La santità è vita trasfigurata

Parrocchie di Porzano – Leno – Milzanello

QUARESIMA 2019
ESERCIZI SPIRITUALI NELLA VITA CORRENTE

Questo è il bello del vivere: progredire nella santità

Venerdì15 marzo

Invocazione allo Spirito

(San Paolo VI, papa)

Spirito Santo, dammi un cuore grande
e aperto alla tua silenziosa e forte parola ispiratrice; chiuso a tutte le ambizioni meschine;
contrario a qualsiasi spregevole competizione umana, compenetrato dal senso della santa Chiesa.
Un cuore grande e desideroso
di farsi simile al Cuore del Signore Gesù.
Un cuore grande e forte per amare tutti,
servire tutti e soffrire per tutti.
Un cuore grande e forte per superare tutte le prove, tutto il tedio, tutta la stanchezza,
ogni disillusione e offesa.
Un cuore grande e forte,
costante fino al sacrificio,
quando sarà necessario.
Un cuore la cui felicità è palpitare
con il Cuore di Cristo,
e compiere umilmente,
fedelmente e virilmente
la volontà del Padre. Amen.

Il buon ladrone e il centurione romano

(Luca 23, 39-49)

39 Uno dei malfattori appesi lo insultava, dicendo: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!» 40 Ma l’altro lo rimproverava, dicendo: «Non hai nemmeno timor di Dio, tu che ti trovi nel medesimo supplizio? 41 Per noi è giusto, perché riceviamo la pena che ci meritiamo per le nostre azioni; ma questi non ha fatto nulla di male». 42 E diceva: «Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno!» 43 Ed egli gli disse: «Io ti dico in verità, oggi tu sarai con me in paradiso». 44 Era circa l’ora sesta, e si fecero tenebre su tutto il paese fino all’ora nona; 45 il sole si oscurò. La cortina del tempio si squarciò nel mezzo. 46 Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani rimetto lo spirito mio». Detto questo, spirò. 47 Il centurione, veduto ciò che era accaduto, glorificava Dio dicendo: «Veramente, quest’uomo era giusto». 48 E tutta la folla che assisteva a questo spettacolo, vedute le cose che erano accadute, se ne tornava battendosi il petto. 49 Ma tutti i suoi conoscenti e le donne che lo avevano accompagnato dalla Galilea stavano a guardare queste cose da lontano.

San Paolo VI, papa. (Giovanni Battista Montini)

Giovanni Battista Montini, nato a Concesio (Brescia), compì gli studi fino alla licenza ginnasiale presso il collegio “Arici” dei padri Gesuiti a Brescia, per lunghi periodi come alunno esterno, causa la salute delicata. Ottenne la licenza liceale come privatista presso il Liceo classico statale “Arnaldo da Brescia”. Avvertita la vocazione sacerdotale, entrò nel Seminario di Brescia, e seguì i corsi come esterno: fu ordinato sacerdote nella cattedrale bresciana il 29 maggio 1920. Indirizzato alla carriera diplomatica, ebbe numerosi incarichi di rilievo nella Curia Romana e fu assistente ecclesiastico degli universitari cattolici italiani. Diventato arcivescovo di Milano, compì il suo ingresso solenne il 6 gennaio 1955, impegnandosi ad ascoltare la società che cambiava e indicandole Dio come unico riferimento. Fu creato cardinale dal Papa san Giovanni XXIII il 15 dicembre 1958. Eletto Papa col nome di Paolo VI il 21 giugno 1963, dichiarò immediatamente di voler portare avanti il Concilio Ecumenico Vaticano II. Alla sua conclusione, cominciò quindi a metterne in opera le deliberazioni con grande coraggio, in mezzo a ostacoli di ogni segno. In particolare pubblicò il rinnovato Messale Romano. Fu importante e profonda la sua azione ecumenica, con proficui scambi e incontri con la Chiesa anglicana e la Chiesa ortodossa. Scrisse sette encicliche e compì nove viaggi apostolici fuori dall’Italia. L’ultimo periodo della sua vita fu segnato dalla contestazione ecclesiale, cui reagì con fortezza e carità, e dall’uccisione del suo amico, l’onorevole Aldo Moro. Morì nella residenza pontificia di Castel Gandolfo il 6 agosto 1978. È stato beatificato da papa Francesco il 19 ottobre 2014. Lo stesso Pontefice lo ha canonizzato il 14 ottobre 2018. Col Decreto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti del 25 gennaio 2019, la memoria liturgica di papa Montini è stata inserita nel calendario Romano Generale al 29 maggio, giorno della sua ordinazione sacerdotale. I suoi resti mortali sono venerati nelle Grotte Vaticane sotto la Basilica di San Pietro a Roma.

SALMO 138. Inno di ringraziamento

Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore: hai ascoltato le parole della mia bocca.
A te voglio cantare davanti agli angeli,
mi prostro verso il tuo tempio santo.
Rendo grazie al tuo nome
per la tua fedeltà e la tua misericordia:
hai reso la tua promessa più grande di ogni fama. Nel giorno in cui t’ho invocato, mi hai risposto, hai accresciuto in me la forza.
Ti loderanno, Signore, tutti i re della terra quando udranno le parole della tua bocca. Canteranno le vie del Signore,
perché grande è la gloria del Signore; eccelso è il Signore e guarda verso l’umile ma al superbo volge lo sguardo da lontano.
Se cammino in mezzo alla sventura
tu mi ridoni vita;
contro l’ira dei miei nemici stendi la mano e la tua destra mi salva.
Il Signore completerà per me l’opera sua. Signore, la tua bontà dura per sempre: non abbandonare l’opera delle tue mani.

