condividere con tutti gli uomini e le donne di buona volontà: fare della nostra città, della nostra società civile una società anzitutto rispettosa; una società in cui ci si guarda senza ferirsi; una società dove si cerca sinceramente di comprendersi e di stimarsi; una società in cui tutto ciò che merita onore riceve il giusto omaggio; una società dove il rispetto sia davvero di casa nelle sue forme molteplici e nobili: per rispetto per gli anziani, rispetto per i bambini, rispetto per le donne, rispetto per i genitori, rispetto per i più deboli, rispetto per gli stranieri, rispetto per le autorità, rispetto per le istituzioni, ma anche rispetto per chi sbaglia, rispetto dei sentimenti, rispetto degli ideali, in una parola di tutti. E poi per l’ambiente, per il pianeta, per la natura: per gli animali, le piante, le acque, le montagne i laghi e i fiumi.

 La forma estrema del rispetto è l’adorazione. Essa è dovuta a Dio, sorgente di ogni bene. È l’atteggiamento di chi riconosce che la realtà tutta intera porta in sé il segreto di una appartenenza che la oltrepassa, che cioè oltre il visibile sta l’invisibile.

 Ed eccoci allora di nuovo all’Eucaristia, al pane che in realtà è il Corpo di Cristo, la sua presenza amabile e misteriosa in rapporto con noi. Davanti all’Eucaristia ci inchiniamo, profondamente grati per questo dono che abbiamo ricevuto. Ma ci inchiniamo anche davanti al fratello e davanti al creato, sapendo di essere – nell’ottica della stessa Eucaristia – un dono gli uni per gli altri e di aver ricevuto in dono tutto il bello che ci circonda.

 A colui che è presente e nascosto nel pane che è il suo corpo, al Signore che si è fatto nutrimento per la vita del mondo, vorrei chiedere la grazia di fare della nostra città, della nostra società una società anzitutto rispettosa, un luogo dove la considerazione e la stima reciproca sono di casa. E vorremmo affidare alla forza benedicente dello Spirito santo gli sforzi onesti di tutti quegli uomini e di quelle donne che con retta coscienza e tenace generosità stanno operando per l’edificazione di un mondo sempre più ricco di vera umanità.

Lo Spirito abiti in voi

L’omelia pronunciata dal vescovo Pierantonio Tremolada in Cattedrale durante le ordinazioni presbiterali dei sette diaconi del Seminario e uno dei Carmelitani Scalzi: don Giovanni Bettera, don Marco Bianchetti, don Marcellino Capuccini Belloni, don Matteo Ceresa, don Nicola Ghitti, don Daniel Pedretti, don Luca Pernici e padre Samuele dell’Annunciazione

Carissimi fratelli e sorelle nel Signore, questa solenne celebrazione ci riempie di gioia. Alla vigilia della grande Festa della Pentecoste, siamo riuniti per invocare il dono dello Spirito su questi otto giovani che il Signore ha voluto chiamare al ministero del presbiterato, donandoli alla Chiesa come pastori e al mondo come singolari testimoni della sua potenza di salvezza.

Saluto con affetto sua Eminenza il Cardinale Giovanni Battista Re, che ha voluto condividere con noi questo momento e onorarci della sua presenza.

Con uguale affetto saluto il vescovo Bruno e il vescovo Marco e li ringrazio per la loro graditissimapartecipazione.

Saluto tutti voi, carissimi sacerdoti e diaconi, che con la vostra nutrita presenza esprimete all’intero popolo di Dio la chiara convinzione della grandezza e dignità del vostro ministero, ricevuto per grazia ed esercitato nell’umiltà.

Saluto tutte le consacrate e i consacrati, in particolare il Superiore dell’Ordine dei Carmelitani, che condivide con tutti noi la gioia dell’ordinazione presbiteriale di uno dei suoi figli spirituali.

Saluto le autorità civili e militari presenti, in particolari i sindaci dei paesi di provenienza dei nostri Candidati.

Saluto tutti voi che siete qui, che riempite questa nostra amata cattedrale, soprattutto voi giovani, ragazzi e ragazze. Voi ci dimostrate che il fascino della Vangelo e la sua forza di bene non sono spenti, che donare se stessi al Dio della vita nel servizio dei fratelli non lascia indifferenti. Vi chiedo di rimanere aperti all’opera di grazia che il Signore sicuramente sta compiendo anche in ciascuno di voi.

Infine, ma non per ultimo, saluto voi, carissimi ordinandi. Vi ringrazio per aver accolto la chiamata del Signore, per avergli consentito di compiere in voi la sua opera, giungendo a questo momento, che in verità costituisce un punto di arrivo e insieme un nuovo punto di ripartenza. Siate certi che il Signore non vi deluderà. Nella sua fedeltà e nella misura della vostra fede, farà della vostra vita un segno luminoso della sua gloria e la riempirà di quella gioia che viene solo dall’alto. Insieme a voi saluto e ringrazio i vostri genitori e i vostri familiari. Chiedo al Signore di ricompensarli per la loro disponibilità e generosità, non priva oggi di un certo coraggio.  Seguire e accompagnare un proprio figlio o fratello nel cammino della vocazione di speciale consacrazione a Dio, accettando di vedere segnata anche la propria vita personale da questo evento misterioso, non è cosa da poco. Sappiamo, tuttavia, che il Signore non si lascia mai superare in generosità. Egli non mancherà di darvene chiara dimostrazione.

 L’ordinazione presbiterale di questi nostri giovani fratelli avviene – come già ricordato – alla viglia della Pentecoste. La circostanza la rende ancora più solenne e ci invita a considerare il dono del ministero apostolico nell’orizzonte dell’effusione dello Spirito. È lo Spirito santo che fa esistere la Chiesa come popolo dei redenti, come sacerdozio regale e nazione santa. Grazie allo Spirito santo la Chiesa diviene, per grazia e in umiltà, la città posta sulla cima del monte, punto di riferimento per l’umanità in cammino nella storia. Dallo Spirito santo provengono poi tutti quei doni che consentono alla Chiesa di essere se stessa, e tra questi il ministero dei vescovi, dei presbiteri e dei diaconi, servitori del popolo di Dio e dell’umanità intera nel nome di Cristo.

 La presenza e l’azione dello Spirito santo nel mondo sono invisibili. Non trovano riscontro sensibile. Se ne vedono tuttavia i segni, le tracce che si imprimono nel vissuto delle persone e nel percorso della storia. Nulla potremmo dire dello Spirito santo se non avessimo la testimonianza della Parola di Dio, in particolare della sacra Scrittura. Le letture che sono state proclamate in questa liturgia diventano perciò preziose. Mettiamoci dunque umilmente in ascolto, per cogliere qualche risonanza che ci aiuti a vivere questa celebrazione con tutta l’intensità che merita.

 Vorrei partire dal brano del Vangelo di Giovanni che abbiamo appena ascoltato. Chi scrive ricorda un episodio di cui fu spettatore e che dovette rimanergli fortemente impresso. Dice: “Nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù, ritto in piedi, gridò: «Se qualcuno ha sete, venga a me, e beve chi crede in me. Come dice la Scrittura: dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva»”. Siamo a Gerusalemme durante la grande festa ebraica delle Capanne. Il settimo giorno di quella festa si compiva una cerimonia suggestiva: verso sera, il Sommo sacerdote andava ad attingere acqua con una brocca d’oro alla fonte di Ghion, che alimentava la piscina di Siloe, e la portava al tempio accompagnato in processione dal popolo festante. Giunto nel grande cortile del santuario, illuminato a giorno da enormi bracieri, il Sommo sacerdote versava l’acqua sull’altare girandovi intorno per sette volte.

 Nel cuore della festa, dunque, mentre si tiene questa solenne processione, Gesù si alza e grida: “Chi ha sete venga da me. Io posso dare l’acqua che veramente disseta”. L’impressione suscitata nei suoi discepoli ma anche negli altri dovette essere fortissima. Un invito simile era già stato rivolto da lui in modo molto più discreto alla donna samaritana: “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: «Dammi da bere! », saresti stata tu a chiedere da bere a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva” (Gv 4,10). È l‘evangelista stesso a spiegarci in che cosa consiste l’acqua di cui Gesù parla: “Questo disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui”. E aggiunge: “Infatti non vie era ancora lo Spirito, perché Gesù non era stato ancora glorificato”. Fortemente attento alla dimensione simbolica degli eventi, lo stesso evangelista ricorderà che, poco dopo la morte in croce di Gesù, quando uno dei soldati trafiggerà il suo fianco con una lancia, da quella ferita non uscirà soltanto il sangue ma anche l’acqua. Diviene così simbolicamente evidente quanto accaduto in segreto con la morte del Signore. Esalando l’ultimo respiro e reclinando il capo nella morte, in realtà Gesù dona lo Spirito, apre cioè la strada, dentro la storia umana, alla discesa in campo del Paraclito. Il mistero pasquale è nella prospettiva di Dio profondamente unitario. Con la morte del Figlio Unigenito del Padre, da lui accettata per amore, è stata spianta allo Spirito la strada della nostra santificazione. Si compie così promessa del profeta Isaia: “Attingerete acqua con gioia alle sorgenti della salvezza” (Is 12,3).

 Così – cari ordinandi – questo è il nostro primo augurio e il primo invito che vorrei rivolgervi come vescovo. Siate uomini che attingono alle sorgenti della salvezza, siate uomini spirituali, che si lasciano raggiungere da quest’acqua viva che il cuore di Cristo ha fatto sgorgare a beneficio del mondo. Siate esperti dell’invisibile, conoscitori appassionati di ciò che i sensi non possono raggiungere, siate frequentatori, nel raccoglimento, del mistero santo di Dio, di cui solo lo Spirito santo custodisce il segreto. Non inseguite – come ammonisce il profeta Geremia – le cisterne screpolate, che perdono acqua. Dissetatevi alle sorgenti della vita eterna. Aprite la mente e il cuore all’opera di colui che la tradizione cristiana ama definire padre dei poveri, dolce ospite dell’anima, dolce sollievo. Potrete così sperimentare il frutto della sua azione rigenerante. Sarete custoditi nell’esperienza della vita nella sua forma più vera. Ne gusterete la bellezza.

 È sempre la Parola di Dio a istruirci sui frutti dello Spirito santo, cioè sui molteplici risvolti di quella vita nuova che viene inaugurata in noi dalla sua azione di salvezza. Alla luce delle altre due letture che l’odierna liturgia ci ha proposto, credo che tra i frutti che intervengono a costituire la realtà della vita secondo lo Spirito se ne possano in particolare individuare tre, che vorrei considerare nella prospettiva del ministero apostolico e rendere oggetto di una breve riflessione. Essi sono: la comunione, la speranza e la preghiera.

 Anzitutto – cari ordinandi – lo Spirito santo potrà fare di voi degli uomini di comunione. Vi insegnerà a non considerare ostacoli le differenze che esistono nel mondo umano. Che gli uomini sono diversi non significa che sono degli estranei o degli avversari o addirittura dei nemici. È sempre molto forte la tentazione di Babele, che consiste – come si comprende bene dalla prima lettura che abbiamo ascoltato – nella tendenza a vincere la paura delle diversità attraverso la logica cieca e violenta del potere. I figli di Babele costruiscono una città semplicemente con le proprie forze, secondo un proprio progetto, per farsi un nome. Edificano una torre che raggiunga il cielo, che cioè consenta di dominare dall’alto sulla grande città da loro costruita, prendendo il posto di Dio e creando una condizione di uguaglianza forzata. È la logica dell’impero che è propria di Satana e che lui stesso aveva tentato di imporre allo stesso Messia, quando, nel deserto, si era avvicinato per distoglierlo dalla sua missione di salvezza. A questa logica distruttiva lo Spirito santo sostituisce quella della comunione nell’amore, che suppone il rispetto delle differenze, l’accoglienza, il riconoscimento della dignità altrui, la collaborazione sapiente, la solidarietà, la mitezza, l’umile pazienza. Come insegna il Libro degli Atti degli Apostoli, gli apostoli della Pentecoste sono uomini di comunione, che parlano tutte le lingue, che creano unità senza mortificare nessuno.

 Carissimi ordinandi, siate dunque, proprio perché spirituali, uomini di comunione. Dimostrate al mondo che è possibile vivere insieme, in armonia, nella reciproca simpatia, nel reciproco affetto, di più, in una vera fraternità. Vivete questo anzitutto all’interno del presbiterio. Stimate i vostri confratelli sacerdoti, collaborate con loro, confrontatevi, condividete, in una parola, amateli. E guidate le comunità cristiane nella stesa direzione. Ci è affidato un compito epocale: unire le parrocchie in un cammino comune, senza mortificarle. Ricordate loro che sono sorelle, chiamate a riconoscersi parte della grande Chiesa diocesana e perciò a darsi la mano. Voi, che di queste comunità sarete pastori, siate dunque uomini di comunione.

 Siate poi uomini della speranza. “Fratelli – scrive san Paolo nel passaggio della Lettera ai Romani che abbiamo ascoltato – sappiamo che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Nella speranza infatti siamo stati salvati” (Rm 8, 22-24). La speranza permette di vedere ciò che ancora non esiste a partire dalle tracce che invece già sono riconoscibili. Occorre però superare il confine del sensibile. Il presente apre sull’avvenire senza ansia e con serenità quando lo Spirito che abita il nostro mondo interiore ci fa sentire accolti nell’abbraccio vittorioso del Cristo risorto. Gemiamo interiormente – dice san Paolo – aspettando la piena rivelazione dell’opera di Gesù, opera di misericordia e di santificazione. Questi gemiti non sono lamentazioni cariche di malinconia. Non son neppure lacrime di disperazione. Non siamo gente ormai rassegnata al peggio, disarmata e impotente di fronte a un destino inesorabile. Siamo uomini della speranza, ambasciatori del Cristo vittorioso, araldi della buona notizia che, come un lampo, ha illuminato la storia.  Riusciamo a guardare le profonde ferite del mondo senza lasciarci spaventare, senza paura, senza rabbia, senza inerte rassegnazione. Noi crediamo nella potenza dello Spirito che ha reso eterno l’atto di amore del Cristo crocifisso. Vogliamo perciò dare alla nostra esistenza la forma di un servizio per la gioia dei nostri fratelli e delle nostre sorelle.

 Come ministeri della Chiesa – cari ordinandi – voi siete chiamati a dare questa testimonianza. Non temete il mondo di oggi. Non condannatelo. Non fuggitelo. Non siate nostalgici e lamentosi. Conservate alla vostra giovinezza la freschezza che le è propria e mettetela a disposizione dell’annuncio evangelico. Ricordate che l’unico giudizio che i cristiani conoscono è quello dell’amore crocifisso. Amate dunque il mondo così come il Cristo lo ha amato. Amare il mondo non vuol dire conformarsi a ciò che lo disonora e lo sfigura. Vuol dire salvarlo nella potenza dello Spirito santo e farsi custodi della sua speranza. Amate soprattutto i più deboli e i più poveri. Fatevi loro compagni di viaggio. Tenete accesa con loro la lampada, fate in modo che non vengano tradite le loro attese, non permettete che il sorriso si spenga per sempre sul loro volto. Siate disposti a prendere sulle vostre spalle, per quanto vi sarà possibile, i pesi che stanno gravando sulle loro.

 Infine la preghiera. “Allo stesso modo – abbiamo ascoltato sempre nella seconda lettura – anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza: non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili” (Rm 8,26). La vera preghiera si riceve dallo Spirito santo nella forma di una sua benefica intercessione. La preghiera suppone infatti un rapporto personale con Dio, una conoscenza di lui che l’uomo da solo non si può dare. È lo Spirito che viene in aiuto alla nostra debolezza. È lui che colma la misura eccedente di questa conoscenza altrimenti impossibile. Lo dice bene san Paolo, quando scrive agli Efesini: “Per questo io piego le ginocchia davanti al Padre, dal quale ha origine ogni discendenza in cielo e sulla terra, perché vi conceda, secondo la ricchezza della sua gloria, di essere potentemente rafforzati nell’uomo interiore mediante il suo Spirito. Che il Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori, e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e di conoscere l’amore di Cristo che supera ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio (Ef 3,17-19).