La santità è un tesoro cercato e trovato

Parrocchie di Porzano – Leno – Milzanello

QUARESIMA 2019
ESERCIZI SPIRITUALI NELLA VITA CORRENTE

Questo è il bello del vivere: progredire nella santità

Giovedì 14 marzo

Invocazione allo Spirito

(San Paolo VI, papa)

Fa’, o Signore,
che il tuo Spirito informi
e trasformi la nostra vita,
e ci dia il gaudio della fratellanza sincera, la virtù del generoso servizio,
l’ansia dell’apostolato.
Fa’, o Signore,
che sempre più ardente e operoso
diventi il nostro amore
verso tutti i fratelli in Cristo
per collaborare sempre più intensamente con loro nell’edificazione del Regno di Dio.
Fa’ ancora, o Signore,
che sappiamo meglio unire i nostri sforzi con tutti gli uomini di buona volontà, per realizzare pienamente
il bene dell’umanità nella verità,
nella libertà, nella giustizia e nell’amore.
Per te noi così ti preghiamo, o Cristo, che col Padre e con lo Spirito Santo vivi e regni, Dio, nei secoli eterni. Amen.

Maria di Magdala

(Giovanni 20, 11-18)

11 Maria, invece, se ne stava fuori vicino al sepolcro a piangere. Mentre piangeva, si chinò a guardare dentro il sepolcro, 12 ed ecco, vide due angeli, vestiti di bianco, seduti uno a capo e l’altro ai piedi, lì dov’era stato il corpo di Gesù. 13 Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?» Ella rispose loro: «Perché hanno tolto il mio Signore e non so dove l’abbiano deposto». 14 Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. 15 Gesù le disse: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?» Ella, pensando che fosse l’ortolano, gli disse: «Signore, se tu l’hai portato via, dimmi dove l’hai deposto, e io lo prenderò». 16 Gesù le disse: «Maria!» Ella, voltatasi, gli disse in ebraico: «Rabbunì!» che vuol dire: «Maestro!» 17 Gesù le disse: «Non trattenermi, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli, e di’ loro: “Io salgo al Padre mio e Padre vostro, al Dio mio e Dio vostro”». 18 Maria Maddalena andò ad annunciare ai discepoli che aveva visto il Signore, e che egli le aveva detto queste cose.

Venerabile Benedetta Bianchi Porro

Benedetta Bianchi Porro nasce a Dovadola, in provincia di Forlì e diocesi di Forlì-Bertinoro, l’8 agosto 1936. A tre mesi si ammala di poliomielite: guarisce, ma rimane con una gamba più corta dell’altra. A dispetto delle condizioni di salute, s’iscrive alla facoltà di Fisica dell’Università degli Studi di Milano, ma dopo un mese passa a quella di Medicina. Proprio questi suoi studi le permettono, nel 1957, di riconoscere da sola la natura della malattia che l’aveva intanto resa cieca e progressivamente sorda: neurofibromatosi diffusa o morbo di Recklinghausen. La vicinanza degli amici le permette di uscire a poco a poco dal dolore. Due volte pellegrina a Lourdes, scopre in quel luogo quale sia la propria autentica vocazione: lottare e vivere in maniera serena la malattia. Attorno a lei si radunano amici e sconosciuti, mentre con le sue lettere raggiunge molti cuori. Muore nella sua casa di Sirmione alle 10.40 del 23 gennaio 1964, a ventisette anni, con un «Grazie» come ultima parola. Dal 22 marzo 1969 le sue spoglie mortali riposano nella chiesa della badia di Sant’Andrea a Dovadola. È stata dichiarata Venerabile il 23 dicembre 1993. Il 7 novembre 2018 papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto relativo a un miracolo ottenuto per intercessione di Benedetta, la cui beatificazione è stata fissata a sabato 14 settembre 2019, nella cattedrale di Forlì.

SALMO 135. Inno di lode.

Lodate il nome del Signore, lodatelo, servi del Signore,
voi che state nella casa del Signore, negli atri della casa del nostro Dio.
Lodate il Signore: il Signore è buono; cantate inni al suo nome, perché è amabile. Il Signore si è scelto Giacobbe,
Israele come suo possesso.
Io so che grande è il Signore,
il nostro Dio sopra tutti gli dei. Tutto ciò che vuole il Signore,
egli lo compie in cielo e sulla terra, nei mari e in tutti gli abissi.
Fa salire le nubi dall’estremità della terra, produce le folgori per la pioggia,
dalle sue riserve libera i venti.
Signore, il tuo nome è per sempre;
Signore, il tuo ricordo per ogni generazione. ; benedici il Signore, casa di Aronne;
Benedici il Signore, casa di Levi;
voi che temete il Signore, benedite il Signore. Da Sion sia benedetto il Signore.
che abita a Gerusalemme.

La santità è un campo fecondato

Parrocchie di Porzano – Leno – Milzanello

QUARESIMA 2019
ESERCIZI SPIRITUALI NELLA VITA CORRENTE

Questo è il bello del vivere: progredire nella santità

Mercoledì 13 marzo

Invocazione allo Spirito

(San Paolo VI, papa)

Vieni, Spirito Santo.
Tu sei il Vivificatore,
il Consolatore,
il Fuoco dell’anima,
la viva sorgente interiore.
Tu sei l’Amore, nel significato divino di questa parola.
Noi abbiamo di te assoluto bisogno.
Tu sei la Vita della nostra vita.
Tu sei il Santificatore
che abbiamo ricevuto tante volte nei sacramenti. Tu sei il tocco di Dio
che ha impresso nelle nostre anime il carattere cristiano. Tu sei la dolcezza e insieme
la fortezza della vera vita cristiana.
Tu sei il dolce ospite della nostra anima.
Tu sei l’Amico per il quale vogliamo avere attenzione interiore,
silenzio reverenziale,
ascoltazione docile,
devozione affettuosa,
amore forte.
Vieni, o Spirito Santo, rinnova la faccia della terra.