 Di questa esperienza – cari ordinandi – c’è immensamente bisogno. Sappiate che da questa interiore inabitazione del Cristo per la potenza dello Spirito dipenderà l’intero vostro ministero e – prima ancora – la vostra stessa vita di credenti. Siate dunque uomini di preghiera, siate esperti di vita interiore, siate appassionati ascoltatori della Parola di Dio e amministratori fedeli del tesoro dei Sacramenti, a cominciare dall’Eucaristia. Nulla andrà anteposto a questa ricerca intima e personalissima della comunione con Cristo, di cui lo Spirito santo è l’artefice.

 Uomini spirituali, uomini di comunione, uomini della speranza, uomini di preghiera. Ecco – cari fratelli nel Signore – che cosa la Parola di Dio oggi vi raccomanda di essere, mentre vi accingete a ricevere il dono del presbiterato. E noi volentieri facciamo eco a questo invito, trasformandolo in una umile supplica per voi. La nostra voce, carica di affetto, sale al Padre per domandare a vostro favore la grazia di questa testimonianza, così preziosa per la Chiesa ma anche così attesa dal mondo.

 La Beata Vergine Maria, che per la potenza dello Spirito santo divenne Madre di Dio e Madre della Chiesa, vi accompagni nel vostro cammino con la sua materna tenerezza, vi renda sempre vigilanti e vi custodisca nella pace.

Ripartiamo dalla preghiera

Santa Messa di apertura della Festa dell’Oratorio 2019

Prima di dar voce alla mia riflessione, compiamo due gesti che diventeranno parte, poi, anche della mia omelia. Il primo è quello che ci vede qui perché quasi incaricati, insigniti di un ruolo di servizio, di una missione; e qui sto parlando di tutti quelli che si sono resi disponibili per dedicare del tempo, energie e risorse, del volontariato durante la festa. Invito, pertanto, quanti fanno parte de turni di servizio e di prendere la maglietta e indossarla. Spieghiamo anche il perché di questo gesto: quando l’abbiamo pensato è sorto il dubbio che si potesse pensare che “questi mettono la maglietta come se fossero superman”. Niente a che fare con questo. Quella maglietta ha il valore della mia stola. E a cosa serve la stola? La stola non è nient’altro che un simbolo che ricorda il grembiule che ha messo Gesù nell’ultima cena quando si mise a servire i suoi discepoli. Questa maglia per noi è il simbolo dell’amore, del servizio e quello che facciamo lo facciamo perché vogliamo imitare Gesù. Il cristiano è colui che si lascia amare da Gesù e percorre i suoi passi, calca le sue impronte.

Il secondo gesto che andiamo a compiere è l’accensione di questa candela. Ogni sera, per sette sere, accenderemo una candela indicando come la nostra festa parta della preghiera. Aggiungeremo ogni sera una candela così che ritmerà il tempo della nostra festa. Ogni sera cominceremo le nostre attività con la preghiera, perché ci sentiamo dei mandati e soprattutto perché dove due o tre sono riuniti nel nome del signore Gesù noi sappiamo che Lui è mezzo a loro. Vorremmo raccontare a tutte le persone che verranno qua che qui c’è Gesù, perché noi lo preghiamo e ci sentiamo raggiunti dal suo amore. Vorremmo raccontare questo e lo faremo ovviamente come saremo capaci, ma perché partiremo da qui.

Ho già messo in evidenza alcuni motivi per i quali noi stasera siamo qui a dare inizio alla settimana dell’Oratorio, sapendo che far festa vuol dire che c’è un qualcosa che ci attira. Più quello che ci attira è forte più raccoglierà gente. L’oggetto della festa, per noi è Gesù. É lui che ci riunisce. In fin dei conti noi perché siam qui stasera? Io ho ben chiaro in testa il perché e ve lo voglio dire con schiettezza. Noi siam qui fondamentale per un’unica cosa: siam qui per pregare e penso che abbiam bisogno di ripartire ancora una volta dalla preghiera. Magari negli ultimi anni siamo stati capaci e bravi a fare anche tante cose. Siam diventati abili a leggere la realtà sociale, a dare un po’ di numeri, a fare alcune proiezioni, a progettare, a diventare tecnologici ma dobbiamo ripartire dalla preghiera. Per quanto potremo essere bravi, o noi partiamo dalla preghiera o altrimenti tutto comincerà e finirà con noi. Non possiamo solamente fidarci delle nostre capacità: già altre volte ho fatto questa riflessione con voi, non possiamo solamente ottimizzare le nostre risorse ed essere ottimisti per quello che facciamo. La categoria dell’ottimismo non è una categoria cristiana perché l’ottimismo si basa sulle nostre capacità, sulle nostre risorse: finché le abbiamo tutto o quasi, va bene, ma quando non le abbiam più si passa dall’ottimismo al pessimismo. Non sarà che forse c’è troppo pessimismo in giro perché puntiamo solo su di noi? In questo caso, la categoria cristiana necessaria è quella della speranza.

La speranza illumina l’attesa

L’attesa è viva quando io spero perché so che il mio Dio sarà sempre accanto a me e io ho bisogno di incontrarlo, ho bisogno di parlargli assieme, ho bisogno di ascoltarlo e cosa meglio della preghiera può fare questo? Per cui io vi dico che siamo in questa sede per pregare. Per pregare non solo per la festa dell’Oratorio ma per pregare per la nostra comunità e per pregare per la Chiesa intera in questa festa di Maria madre della Chiesa. Abbiamo diversi motivi per pregare: io ve ne elenco alcuni ma ognuno poi avrà i suoi. Il primo è che noi pregando assieme siamo un popolo; il popolo è diverso dalla massa, la massa è senza nome, la massa è generica, il popolo ha la sua identità. Chi siamo noi? Siamo quelli che stanno qui attorno (all’altare), cioè quelli che vengono qua e da qua ricevono la loro forza.

Motivo ancora per pregare: questa mattina ho concluso il percorso della visita agli ammalati, alle persone anziane, e parlando con loro a uno di questi che è particolarmente sofferente ho detto “stasera ti ricordo nella preghiera, ti ricordo nella Messa all’Oratorio. Ti ricordo lì perché hai tante volte frequentato questo ambiente” e chiedo a tutti voi di pregare anche per questa persona. Siam qui, ancora, per pregare per altri motivi; sempre nel giro di questa mattina ho incontrato una signora molto anziana, ora è debole ma ha una grande forza nella sua preghiera. “Ricordo anche te nella preghiera”. Siam qui anche perché vogliamo ricordare una persona che ha voluto bene all’Oratorio, ha voluto bene alla sua famiglia, Maria Teresa, i suoi figli hanno frequentato questo posto, lo frequentano, così come il marito. Bello il fatto che anche molti amici hanno pensato di ricordarla e di far celebrare questa Santa Messa. Volentieri lo facciamo. Abbiam fatto anche un gesto in sua memoria, appunto perché conoscevamo la sua passione per l’educazione, per la crescita, per gli ambienti come questo: le tre piante nuove che abbiam messo nel parco giochi, e per noi la pianta che si semina indica qualcosa di importante, una vita che cresce, farà ombra, sarà segno di una vita che passa attraverso il progetto di Dio e della sua creazione e che manifesta la sua bellezza. Le tre piante che abbiam messo al parco, l’abbiam fatto in nome di Maria Teresa. Per cui ogni qual volta vedremo quelle tre piante ci verrà in mente.