L’apostolo Paolo e il suo discorso ai Giudei

(Atti 22, 1-21)

1 «Fratelli e padri, ascoltate ciò che ora vi dico a mia difesa». 2 Quand’ebbero udito che egli parlava loro in lingua ebraica, fecero ancor più silenzio. Poi disse: 3 «Io sono un Giudeo, nato a Tarso di Cilicia, ma allevato in questa città, educato ai piedi di Gamaliele nella rigida osservanza della legge dei padri; sono stato zelante per la causa di Dio, come voi tutti siete oggi; 4 perseguitai a morte questa Via, legando e mettendo in prigione uomini e donne, 5 come me ne sono testimoni il sommo sacerdote e tutto il collegio degli anziani; avute da loro delle lettere per i fratelli, mi recavo a Damasco per condurre legati a Gerusalemme anche quelli che erano là, perché fossero puniti.
6 Mentre ero per strada e mi avvicinavo a Damasco, verso mezzogiorno, improvvisamente dal cielo mi sfolgorò intorno una gran luce. 7 Caddi a terra e udii una voce che mi disse: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?” 8 Io risposi: “Chi sei, Signore?” Ed egli mi disse: “Io sono Gesù il Nazareno, che tu perseguiti”. 9 Coloro che erano con me videro sì la luce, ma non intesero la voce di colui che mi parlava. 10 Allora dissi: “Signore, che devo fare?” E il Signore mi disse: “Àlzati, va’ a Damasco, e là ti saranno dette tutte le cose che ti è ordinato di fare”. 11 E siccome non ci vedevo più a causa del fulgore di quella luce, fui condotto per mano da quelli che erano con me; e, così, giunsi a Damasco.
12 Un certo Anania, uomo pio secondo la legge, al quale tutti i Giudei che abitavano là rendevano buona testimonianza, 13 venne da me, e, accostatosi, mi disse: “Fratello Saulo, ricupera la vista”. E in quell’istante riebbi la vista e lo guardai. 14 Egli soggiunse: “Il Dio dei nostri padri ti ha destinato a conoscere la sua volontà, a vedere il Giusto e ad ascoltare una parola dalla sua bocca. 15 Perché tu gli sarai testimone davanti a tutti gli uomini delle cose che hai viste e udite. 16 E ora, perché indugi? Àlzati, sii battezzato e lavato dei tuoi peccati, invocando il suo nome”.
17 Dopo il mio ritorno a Gerusalemme, mentre pregavo nel tempio fui rapito in estasi, 18 e vidi Gesù che mi diceva: “Affrèttati, esci presto da Gerusalemme, perché essi non riceveranno la tua testimonianza su di me”. 19 E io dissi: “Signore, essi sanno che io incarceravo e flagellavo nelle sinagoghe quelli che credevano in te; 20 quando si versava il sangue di Stefano, tuo testimone, anch’io ero presente e approvavo, e custodivo i vestiti di coloro che lo uccidevano”. 21 Ma egli mi disse: “Va’ perché io ti manderò lontano, tra i popoli”».

Israel Anton Zoller – Eugenio Pio Zolli (convertito)

Si chiamava Israel e con un nome così poteva essere soltanto ebreo. Anzi era nato da una famiglia rabbinica dove si pensava a fare di lui un rabbino. Ma il ragazzino intelligente e sveglio, nato a Brodj, in Galizia, un giorno, in casa di un compagno di scuola cattolico, vide il Crocifisso appeso alla parete e domandò: «Chi è quello?». Gli fu risposto: «È Gesù, il Cristo, il Figlio di Dio morto per noi!».
Israel Zolli – questo il suo nome e cognome – non lo dimenticò più e prese ad assillarlo la domanda più impellente: «Perché gli ebrei lo crocifissero? Era forse un criminale? E se fosse stato il vero Messia?». Iniziò a leggere con vivo interesse il Vangelo datogli da amici cattolici, rimanendone assai toccato dentro. Quando più tardi, leggendo il libro di Isaia, si incontrò con la figura del “Servo sofferente di Jahvè”, descritto come l’Uomo più innocente, eppure percosso e umiliato, tormentato fino alla morte a causa dei peccati altrui, Israel si interrogò: “Il Crocifisso in cui credono i cristiani non è forse questo Servo di Jahvè?”. Era l’inizio di un lungo cammino, al cui termine il divino Crocifisso avrebbe vinto nella sua anima aperta alla luce.

SALMO 146. Inno al Dio che soccorre

Loda il Signore, anima mia:
loderò il Signore per tutta la mia vita,
finché vivo canterò inni al mio Dio.
Non confidate nei potenti,
in un uomo che non può salvare.
Esala lo spirito e ritorna alla terra;
in quel giorno svaniscono tutti i suoi disegni. Beato chi ha per aiuto il Dio di Giacobbe,
chi spera nel Signore suo Dio,
creatore del cielo e della terra,
del mare e di quanto contiene.
Egli è fedele per sempre,
rende giustizia agli oppressi,
dà il pane agli affamati.
Il Signore libera i prigionieri,
il Signore ridona la vista ai ciechi,
il Signore rialza chi è caduto,
il Signore ama i giusti,
il Signore protegge lo straniero,
egli sostiene l’orfano e la vedova,
ma sconvolge le vie degli empi.
Il Signore regna per sempre,
il tuo Dio, o Sion, per ogni generazione.

La santità è un seme gettato

Parrocchie di Porzano – Leno – Milzanello

QUARESIMA 2019
ESERCIZI SPIRITUALI NELLA VITA CORRENTE

Questo è il bello del vivere: progredire nella santità

Martedì 12 marzo

Invocazione allo Spirito

(San Paolo VI, papa)

Vieni, o Spirito Santo,
e dà a noi un cuore nuovo, che ravvivi in noi tutti
i doni da te ricevuti
con la gioia di essere Cristiani, un cuore nuovo
sempre giovane e lieto.

Vieni, o Spirito Santo,
e dà a noi un cuore puro, allenato ad amare Dio, un cuore puro,
che non conosca il male
se non per definirlo,
per combatterlo e per fuggirlo; un cuore puro,
come quello di un fanciullo, capace di entusiasmarsi
e di trepidare.

Vieni, o Spirito Santo,
e dà a noi un cuore grande,
aperto alla tua silenziosa
e potente parola ispiratrice,
e chiuso ad ogni meschina ambizione,
un cuore grande e forte ad amare tutti, a tutti servire, con tutti soffrire;
un cuore grande, forte,
solo beato di palpitare col cuore di Dio.

Il diacono Filippo e il ministro della regina Candace

(Atti 8,26-40)

26 Un angelo del Signore parlò a Filippo così: «Àlzati e va’ verso mezzogiorno, sulla via che da Gerusalemme scende a Gaza. Essa è una strada deserta». 27 Egli si alzò e partì. Ed ecco un etiope, eunuco e ministro di Candace, regina di Etiopia, sovrintendente a tutti i tesori di lei, era venuto a Gerusalemme per adorare, 28 e ora stava tornandosene, seduto sul suo carro, leggendo il profeta Isaia. 29 Lo Spirito disse a Filippo: «Avvicìnati e raggiungi quel carro». 30 Filippo accorse, udì che quell’uomo leggeva il profeta Isaia, e gli disse: «Capisci quello che stai leggendo?» 31 Quegli rispose: «E come potrei, se nessuno mi guida?» E invitò Filippo a salire e a sedersi accanto a lui. 32 Or il passo della Scrittura che egli leggeva era questo: «Egli è stato condotto al macello come una pecora; e come un agnello che è muto davanti a colui che lo tosa, così egli non ha aperto la bocca. 33 Nella sua umiliazione egli fu sottratto al giudizio. Chi potrà descrivere la sua generazione?
Poiché la sua vita è stata tolta dalla terra».
34 L’eunuco, rivolto a Filippo, gli disse: «Di chi, ti prego, dice questo il profeta? Di se stesso, oppure di un altro?» 35 Allora Filippo prese a parlare e, cominciando da questo passo della Scrittura, gli comunicò il lieto messaggio di Gesù.
36 Strada facendo, giunsero a un luogo dove c’era dell’acqua. E l’eunuco disse: «Ecco dell’acqua; che cosa impedisce che io sia battezzato?» 37 [Filippo disse: «Se tu credi con tutto il cuore, è possibile». L’eunuco rispose: «Io credo che Gesù Cristo è il Figlio di Dio».] 38 Fece fermare il carro, e discesero tutti e due nell’acqua, Filippo e l’eunuco; e Filippo lo battezzò. 39 Quando uscirono dall’acqua, lo Spirito del Signore rapì Filippo; e l’eunuco, continuando il suo viaggio tutto allegro, non lo vide più. 40 Poi Filippo si ritrovò in Azot; e, proseguendo, evangelizzò tutte le città, finché giunse a Cesarea.

Beati 19 martiri dell’Algeria

Diciannove religiosi, quasi tutti di origini straniere, sono stati uccisi in Algeria negli anni dal 1994 al 1996, quando i gruppi islamisti armati erano al potere. Pur comprendendo i rischi a cui andavano incontro, scelsero di restare nel Paese, per offrire speranza al popolo algerino e per essere un segno di presenza cristiana, in dialogo con il mondo islamico. A capo del gruppo è stato posto monsignor Pierre-Lucien Claverie, vescovo di Orano e religioso domenicano, ma comprende anche sette monaci trappisti, quattro Padri Bianchi, due suore Agostiniane Missionarie, due Suore Missionarie di Nostra Signora degli Apostoli, una Piccola Suora del Sacro Cuore, una Piccola Suora dell’Assunzione e un religioso marista. Sono stati beatificati l’8 dicembre 2018 a Orano, nella basilica di Nostra Signora di Santa Cruz, sotto il pontificato di papa Francesco. La loro memoria liturgica cade l’8 maggio, giorno della nascita al Cielo dei primi due che vennero uccisi, fratel Henri Vergès e suor Paul-Hélène Saint-Raymond.