Siam qui, ancora, per pregare per la nostra Chiesa: non so voi ma io che son prete, a volte non so da che parte sbattere la testa: non sappiamo più cosa fare e non basta avere gli ulivi belli, non basta avere tutto pulito, tutto ordinato. Anche se dedichiamo mille ore all’Oratorio, ed è bello averlo così, questo non basta, per cui vi dico mettiamoci in preghiera, chiediamo a Dio che apra una via, che ci aiuti in questo periodo dove io mi sento un po’ smarrito e vedo la riflessione sulla nostra pastorale ecclesiale un po’ smarrita. Tanto impegno, tanto faticare, tante energie, tanta progettazione, tanta passione… sembra quasi che il vento porti via tutto, sembra che serva a poco o per non dire a nulla. E ora non sto qua a citare i numeri e dire chi non vien più e chi viene ancora, ho fatto pace con i numeri. Avverto, però, una preoccupazione non tanto perché i numeri calino o crescano ma perché sembra che ci stiamo allontanando da Dio, almeno nelle nostre priorità. Sembra che stiamo perdendo quel che di più vero abbiamo, il nostro spirito, che va ravvivato, va sostenuto, va curato sicuramente più di tutte queste cose che per quanto possano essere belle e funzionali, non sono compensative della serenità di sentirsi amati. Se non si entra mai là dentro (indica la porta della chiesetta) allora è inutile. Lo dico spesso questo ai genitori quando facciamo gli incontri, ogni qual volta veniamo qua la prima cosa che dobbiamo fare, che diventa fortemente educativa, potentemente educativa, è entrare là dentro, salutare il Signore, ringraziarlo perché ci ha dato l’opportunità di vivere nella nostra comunità. Quando noi entriamo, dietro l’altare abbiamo una bellissima immagine di Maria. Gesù ce l’ha affidata come mamma, come colei che si prende cura di noi. É stato bello che quest’anno un gruppo di persone sia venuto qui a pregare il rosario durante il mese di maggio. Ci possono essere anche mille altre forme di preghiera: quando arriviamo qua vi auguro di fare una cosa prima di tutte: entrare là a salutare il Signore, sua madre che è nostra madre e sentirci fratelli e figli.

L’augurio che posso fare, il più bello, è questo: stasera ripartiamo dalla preghiera, tutto il resto viene dopo. Io son convinto che noi siamo bravi, che ce la caviamo anche in tante cose, che siam capaci a destreggiarci nelle diverse sfide che ci si presentano, ma dobbiamo ripartire della preghiera, altrimenti tutto comincerà e finirà con noi. E se tutto comincia e finisce con noi qual è il guaio? É che ogni volta devi ricominciare. E invece noi sappiamo che la vita la si è sempre imparata dagli altri, e se noi siam qui è perché qualcuno duemila anni fa ci ha raccontato quello che è accaduto e ha continuato a raccontarlo fino ad arrivare a noi. Ma se noi ci stacchiamo da questo circolo virtuoso, ogni volta bisognerà ricominciare da capo. Se ricominci da capo corri il rischio di perderai dei pezzi e ricomincerai a fare ancora la solita fatica, magari butterai via tante opportunità. Abbiamo una tradizione grande, una ricchezza grande, dalla quale partire: dalla preghiera.

L’arte del buon governo

L’omelia pronunciata dal vescovo Tremolada durante la S.Messa pontificale nella Basilica dei Santi Faustino e Giovita

Siamo riuniti in un clima di festa per celebrare i nostri santi patroni. La liturgia ci ricorda che essi sono anzitutto martiri di Cristo, testimoni fino al sangue della loro fede in Gesù, redentore dell’umanità. Noi, tuttavia, li ricordiamo e li veneriamo anche come difensori della nostra città. Secondo la tradizione, infatti, essi appaiono nel cielo di Brescia durante i giorni di un feroce assedio, per scongiurare il massacro di una popolazione stremata. Le circostanze del loro intervento ci fanno molto pensare. Si tratta di un’azione militare ordinata per rivalsa. Amareggia non poco constatare che tra città cristiane si giungesse alla guerra per ragioni pretestuosamente politiche. Le popolazioni in realtà pagavano allora il prezzo di scontri voluti da orgogliosi casati, esclusivamente preoccupati del loro prestigio e dei loro guadagni. Erano duchi che si sentivano piccoli Cesari e assoldavano eserciti per rivendicare il loro potere contro libere decisioni di libere città.

Viene alla mente la parola che Gesù pronunciò un giorno, pensando al grande Cesare che governava l’intero mondo allora conosciuto. Ai Giudei che gli chiedevano se era giusto pagare il tributo all’imperatore romano, egli rispose: “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”. Quella frase è divenuta celebre. Qual è però il suo significato preciso? Per rispondere è bene ricordare la richiesta che l’ha preceduta. Gesù chiese in quella circostanza ai suoi interlocutori di portargli una moneta, sulla quale era impressa, appunto, l’effige di Cesare, cioè dell’imperatore romano regnante. Ricevuta la moneta, stranamente Gesù domandò di chi fosse l’immagine riportata; egli, infatti, sapeva benissimo di chi si trattasse. La domanda aveva però uno scopo: ricordare ciò che il Libro della Genesi dice a proposito della creazione dell’uomo, e cioè che l’uomo fu creato “a immagine e somiglianza di Dio”. Ecco allora l’insegnamento da raccogliere: sulla moneta è stata impressa l’immagine di Cesare, ma nell’uomo è impressa l’immagine di Dio. Come a dire che lo stesso Cesare è un uomo creato a immagine di Dio e che in questo modo egli deve guardare agli altri essere umani su cui esercita il governa. Se a Cesare si deve dunque la tassa in nome della sua autorità e per il suo compito amministrativo, a Dio di deve la gratitudine di esistere come esseri umani a immagine sua e il dovere di guardare ogni essere umano nella sua prospettiva, cooperando al compimento della sua originaria vocazione. Tutto ciò che esiste è per gli uomini, tranne gli uomini stessi. Nessuno sarà mai padrone di un’altra persona umana e nessuno avrà mai il diritto di offenderne o comprometterne la dignità. Al contrario, tutti sono chiamati a promuovere il bene di tutti, in modo libero e consapevole, dando così al vivere comune la sua forma più vera.

Occorrerà dunque che nella società qualcuno assuma questo compito, che lo ricordi e lo onori, che se ne faccia garante in modo autorevole. Ecco dunque chi sono i politici: gli architetti della convivenza sociale, i costruttori della comunità civile, gli artefici del bene comune. Di questo vorrei dunque parlare in questa occasione, a noi tanto cara, dei santi patroni Faustino e Giovita: vorrei con voi meditare sul grande valore della politica, sulla nobiltà del suo scopo e sulla necessità del suo esercizio. E vorrei subito dire che il compito del governo della società va considerato come il compito più alto e più delicato in ambito sociale, ma anche come il più affascinante e appassionante. Da esso dipende in larga parte il vissuto di intere popolazioni. Questo vissuto, infatti, per non precipitare nel caos, deve assumere la forma della società civile, attraverso l’amministrazione degli stati, nel quadro della comunità internazionale. Di questo appunto si occupa la politica. Di più, la politica va intesa come l’arte del governare, che consente ad una pluralità di persone di sentirsi un popolo, cioè una comunità solidale chiamata a condividere lo stesso destino e a costruire una vera civiltà. Perché questa è l’umanità: una comunità di comunità, un popolo di popoli, la grande famiglia dei figli di Dio.

La tradizione culturale dell’Europa, all’interno della quale l’eredità della civiltà greco-romana è stata sapientemente accolta dal Cristianesimo, ha sempre tenuto la politica in alto onore. La storia europea, purtroppo, ci ha offerto esempi addirittura spaventosi di un esercizio perverso dell’autorità politica; ma proprio il giudizio severo espresso poi nei loro confronti, dimostra la rilevanza da sempre attribuita alla politica dal pensiero illuminato del nostro continente. L’opinione pubblica – bisogna riconoscerlo – non sempre si è allineata su questo giudizio. Anche al momento attuale non è scontato ritenere che siamo di fronte a una realtà importante e preziosa. Fa bene perciò a tutti riascoltare qui le parole di Giorgio La Pira, sindaco indimenticabile di Firenze negli anni del dopo guerra e figura esemplare di politico animato da spirito cristiano. Così egli si esprimeva: “Non si dica quella solita frase poco seria: la politica è una cosa brutta! No. L’impegno politico – cioè l’impegno diretto alla costruzione cristianamente ispirata della società in tutti i suoi ordinamenti a cominciare dall’economico – è un impegno di umanità e di santità; è un impegno che deve poter convogliare verso di sé gli sforzi di una vita tutta tessuta di preghiera, di meditazione, di prudenza, di fortezza, di giustizia e di carità”. Parole forti e di grande risonanza, a cui viene spontaneo affiancare quelle di san Paolo VI, il nostro amato papa bresciano, che in forma estremamente sintetica ma assai efficace diceva della politica: “È la forma più alta della carità”.