SALMO 145. Lode al Signore re

O Dio, mio re, voglio esaltarti e benedire il tuo nome
in eterno e per sempre.
Ti voglio benedire ogni giorno, lodare il tuo nome
in eterno e per sempre.
Grande è il Signore e degno di ogni lode,
la sua grandezza non si può misurare.
Una generazione narra all’altra le tue opere, annunzia le tue meraviglie.
Proclamano lo splendore della tua gloria
e raccontano i tuoi prodigi.
Dicono la stupenda tua potenza
e parlano della tua grandezza.
Diffondono il ricordo della tua bontà immensa, acclamano la tua giustizia.
Paziente e misericordioso è il Signore,
lento all’ira e ricco di grazia.
Buono è il Signore verso tutti,
la sua tenerezza si espande su tutte le creature. Ti lodino, Signore, tutte le tue opere
e ti benedicano i tuoi fedeli.
Dicano la gloria del tuo regno
e parlino della tua potenza,
per manifestare agli uomini i tuoi prodigi
e la splendida gloria del tuo regno.
Il tuo regno è regno di tutti i secoli,
il tuo dominio si estende ad ogni generazione. Canti la mia bocca la lode del Signore
e ogni vivente benedica il suo nome santo,
in eterno e sempre.

Ritratti di Santi

Con la Quaresima riparte, in città e in provincia, il percorso dei “Ritratti di Santi” promosso dal Movimento ecclesiale carmelitano

Con l’arrivo della Quaresima riparte anche il percorso quaresimale dei “Ritratti di Santi” di padre Antonio Sicari, teologo carmelitano della Comunità di San Pietro a Brescia. Come dice il papa Emerito Benedetto XVI “la vera apologia della fede cristiana, la dimostrazione più convincente della sua verità, contro ogni negazione, sono da un lato i Santi, dall’altro la bellezza che la fede ha generato. Affinché oggi la fede possa crescere dobbiamo condurre noi stessi e gli uomini in cui ci imbattiamo a incontrare i Santi, a entrare in contatto con il bello”. L’itinerario dei “Ritratti di Santi” nacque a Brescia nel 1986 proprio da un’idea di padre Sicari e si diffuse poi in moltissime altre località d’Italia e d’Europa, grazie anche al sostegno del Movimento Ecclesiale Carmelitano. Quest’anno i “Ritratti” riguardano figure di santità particolarmente vicine a noi, essendosi sviluppate per la quasi totalità nel secolo scorso.

Il calendario. Il calendario di Brescia, che si svolgerà per i primi quattro Martedì di Quaresima presso la chiesa di San Pietro in Castello, con inizio alle 20.30, è il seguente: 12 marzo – Serva di Dio Chiara Lubich (1920-2008): “Il carisma e il calore dell’unità”; 19 marzo – Servo di Dio Don Oreste Benzi (1925-2007): “Una paternità senza confini”; 26 marzo – Servo di Dio Giancarlo Rastelli (1933-1970): “La prima carità di un medico verso il malato è la scienza”; 2 aprile – Beato Mario Borzaga (1932-1960): “La felicità nel martirio”. L’ultimo incontro, a “reti unificate” con i “Ritratti” di Adro e Paderno Franciacorta, si svolgerà martedì 9 aprile alle 20.30 presso il Santuario delle Grazie in città e avrà come protagonista Sant’Arcangelo Tadini (1846-1912), “Un prete nella casa di Nazareth”, nel X anniversario della sua canonizzazione. Gli altri ritratti bresciani si svolgeranno: ad Adro (Santuario Madonna della neve) Giovedì 14-21-28 marzo e 4 aprile, a Paderno Franciacorta (chiesa parrocchiale di San Lorenzo) mercoledì 13-20-27 marzo e 3 aprile e a Roè Volciano (chiesa di San Pietro in Vincoli) tutti e cinque i mercoledì di Quaresima: 13-20-27 marzo e 3-10 aprile con inizio sempre alle 20.30.

A supportare le celebrazioni il Coro San Luca diretto da Rosa Tomasini a Brescia e la Corale Madonna della Neve diretta da Maria Spatola ad Adro.

La solidarietà. Le offerte raccolte in tutta Italia con l’iniziativa dei “Ritratti di Santi” serviranno ad aiutare la missione nata in Ecuador grazie alla collaborazione con mons. Anìbal Nieto, carmelitano e vescovo di Yaguachi. Una coppia del Movimento ecclesiale carmelitano ha deciso di partire e di andare ad aiutare Mons. Nieto nella pastorale familiare, offrendo una catechesi che abbia una cura e un’attenzione particolare verso la famiglia, che sta vivendo anche in Ecuador una profonda crisi. Mons. Anìbal Nieto presenta questa coppia come “missionari per la famiglia”, suscitando notevole interesse nella popolazione. Per informazioni: www.mec-carmel.org.

Questo è il bello del vivere: progredire nella santità

Parrocchie di Porzano – Leno – Milzanello

Quaresima 2019

Esercizi spirituali nella vita corrente

Martedì 12 marzo

“La santità è un seme gettato”
Predicatore: mons. Giacomo Canobbio.

Mercoledì 13 marzo

“La santità è un campo fecondato”
Predicatore: don Sergio Passeri.

Giovedì 14 marzo

“La santità è un tesoro cercato e trovato”
Predicatore: mons. Giacomo Canobbio.

Venerdì 15 marzo

“La santità è vita trasfigurata”
Predicatore: Don Benedetto Toglia.

Gli incontri si svolgono presso la Parrocchia di Milzanello.

Ore 20.00 accoglienza presso il bar dell’Oratorio;
ore 20.30 annuncio della Parola e meditazione;
ore 21.30 silenzio con possibilità di tre ambienti (chiesa con esposizione del Ss. Sacramento; Sala con il Crocifisso; sala con il libro della Parola);
ore 21.45 condivisione a gruppi;
ore 22.15 preghiera conclusiva in Chiesa.