La politica va anzitutto amata. Va cioè guardata nella sua verità, considerata per quello che è e deve essere. Va riscattata da pregiudizi e contraffazioni ma anche difesa e protetta. È infatti tremendamente esposta al rischio di venire strumentalizzata o sfruttata. Questo accade per il grande potere che essa ha in vista dell’adempimento del suo compito. Governare una nazione, una città, un paese, dare alla convivenza degli uomini la sua forma più bella per la felicità di tutti è una vera e propria missione. Chi si impegna a compierla merita il rispetto e la gratitudine di tutti, ma certo si assume anche una grave responsabilità, di cui è giusto avere coscienza.

La sapienza di sempre e la tradizione cristiana in particolare ci indicano alcune parole chiave che stanno alla base di un politica degna di questo nome. Tra queste vorrei richiamarne tre, che mi sembrano capaci di catalizzare valori e atteggiamenti essenziali all’esercizio del buon governo. Esse sono: L’onestà anzitutto. Il cancro della politica è la ricerca spregiudicata dell’interesse privato o di gruppo, cioè la corruzione. Chi accetta di svolgere questa missione dovrà essere integro, prima nelle intenzioni e poi nelle azioni, dedito unicamente alla nobile causa del bene comune. Nessun compromesso con il tornaconto, economico ma anche di immagine. Il potere politico non è un fine e non va quindi cercato per se stesso. L’ebbrezza del potere dei governanti è una delle esperienze più tragiche che una società può fare, come dimostra drammaticamente la storia. Don Luigi Sturzo, del cui Appello ai Liberi e Forti è stato recentemente ricordato il centenario, così identificava alcune regole del buon politico: onestà, sincerità, distacco dal denaro; non sprecare i finanziamenti pubblici, non affidare incarichi a parenti, non promettere l’irrealizzabile, non credere di essere infallibili, informarsi e studiare quando non si sa, discutere serenamente e obiettivamente. E aggiungeva: “Quando la folla ti applaude, pensa che la stessa folla potrà divenire avversa. Non inorgoglirti se approvato, né affliggerti se osteggiato. La politica è un servizio per il bene comune”.

Il buon esercizio della politica domanda poi profondità. Chi governa è chiamato a guadagnare uno sguardo attento e non superficiale, ad assumere un atteggiamento umile di fronte alla complessità delle cose, a coltivare quella saggezza che deriva dall’esperienza ma anche dall’esercizio naturale e costante della riflessione. L’arte del buon governo domanda tanto pensiero, tanta capacità di ascolto e di dialogo, la rinuncia ad ogni forma di violenza verbale, l’onestà di non far leva sull’emotività e sulla paura. La democrazia nasce e si sviluppa sull’esercizio pacato del confronto delle opinioni, nella ricerca onesta della verità di cui nessuno è padrone. In politica si è concorrenti non nemici, chiamati appunto a concorrere, cioè a contribuire, al bene di tutti, nella dialettica costruttiva tra maggioranza e opposizione. Non si è inesorabilmente condannati allo scontro. La politica non è un’arena, ma piuttosto un’agorà, una piazze dove si discute anche animatamente e con passione ma sempre nel rispetto delle persone e delle idee. L’obiettivo di un vero dialogo non è quello convincere gli altri che noi abbiamo ragione ma di guadagnare insieme una visione sempre più profonda delle cose, in vista di decisioni importanti per la vita di tutti

Profondità in politica significherà poi avere radici e affondarle nel terreno di un umanesimo illuminato, che rinvia ad una visione della vita e del mondo nella quale l’uomo avrà sempre il posto di onore che merita. Nulla gli andrà mai anteposto. La grandezza e la dignità dell’uomo, di ogni uomo e donna, costituiscono il valore assoluto e indiscutibile, intorno al quale si unificano poi tutti gli altri valori di cui una società umana non può fare a meno. Sono i valori che ritroviamo nella Carta dei Diritti dell’uomo e che per noi cristiani rinviano alla visione dell’uomo che il Vangelo di Cristo ha dischiuso e che la dottrina sociale della Chiesa ha composto in sintesi. La politica ha bisogno di attingere costantemente alla sua sorgente vitale, che altro non è se non il senso di umanità. Per guidare la società umana occorre guardarla come la guarda Dio, suo Creatore e Redentore, cioè con rispetto e affetto, con il desiderio di vedere tutti liberi e felici.

Infine, la lungimiranza. Ci soccorre di nuovo l’esempio di Giorgio La Pira. Di lui giustamente si è detto che coniugava sapientemente utopia e realismo. Era un uomo che sapeva sognare e insieme costruire. Chi assume la responsabilità politica è chiamato a collegare con intelligenza il presente al futuro, a capire cosa è bene fare oggi in vista di ciò che sarà domani. L’arte del governare ha bisogno di progettualità. Non sarà mai un semplice navigare a vista, non potrà accontentarsi di scelte puramente tattiche, che procurino un consenso immediato senza però dare solidità al vissuto in vista del futuro. La politica attua ciò che è possibile ma sempre nell’orizzonte più ampio del desiderabile, cioè nella tensione verso quel bene perfetto di cui è bene avere sempre coscienza. La vera politica avvia processi, attiva movimenti virtuosi, delinea percorsi a lungo termine. Non ricerca l’apprezzamento istintivo nel presente ma la gratitudine sincera nel futuro. È onesta e coraggiosa perché fondata sulla gratuità e sul limpido desiderio di servire la società.

Abbiamo bisogni di uomini e donne di governo che sappiano leggere quelli che il Concilio Vaticano II ha chiamato i segni dei tempi, che sappiano riconoscere le trasformazioni in atto e raccoglierne le sfide. Oggi ci attendono infatti decisioni importanti e condivise sull’inizio e il fine vita, sul ruolo della scienza e della tecnologia, sui fenomeni migratori e sull’intercultura, sull’influenza dei social media, sui cambiamenti climatici, sul calo delle nascite, sulle conseguenze della cresciuta aspettativa di vita, sulle trasformazioni in atto nel mondo del lavoro. Un’attenzione privilegiata andrà conferita al rapporto tra politica ed economia, per impedire che quest’ultima si procuri un’indebita e pericolosa egemonia. Solo una forte e sana politica riuscirà a creare – come auspicato da papa Francesco – nuovi modelli economici più inclusivi ed equi, non orientati al servizio di pochi, ma al beneficio della gente e della società”.

Quanto alla Chiesa, essa non intende “fare politica”, se questo significa schierarsi a favore o contro specifiche formazioni politiche. Essa vorrebbe piuttosto contribuire ad “educare alla politica”. Compito della Chiesa – scriveva il cardinale Carlo Maria Martini – sarà anzitutto quello di “formare le coscienze, poi di accompagnare le persone nei momenti e nelle circostanze difficili, di garantire una preparazione permanente che tenga conto del mutare delle cose e del presentarsi di nuovi problemi all’orizzonte dell’umanità, di stimolare le energie intellettuali a operare e confrontarsi entro larghi orizzonti. Per essere credibili – aggiungeva – bisognerà porsi non tanto sopra le parti, quanto al di sotto delle parti, ossia nella profondità della coscienza civile del paese”. Per educare alla politica, occorrerà fornire conoscenze di tipo culturale, storico, legislativo, che consentano un’opera di educazione popolare di base, di coscientizzazione in vista della partecipazione democratica. Occorrerà, inoltre, suscitare esperienze concrete di collaborazione e di dialogo e anche di confronto dialettico con i cittadini di varie tendenze, secondo i vari stadi e stagioni della vita. Occorrerà, infine, dare possibilità di conoscere e di utilizzare gli strumenti d’intervento democratico che già ci sono o che si possono promuovere. In una parola, occorrerà educare al discernimento popolare, inteso come esercizio di una capacità di lettura della realtà che conduca a decisioni adeguate ed efficaci.

In una democrazia matura, la politica si esercita attraverso i partiti. Ma prima dei partiti c’è la società, prima della aggregazioni politiche c’è la cittadinanza. Alla base di tutto c’è la comunità degli esseri umani e il bene comune. La vera politica considera i partiti strumenti necessari ma si interessa prima di tutto del bene della comunità umana. I partiti passano, nascono e invecchiano e in qualche caso muoiono. Il compito di amministrare la vita pubblica resta. Il nostro auspicio è che esso rimanga sempre ancorato alla ricerca del bene comune come regola che lo ispira. Nel terreno che precede il confronto tra le forze politiche chiamate a legiferare, sempre ci dovrà essere spazio per un dialogo pacato e onesto che ponga a tema la convivenza civile. Abbiamo bisogno di uomini e donne di buona volontà e di ampie vedute, che prima di sentirsi parte di un gruppo identificato da un simbolo si sentano parte della grande famiglia umana, chiamata a coltivare quella pace sociale che altro non è se non una condizione di vita ricca di valori e carica di sentimenti.

Come dicevo lo scorso anno in questa medesima circostanza, pensando in particolare ai giovani e al loro futuro, “il segreto starà nel riscoprire l’esperienza dell’essere a pieno titolo e insieme cittadini, cioè destinatari e protagonisti della cittadinanza, cioè dell’appartenenza alla propria comunità civica nel quadro della comunità internazionale. Si delinea così una sorta di alleanza sociale, che diverrà terreno fecondo e insieme ambito costante di verifica per una politica che sia sempre più arte del buon governo, in grado di assumere con onestà, profondità e lungimiranza il suo indispensabile compito. Partiamo dunque dal territorio, per costruire una nuova esperienza di governo della società, più capace di difendersi dalle logiche di potere che la inquinano e la indeboliscono, più attenta al vissuto quotidiano, più progettuale, creativa, coraggiosa, riflessiva, dialogica, non aggressiva ma propositiva, all’altezza delle sfide del momento presente. L’esigenza di dare risposta al bisogno di vita che viene dal territorio potrà condurre ad una sapiente sinergia sociale, animata da una visione culturale e spirituale”.

Affidiamo questo desiderio sincero e questo fermo proposito all’intercessione dei nostri santi patroni. Essi che hanno difeso la città di Brescia da un attacco crudele e insensato, ci aiutino a fare di questa stessa città, ma anche delle altre città e paesi sparsi sul territorio bresciano, delle vere comunità coese, dinamiche e solidali, anche attraverso l’opera generosa e sapiente di quanti si dedicano alla missione del governo.

Vegli su tutti noi la Madre di Dio, che nella nostra città amiamo invocare come Beata Vergine delle Grazie. Ci stringa nel suo abbraccio materno e ci custodisca nella pace.

Mons. Olmi nella luce di S. Angela

L’omelia pronunciata in cattedrale dal vescovo Pierantonio durante i funerali di mons. Vigilio Mario Olmi

Nessuno di noi avrebbe mai immaginato di celebrare le esequie del Vescovo Vigilio Mario in questo giorno di festa, la festa di sant’Angela Merici, co-patrona della diocesi di Brescia. Nessuno avrebbe mai pensato che si potesse in questa occasione vestire per una liturgia funebre gli abiti liturgici della solennità e quindi mantenere il colore bianco.

È invece quel che sta succedendo. Stiamo salutando questo nostro amato fratello vescovo mentre ricordiamo con tutto il nostro popolo la grande figura di sant’Angela, così cara a questa città. Il Signore che guida con amorevole provvidenza la storia non cessa mai di stupirci. Quelle che a noi paiono delle semplici seppur felici coincidenze sono in verità molto di più: sono circostanze che rispondono ai suoi disegni di grazia, segni della sua dolce benevolenza.

Il vescovo Vigilio Mario aveva per sant’Angela Merici una devozione del tutto particolare, molto viva e profonda. Era fermamente convinto del suo singolare carisma ed era felicissimo di poterla riconoscere e venerare co-patrona di Brescia, insieme ai santi Faustino e Giovita. Nel 1981, mentre è parroco-abate di Montichiari, viene nominato dal mio venerato predecessore, il vescovo Luigi Morstabilini, superiore della Compagnia di S. Orsola, costituita da quelle figlie di s. Angela che saranno a lui sempre carissime. Da quel momento egli accompagnerà con sapiente dedizione, sino alla fine della sua vita, il cammino di quelle consacrate che Brescia chiama affettuosamente “le angeline”. Tra di esse vi è anche l’amata sorella Petronilla, che gli starà a fianco per tutta la vita.

Mi sembra bello, mentre accompagniamo il vescovo Vigilio Mario all’incontro con il Signore, guardare alla sua vita e al suo ministero apostolico nella luce di sant’Angela, del suo carisma e della sua testimonianza. La liturgia che stiamo celebrando ci invita, attraverso la Parola di Dio proclamata, a riconoscerne le caratteristiche in due aspetti essenziali: la sponsalità dell’anima che accoglie nell’intimo la voce del suo Signore e il servizio che rende grandi. Abbiamo ascoltato le parole del profeta Osea. Sono le parole che il Signore Dio rivolge al suo popolo, tanto amato quanto volubile, non sempre fedele alla sua alleanza, cui tuttavia il Signore guarda con amore appassionato, come uno sposo guarda alla sua sposa: “Ecco – dice il Signore – io l’attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore … Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nell’amore e nella benevolenza, ti farò mia sposa nella fedeltà e tu conoscerai il Signore”.

Sposa di Cristo, anche sant’Angela ha accolto nel suo cuore la voce di colui che la chiamava ad una vita di totale consacrazione e si è lasciata conquistare. La forza creativa dello Spirito santo l’ha condotta così a immaginare una forma di servizio al prossimo del tutto nuova, uno stile di vita secondo il Vangelo che dava alla consacrazione la forma della vicinanza amorevole alla gente, nei paesi, tra le case, nelle scuole, negli ospedali, per accompagnare, assistere, sostenere, consolare. Una compagnia sollecita e affettuosa, una cura per la vita dettata dalla carità e costantemente vitalizzata dalla preghiera. È questo il segreto della spiritualità di sant’Angela Merici.

La voce dello sposo ha parlato anche all’anima del vescovo Vigilio Mario. È stata, la sua, una chiamata che si è distesa nel corso dell’intera vita, a partire dal suo Battesimo, e che ne ha fatto prima un presbitero e poi un vescovo di questa Chiesa bresciana, cui egli ha dedicato l’intera sua esistenza. Ordinato presbitero nell’anno santo 1950, ha vissuto l’esperienza della cura d’anime sia come curato e che come parroco. È stato educatore in seminario nei tempi che seguirono il Concilio Vaticano II, anni – diceva lui stesso – di vera conversione pastorale. Lo ispirava il desiderio sincero di comprendere con l’intera Chiesa le vie dello Spirito e i segni dei tempi. Divenuto vescovo ausiliare della Chiesa bresciana, posto a fianco dei vescovi ordinari, si è fatto carico con generosità di un ministero che lo ha visto particolarmente attento al presbiterio diocesano. Ha molto amato i sacerdoti. Li conosceva molto bene. Grazie ad una memoria formidabile che lo ha assistito sino agli ultimi momenti della sua vita, ricordava con precisione tutti i percorsi di destinazione. Segno eloquente di questo affetto era la telefonata di auguri per il compleanno che ogni presbitero bresciano sapeva di poter ricevere il mattino del giorno anniversario, ma anche il suo desiderio di partecipare alle veglie funebri per i sacerdoti defunti, nelle quali ripercorreva il cammino di vita di ognuno di loro. “Ho avuto modo di incontrare tanti bravi sacerdoti, attivi, silenziosi, senza tante pretese – ebbe a dire più volte”. Considerava essenziale l’accompagnamento e la cura dei sacerdoti da parte del vescovo e tanto la raccomandava, “anche se – precisava – sentirsi sostenuto dal proprio vescovo non significa sentirsi appoggiato qualsiasi cosa si faccia”. Per quanto mi riguarda, considero questa esortazione alla costante vicinanza un appello prezioso anche per me, che accolgo con viva riconoscenza.