Il diritto ad essere informati

I media tra disintermediazione e la sfida per una comunicazione a servizio della verità.
Intervento del Vescovo Pierantonio Tremolada nell’incontro con i giornalisti presso il Centro Pastorale Paolo VI, 23 gennaio 2018

Vedo tre caratteristiche attuali dell’informazione:

  • velocità di comunicazione e inondazione di notizie;
  • “disintermediazione”: tendenza cioè a escludere la mediazione, ricercando l’accesso diretto alle fonti e il filo diretto con i destinatari;
  • carenza di controllo sulle informazioni e incognita sulla veridicità delle fonti.

Tutto viene percepito come una sorta di rumore (non di suono), difficile da decifrare e che facilmente lascia spazio alle cosiddette fake news, cioè a notizie prive di fondamento. Il rischio è questo: che manchi la profondità e quindi la rilevanza dell’informazione in ordine alla vita. In questo modo, difficilmente l’informazione produce un incremento “culturale”, cioè un sapere che deriva da ciò che accade e consente di vivere sempre meglio.
Un paradosso del momento attuale:

Abbiamo a disposizione una enorme quantità di informazioni, almeno in teoria, ma abbiamo una minore capacità di comprendere cosa sta accadendo e cosa sta per accadere… La quantità di informazione non va di pari passo con la quantità di conoscenza, anzi sta diventando inversamente proporzionale.

(Z. Baumann)

L’informazione dovrebbe sempre portare con sé la comprensione di quanto succede e questo suppone che chi trasmette notizie si impegni onestamente a offrire anche un’interpretazione dei fatti. Il compito di chi fa giornalismo è questo: aiutare a capire ciò che accade, valutandolo e raccontandolo. È ciò che fa lo storico sul lungo termine. Il giornalista lo fa nel breve termine, dentro il flusso del processo, mentre cioè la storia è ancora in corso, mentre si sta nel cantiere. Tuttavia di interpretazione si tratta. La stessa cronaca porta in sé, nel modo stesso di riferire la notizia, cioè nella pur ridotta dimensione del narrare che è propria della cronaca, l’interpretazione di ciò che è accaduto. Di questo è giusto essere pienamente consapevoli. È ciò che avviene in modo evidente negli editoriali sui grandi eventi o sui macro fenomeni in corso; in modo forse meno immediato ed esplicito, tuttavia lo stesso avviene anche negli articoli di cronaca sulle vicende della città e dei paesi.

La distinzione tipica del giornalismo tra opinionisti e cronisti è legittima e del tutto comprensibile, tuttavia, sia gli uni che gli altri – appunto in quanto giornalisti – sono chiamati a fornire, pur in modo differente, una lettura dei fatti. Ognuno che scrive mette in gioco la sua personale interpretazione degli avvenimenti e se ne rende perciò pubblicamente responsabile, offrendo ai destinatari della sua comunicazione la propria visione delle cose e introducendola nel circolo del vissuto sociale con inevitabili effetti positivi o negativi.

Si tratta di un’interpretazione che riguarda il quotidiano ma che non è affatto banale. Essa richiede una dote piuttosto rara, cioè la capacità di valutare quanto sta accadendo giorno per giorno in modo non superficiale, fornendo chiavi di letture non di parte, sulla base di una propria visione della vita che si presume consapevole, riflessa, coscienziosa, onesta, profonda. In una parola, si tratta di offrire una lettura sapienziale del quotidiano, che contribuisca a coglierne positivamente il senso, nella sua inevitabile dialettica e complessità, a sostegno di una socialità armonica e vitale. Una lettura che cresce di spessore con tempo e con l’esperienza stessa.

Se è vero che oggi, a mediare tra le notizie e lettori sono sempre meno i giornalisti (poiché si cerca il filo diretto tra fonti e destinatari dell’informazione = “disintermediazione”), resta vero – a mio giudizio – che il ruolo del giornalista non cambia. Pur dentro uno scenario che di fatto tende ad annullare le mediazioni, credo che per il fruitore di informazioni rimanga intatto il bisogno di avere qualcuno di cui potersi fidare, che di fronte all’inondazione e alla velocità delle notizie aiuti a non sentirsi smarrito. La stessa selezione delle notizie diventa importante; poi viene l’interpretazione presentata in modo da favorire la comprensione dei fatti, interpretazione che è fondata sull’onestà e la serietà di chi svolge il suo compito di informatore con coscienza, sensibilità e professionalità. Questo, credo, ci si debba aspettare da un giornalista.

L’esigenza è quella di essere veramente informati e istruiti su ciò che sta accadendo, a fronte di un’alluvione di notizie che rischia di non lasciare traccia.

L’accesso immediato alle fonti e il contatto diretto con i destinatario dell’informazione produce l’effetto tzunami: tutto viene semplicemente presentato o meglio riversato sul soggetto, senza un minimo di ordine, senza impegnarsi a distinguere secondo criteri di rilevanza e di valore, come si trattasse di prodotti esposti alla rinfusa su enormi tavoli all’attenzione di chi fosse interessato.

Così, schematicamente, credo si possa dire che da un giornalista di ci attende un contributo che ha quattro caratteristiche sostanziali:

  • una selezione intelligente delle notizie
  • una comunicazione onesta dei fatti
  • un’interpretazione profonda degli stessi
  • un’intenzione costruttiva nel modo di presentarli.