Divenuto emerito della diocesi bresciana, il vescovo Vigilio Mario amava pensarsi – come lui stesso diceva – un vecchio prete che aspetta la chiamata definitiva e intanto va dove lo porta il cuore, girando per la diocesi per pregare insieme al popolo di Dio e per cercare di seminare un po’ di gioia e di fiducia. “Felicità – aggiungeva – è riconoscere che il tanto o il poco che ci è rimasto è un dono ricevuto. Serenità è sapere che le cose fatte sono state fatte bene, per il bene dell’umanità e per la gloria del Signore”.

Le sue energie si erano progressivamente affievolite con il passar del tempo. La tempra era tuttavia tenace. Ci eravamo abituato a vederlo puntualmente presente agli appuntamenti importanti della sua Chiesa, con la sua camminata lenta, la voce ormai flebile, ma con il volto sorridente, l’orecchio attento, il cuore aperto. Presenza discreta e fedele, profondamente rispettosa e insieme attenta, lucida sino alla fine e schietta nel suo comunicare, quando riteneva che una segnalazione fosse necessaria per il bene della Chiesa. Uomo di tradizione ma attento alla modernità, coltivava una forte sensibilità per il ruolo del laicato e nutriva il desiderio di vedere maggiormente valorizzato il contributo della donna nella vita della Chiesa. Non si era fermato nel suo cammino di discernimento. Era rimasto aperto all’azione sempre creativa dello Spirito dentro la nostra storia.

“Se uno vuole essere il primo sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti” – abbiamo sentito proclamare nella pagina del Vangelo di questa solenne liturgia. Il Signore rivolge questa raccomandazione ferma e accorata ai suoi discepoli, ancora troppo preoccupati dei primi posti. Un vescovo ausiliare è per definizione un vescovo che è di aiuto, che si affianca per servire a chi ha la responsabilità ultima nella guida di una Chiesa diocesana. Così ha vissuto la sua vocazione il vescovo Vigilio Mario, con umile autorevolezza e generosa costanza, a beneficio di quella Chiesa di cui era figlio e che ha amato con tutto se stesso. Il Signore gliene renda merito. Lo ricompensi come egli solo sa fare. E aiuti noi a raccogliere la preziosa eredità della sua testimonianza.

La pace domanda senso di responsabilità

Il testo dell’omelia che il vescovo Tremolada ha pronunciato nella chiesa della Pace, in occasione della Giornata mondiale di preghiera voluta da San Paolo VI

All’inizio del nuovo anno ritorna l’invito accorato del papa a pregare per la pace, quella pace che è parte viva della benedizione di Dio. “Dio li benedisse”, si legge nel Libro della Genesi là dove si parla dell’uomo e della donna. Il mondo nasce dunque benedetto da Dio, suo Creatore. Questa benedizione originaria viene confermata con Noè e con Abramo e assume la forma di una invocazione liturgica nel testo che abbiamo ascoltato come prima lettura di questa celebrazione. Aronne, fratello di Mosé, sacerdote di Israele, è invitato a benedire così i suoi fratelli: “Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace”. Ecco dunque la pace che viene dalla benedizione di Dio. È la pace annunciata dagli angeli la notte del Natale: pace per gli uomini che Dio ama; pace a cui ogni cuore umano anela; pace che viene invocata soprattutto laddove appare chiaramente compromessa o addirittura negata; pace che ognuno di noi è chiamato a realizzare e di cui si deve sentirsi costruttore.

La pace diviene infatti realtà laddove gli uomini e le donne si fanno operatori di pace, assecondando quella ispirazione al bene che Dio ha messo nell’intimo della loro coscienza. Non sarà impossibile diventare ciò che Dio si attende. Ricordiamo tutti bene che una delle beatitudini proclamate dal Signore Gesù nel discorso della Montagna suona così: “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio”.

La pace domanda senso di responsabilità, consapevolezza del dovere cui si è chiamati. La pace nel nostro mondo dipende dall’opera responsabile di tutti gli uomini e le donne che ne fanno parte.  Come si esprime dunque concretamente questa nostra responsabilità nei confronti della pace?

Anzitutto nel vincere l’indifferenza e l’assuefazione, nel riconoscere ciò che sta accadendo nel mondo, nel rendersi conto di quante persone vedono effettivamente compromessa la loro vita dalla mancanza della pace. Le immagini di distruzione e di devastazione, di bombardamenti e fughe di massa, di malnutrizione, di abbandono e di degrado che ci giungono attraverso i mezzi della comunicazione sociale non possono lasciarci indifferenti. Una violenza assurda e crudele, di cui spesso si fatica a comprendere le vere ragioni, causa nel mondo un mare di sofferenza. Il pianto delle madri, lo smarrimento dei bambini, il terrore degli uomini, i corpi martoriati e i territori devastati non possono non ferire le nostre coscienze. Sarebbe immorale consentire che tutto ciò diventi ruotine, farci scorrere addosso le notizie o semplicemente cambiare canale. Rimanere impassibili di fronte alla sofferenza del prossimo è già una forma di complicità, è un rinnegare il nostro senso di responsabilità nei confronti della pace.

In secondo luogo, la nostra responsabilità per la pace richiede l’onestà e l’impegno necessari per capire le ragioni di ciò che accade, non lasciandosi sviare da letture tendenziose. La coscienza retta non si accontenta del sentito dire, del pensiero generico, delle valutazioni istintive, dell’interpretazione che risulta più congeniale al proprio sentire emotivo. Sappiamo bene che spesso certe letture della realtà sono frutto di una manipolazione per nulla disinteressata. Occorre farsi un’idea chiara delle cose, impegnarsi a conoscere la verità. Quest’ultima, infatti, non può essere plasmata e riplasmata a piacere. Va invece cercata con senso di responsabilità. Ragioni a prima vista convincenti spesso non reggono alla prova di una riflessione pacata e approfondita. Gli stessi toni, oltre che le parole, possono veicolare quella violenza e aggressività che non rendono un buon servizio alla causa della pace.

Per costruire insieme la pace è poi indispensabile mettersi il più possibile nei panni dell’altro, guardare le cose anche dal suo punto di vista, provare a sentire quel che lui sta sentendo, immaginarsi di essere al suo posto. Quanto più il volto dell’altro da estraneo ci diviene familiare, tanto più il suo diritto a vivere con dignità e tranquillità ci apparirà evidente. Sorgerà allora spontanea una considerazione: “Potrei trovarmi io nella sua situazione. Che cosa proverei? Che cosa farei di diverso? Non desidererei forse le stesse cose?”. Laddove la pace non c’è, laddove parlano le armi, laddove regnano la violenza e la sopraffazione, laddove la corruzione sta divorando ogni speranza di futuro, che cosa si dovrebbe desiderare se non la possibilità di costruirsi una vita in condizioni migliori?

Infine, la responsabilità nei confronti della pace domanda l’impegno personale a vigilare sui nostri sentimenti, sulle nostre passioni interiori. Esige la conversione del cuore. Contrastare la collera e la gelosia, il risentimento che diventa rancore, il desiderio di vendetta quando si riceve un torto, la tendenza a sopraffare il più debole per guadagnare posizioni o ricchezza è dovere di ogni coscienza retta. L’aggressività che ognuno di noi porta dentro di sé, volente o nolente, e che spesso viene alimentata dalla paura, va governata dall’intelligenza e dalla volontà, va canalizzata dal dominio di sé. Questa è responsabilità di tutti e di ciascuno, da esercitare in costante dialogo con la grazia di Dio. Vi è poi la responsabilità di chi ha autorità all’interno della società, di chi è chiamato in ambito politico a difendere e promuovere la pace attraverso la costante ricerca della giustizia. Giustizia! Rispetto del diritto di tutti e non solo di alcuni; rispetto soprattutto dei più deboli. Compito arduo, che richiede sempre una grande sapienza e spesso anche molto coraggio. A questo compito della salvaguardia del diritto un altro si aggiunge da parte delle autorità politiche: quello di creare all’interno della società un clima di fiducia. C’è un gran bisogno di incrementare fiducia tra la gente e le istituzioni, ma anche tra le diverse generazioni che compongono la società, guardando al presente e al futuro e sentendosi tutti parte della grande famiglia umana.