Assistiamo al crescente primato dell’informazione personalizzata. Questa potrebbe essere una chiave di lettura per comprendere il presente e il futuro del giornalismo. Si potrebbe intendere l’informazione personalizzata anzitutto nel senso di una informazione affidabile di cui ciascuno personalmente avverte l’esigenza. Che si scelga Facebook o la carta stampata, You Tube o il giornale radio, sarà sempre apprezzato e quindi convincente lo stile proprio del vero giornalismo, con le sue due principali caratteristiche del selezionare con intelligenza e dell’interpretare con profondità e in modo costruttivo. La qualità dei contenuti sarà sempre decisiva, anche per il momento attuale. Essa dipenderà dal coraggio e dalla serietà nel vagliare e offrire ciò che è di reale utilità al destinatario della comunicazione, senza escludere anche eventi in sé negativi ma certo privilegiando quelli positivi; dall’arte di raccontare in modo sapiente quanto accade e di condividere con lucidità ed eleganza il proprio pensiero; dall’onestà nel riferire con chiarezza e per il bene comune tutto ciò, e soltanto ciò, che in coscienza è ritenuto vero; dalla capacità di farlo con quella giusta dose di umorismo e di creatività che permettono a chi ascolta di sentirsi arricchito e insieme allietato.

Mentre vi ringrazio per il compito che svolgete, vi auguro di proseguirlo rendendolo sempre più conforme alla preziosa finalità che possiede e volentieri invoco su di voi la benedizione del Signore.

Il nostro pane quotidiano

Tremolada: “Il tema di questa nostra riflessione mi appare insieme suggestivo e impegnativo. Il titolo suona così: ‘Nostro pane quotidiano’. Si coglie qui l’eco della richiesta che troviamo nella preghiera per eccellenza della tradizione cristiana, cioè il Padre nostro: ‘Dacci oggi il nostro pane quotidiano'”. Di seguito il testo integrale della Lectio magistralis tenuta a palazzo Loggia

Il tema di questa nostra riflessione mi appare insieme suggestivo e impegnativo. Il titolo suona così: “Nostro pane quotidiano”. Si coglie qui l’eco della richiesta che troviamo nella preghiera per eccellenza della tradizione cristiana, cioè il Padre nostro: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”. L’intenzione è però quella di concentrare l’attenzione sul pane stesso, da intendere come ciò che è essenziale per il nutrimento dell’umanità.

Ciò che rende immediatamente suggestivo e insieme impegnativo il tema è proprio la domanda che sorge quando si viene a definire il pane in questo modo. Che cos’è precisamente questo pane che nutre la vita umana e le permette di sostenersi e di svilupparsi? Come dobbiamo intenderlo?

Tutte le culture riconoscono al pane un enorme valore, lo considerano sinonimo del cibo indispensabile alla sussistenza degli uomini ma insieme – e questo avviene particolarmente nei poeti – ne fanno anche il simbolo di quel nutrimento che risulta necessario all’uomo a partire dalla molteplice composizione della sua soggettiva, poiché l’uomo non è solo corpo, ma è anche intelligenza, sentimento, volontà, libertà, memoria, immaginazione, slancio verso l’infinito.

In questo senso si dovrà affermare che, da un lato, il pane è indispensabile all’uomo ma, dall’altro, l’uomo non vive solo di pane, che cioè il nutrimento dell’uomo non può essere ricondotto al cibo e che quindi il pane, inteso come nutrimento dell’uomo, verrà necessariamente ad assumere un significato che oltrepassa i confini della fisiologia e della biologia, per raggiungere quelli della cultura e della spiritualità.

Di queste duplice dimensione del pane vorrei cercare di trattare in questa mia relazione, cercando di mostrare la rilevanza di entrambi gli aspetti e la loro reciproca connessione: pane come cibo per tutti gli uomini e pane come nutrimento per tutto l’uomo. Si tratta di una connessione a mio giudizio rilevante: se ne dovrà tenere conto nel momento in cui si volesse determinare con serietà e con sufficiente precisione il compito affidato a tutti noi e in particolare ai responsabili della cosa pubblica di non lasciar mancare all’umanità di oggi il pane di cui ha bisogno.

Articolerò la mia riflessione intorno a quattro punti, che ricavo dal titolo che mi è stato affidato: di questi punti due sono esplicitamente presenti nello titolo stesso e due vanno considerati – a mio parere – impliciti. Si tratta in realtà di quattro caratteristiche del pane di cui stiamo parlando: la prima è che questo pane è “quotidiano”, la seconda è che questo pane è “nostro”: sono le due caratteristiche esplicite nel titolo; la terza caratteristica è che questo pane è “ricevuto in dono”, la quarta è che “non coincide con il cibo”: queste ultime sono a mio giudizio caratteristiche non esplicite ma implicite nel titolo.

L’esperienza della manna

Partirei da un episodio che ci viene raccontato nella Bibbia, che vede protagonista i figli di Israele e che viene comunemente ricordato come l’episodio del “dono della manna nel deserto”. Se ne parla nel Libro dell’Esodo ma anche nel Libro dei Numeri e nel Libro del Deuteronomio: la vicenda viene dunque richiamata più volte e questo dimostra la sua importanza per l’intera tradizione biblica.

Provo a raccontare con parole mie quanto il testo bilico riferisce a più riprese e con differenti sottolineature. Mi preme attirare l’attenzione su alcuni aspetti che riterrei rilevanti e che vorrei riprendere successivamente.