In questa giornata della pace affidiamo dunque all’amore provvidente di Dio la comune responsabilità di costruire la pace. È il compito proprio di ciascuno di noi ed è in particolare l’impegno che si è assunto chiunque ha coraggiosamente deciso di rivestire incarichi politici e istituzionali. Per tutti vogliamo oggi domandare la grazia di essere veri operatori di pace, secondo la volontà di Dio in Cristo Gesù. Si darà così compimento alla promessa di benedizione risuonata sul mondo da parte del Creatore sin dal primo momento della sua esistenza.

La Beata Vergine Maria, di cui oggi celebriamo e veneriamo la divina Maternità, ci accompagni con la sua amorevole intercessione, e tenga viva in noi una operosa speranza di pace.

Guardiamo al futuro senza angoscia

L’omelia pronunciata dal vescovo Pierantonio Tremolada durante la Santa Messa e il Te Deum di ringraziamento nella Basilica delle Grazie

Con la celebrazione di questa solenne Eucaristia nel nostro amato Santuario della Madonna delle Grazie, salutiamo un anno che finisce e ci disponiamo ad accoglierne uno nuovo che comincia. Lo facciamo nella luce e nella gioia del Natale del Signore. Non è per noi pura coincidenza che la fine di un anno e l’inizio del nuovo facciano parte delle feste natalizie. Augurare “Buone Feste” significa per noi auspicare che tutti i giorni importanti di questo periodo che sta tra la fine e l’inizio siano pervasi della gioia del Natale. Chi crede nel Signore Gesù Cristo sa bene che lo scorrere del tempo avviene nell’eternità di Dio, perché questa eternità proprio nel Natale ci ha visitato e si è fatta orizzonte amorevole della nostra storia. In questi giorni il nostro sguardo è ancora fisso sul presepio. È uno sguardo simile a quello di cui ci ha parlato il brano del Vangelo di Luca che abbiamo ascoltato: sguardo di ammirata contemplazione, da parte di Maria e di Giuseppe; sguardo di sincera devozione da parte dei pastori, che sollecitamente giungono nel luogo loro indicato dall’annuncio dell’angelo.

Un particolare del racconto evangelico merita però in questo momento la nostra attenzione. Descrivendo l’atteggiamento della Vergine Maria, l’evangelista rimarca come allo sguardo pieno di stupore, reso più intenso dalle parole che i pastori riferiscono, si affianca la riflessione interiore: “Maria – si legge nel testo – custodiva tutte queste parole, meditandole nel suo cuore”. Soffermarsi con il cuore e la mente su quanto accade, per coglierne il senso profondo, è segno di grande sapienza ed è dovere di ogni retta coscienza. È questa la condizione per non lasciarsi travolgere inesorabilmente dal flusso del tempo e per riconoscere – nella prospettiva di chi crede – l’opera di Dio nella nostra storia, opera di grazia, provvidenza di bene che sempre si intreccia con le nostre libertà. La conclusione di un anno e l’avvio del nuovo è senza dubbio l’occasione per esercitare questo compito autenticamente umano. L’occasione per ringraziare il nostro Creatore e per rinnovare il nostro impegno ad affrontare le sfide che la storia ci pone davanti giorno dopo giorno.

Se guardiamo a questo anno che tramonta e volgiamo indietro lo sguardo, riconosciamo alcuni importanti eventi che lo hanno segnato, per i quali il nostro pensiero si eleva riconoscente a Dio e insieme si fa intensamente meditativo.

Come non ricordare anzitutto l’evento che ci ha coinvolto come Chiesa bresciana insieme alla Chiesa universale in un’esperienza di gioia profonda e commossa? Mi riferisco alla canonizzazione di Paolo VI, il nostro amato Giovanni Battista Montini. È stato un momento di rara intensità, per il quale ancora mi sento di ringraziare tutti coloro che hanno partecipato o comunque si sono sentiti direttamente coinvolti. Ritengo vada considerato questo un evento che segna la vita della nostra Chiesa diocesana in quest’epoca della sua storia. Si fa sempre più viva per me la convinzione che l’eredita spirituale di Paolo VI sia tanto immensa quanto preziosa e che a noi in particolare è affidato il compito di coltivare e promuovere la sua conoscenza e la devozione per lui, figlio di questa Chiesa divenuto figura profetica del nostro tempo.

L’anno che si chiude ha visto poi la celebrazione del Sinodo sui giovani. Abbiamo anche noi voluto metterci in ascolto delle nuove generazioni; mi sembra di poter dire, non senza frutto. Dopo la celebrazione del Sinodo, l’ascolto dei giovani lascia ora il posto ad un confronto con loro sulle indicazioni del Sinodo stesso e ad una ricerca condivisa della linee di azione pastorale in grado di rispondere ai loro desideri più profondi. Vorremmo renderli sempre più protagonisti nella costruzione del loro e nostro futuro. L’orizzonte è quello di una visione della vita che amiamo definire vocazionale. Noi crediamo, infatti, che in ogni momento ci raggiunge l’appello amorevole di Dio, voce amica che interpella la nostra libertà e la sospinge verso la santità. E non dovremo mai dimenticare che la fine di ogni anno ci ricorda – dolcemente ma inesorabilmente – il nostro limite. Nessuno vive per sempre su questa terra. Le generazioni si succedono l’una all’altra. Ognuna deve ricordare che è suo dovere preservare e promuovere il futuro di quelle che la seguiranno.

Si chiude un anno di intensa vita ecclesiale, un anno che per me, di fatto, è stato il primo. Sono consapevole che in un arco di tempo piuttosto breve sono state compiute scelte rilevanti, che hanno toccato il corpo vivo della Chiesa bresciana. Mi riferisco in particolare alla riorganizzazione della Curia diocesana e ai numerosi cambiamenti di destinazione richiesti al nostro presbiterio. Mi preme al riguardo condividere con tutti voi un duplice sentimento, che porto nel cuore: il primo è quello di una viva riconoscenza per la sincera e generosa disponibilità riscontrata nei nostri sacerdoti, di cui volentieri qui do testimonianza, e per l’accoglienza riservata dalle comunità parrocchiali ai loro nuovi pastori. Il secondo sentimento si fonde con la sincera convinzione di aver proceduto – per quanto riguarda queste decisioni – in risposta ad effettive esigenze pastorali, in piena continuità con l’azione dei vescovi miei predecessori, cui mi legano stima e affetto sinceri, e avendo a cuore lo stile e il metodo della sinodalità. A quanti hanno condiviso con me la responsabilità di queste scelte e stanno tuttora condividendo il compito del discernimento pastorale, in particolare ai vicari episcopali, va tutta la mia riconoscenza. Abbiamo cercato di coniugare sempre l’attenzione alle persone e il bene della diocesi. Laddove non vi siamo riusciti, per il nostro limite e mio in particolare, giunga la benevolenza di tutti ma anche la sana critica costruttiva.

Il 2018 è stato anche l’anno del rinnovo di cariche civili importanti: penso in particolare all’elezione recente del sindaco di Brescia e a quella ancora più recente del Presidente della Provincia bresciana; ma penso anche agli altri avvicendamenti amministrativi sul territorio. Colgo volentieri l’occasione per esprimere a tutti l’augurio di un servizio fecondo a beneficio dell’intera cittadinanza e per rinnovare, a nome dell’intera Chiesa bresciana, la sincera disponibilità ad operare per il bene comune. Il tempo delle contrapposizioni ideologiche potrebbe essere finito: sta a noi volerlo. Appare invece sempre più evidente la necessità di stabilire sapienti alleanze, per rispondere al dovere che tutte le istituzioni hanno di edificare una sana convivenza. Particolarmente urgente appare, al riguardo il compito educativo. Credo sia importante immaginare progettualità condivise e convergenti, nel rispetto delle singole competenze e nell’esercizio delle proprie responsabilità. È la nostra stessa coscienza a esigere che si rinunci al conflitto logorante e sterile e si approdi invece al confronto franco e costruttivo.

La speranza è la virtù di chi guarda al futuro senza angoscia e opera alacremente nel presente. È questa la virtù che vogliamo domandare al Signore nostro Dio all’inizio dell’anno nuovo. La sua Provvidenza, che mai viene meno, illumini le nostre menti, sostenga i nostri cuori, guidi i nostri passi.