Il piccolo clan di un pastore nomade dell’antica regione mesopotamica – siamo orientativamente nel periodo del XVIII secolo a. C., – si vede costretto a trasferirsi in Egitto in circostanze insieme drammatiche e provvidenziali. Il nome di questo nomade è Giacobbe, nome che – come racconta la Bibbia – verrà poi mutato dal Signore Dio in “Israele”. I figli di Israele giungono in Egitto, territorio dove domina come sovrano assoluto il faraone, in numero di circa settanta persone.

La loro permanenza si prolunga nel tempo. Nel corso degli anni il loro numero cresce in modo impressionante, per una singolare benedizione di Dio. Si giunge così ad una decisione tanto assurda quanto tragica da parte del faraone di quel tempo: congelare lo sviluppo demografico di questa etnia, uccidendo tutti i nati maschi, e sfruttare gli uomini che la compongono come forza lavoro per la costruzione delle gradi città deposito del delta del Nilo. Di fatto si viene così a determinare per i figli di Israele una condizione di vita che ha tutto l’aspetto della schiavitù. Non manca certo il cibo ma in vista dei lavori forzati: ciò che manca è la libertà e la dignità.

La situazione sembra senza sbocco. E invece, in un modo che ha del miracoloso, sotto la guida di Mosè e a seguito di una serie di azioni prodigiose e misericordiose di cui si rende protagonista il Signore Dio di Israele, questa moltitudine riesce a lasciare la terrà della schiavitù e a intraprende il viaggio verso la terra di Canaan, terra che il Signore aveva da sempre promesso ad Abramo, Isacco e Giacobbe. Per giungervi, però, occorre attraversare il deserto del Sinai. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, questo viaggio nel deserto durerà molti anni e si trasformerà in una vera e propria permanenza, il cui scopo sarà quello di prepararsi a vivere l’esperienza nella terra promessa.

Bastano comunque pochi giorni nel deserto per suscitare nel figli di Israele una dura reazione nei confronti di Mosè e del Signore Dio: in modo violento ed offensivo essi contestano Mosè e dimostrano di non fidarsi del Signore Dio e chiedono cibo. Essi dicono: “Vogliamo ritornare in Egitto. Là almeno avevano pane in abbondanza, ma anche cipolle, porri e cocomeri”. Il pane portato dall’Egitto è infatti finito e nel deserto non è possibile coltivare nulla.

Tramite Mosè, il Signore fa allora sapere ai figli di Israele che compirà ciò che sembra impossibile: farà in modo che nel deserto possano avere del pane e che questo non manchi per tutto il tempo della permanenza. Come potrà mai avvenire una cosa simile? La fantasia amorevole del Signore porta a inventare il dono della manna. I figli di Israele la mattina di ogni giorno troveranno sul terreno una sorta di rugiada gelatinosa che raccoglieranno e poi lasceranno seccare, pesteranno nel mortaio, impasteranno e cuoceranno per farne focacce.

Vi sono però indicazioni molto precisa al riguardo: ognuno dovrà raccoglierne quanto serve alla propria famiglia per un giorno, non di più: ogni giorno infatti la manna arriverà e non vi sarà bisogno di farne scorte. Se qualcuno, per paura o per avidità, ne prenderà di più, la manna in eccesso marcirà al termine dello stesso giorno. Nel giorno precedente il sabato sarà possibile raccogliere per ciascuno una porzione doppia di manna, in modo da non essere costretti a compiere questa fatica il giorno di sabato, giorno consacrato al Signore: quel giorno sarà giorno di festa, non so dovrà uscire a raccoglierle la manna e ci si potrà dedicare alle attività che consentono una più intensa comunione con il Signore e con i propri cari.

Così, a partire dal quel giorno, i figli di Israele poterono contare su questo pane singolare – il cui sapore delicato assomigliava a quello di una focaccia con miele (cfr. Es 16,31) – fino al giorno in cui entrarono nella terra di Canaan. Quando vi misero piede la manna infatti cessò (cfr. Gs 5,12). Essi ne conservarono sempre una piccola quantità nell’arca dell’alleanza, come segno dell’amore fedele del Signore e dell’esperienza educativa nel deserto (cfr. Eb 9,4).

Mi preme sottolineare alcuni aspetti che emergono dalla vicenda della manna e da questa singolare esperienza vissuta dai figli di Israele: un semplice accenno che ci prepara alle riflessioni successive.

Il primo aspetto riguarda il carattere propeduetico e pedagogico che l’esperienza della manna riveste nei confronti dell’esperienza successiva della terra: l’abbondanza che si incontrerà nella “terra dove scorrono latte e miele” – così la Bibbia – avrà bisogno di disciplina interiore e di autodominio, affinché non si venga travolti dalla brama dei beni materiali e si dimentichino i valori essenziali della vita.

Il secondo aspetto richiama l’influenza che il cibo e in generale il possesso dei beni esercita sull’animo umano, di modo che per questa ragione, o a causa della miseria o per avidità, si può essere disposti a vendere la propria libertà e la propria dignità, desiderando – come nei caso dei figli di Israele – ritornare in Egitto, cioè nella condizione di schiavitù.

Il terzo aspetto ricorda che il pane di cui i figli di Israele si nutrono nel deserto è un dono gratuito di Dio, espressione della sua bontà e della sua provvidenza, segno del suo amore fedele e della sua sorprendente creatività. È un pane che viene dal cielo per chi cammina in un deserto, un pane che suscita meraviglia e apre il cuore alla gratitudine.

Il quarto aspetto, particolarmente importante, è connesso al fatto che questo pane venga donato con puntuale regolarità ogni giorno, che corrisponda alle necessità quotidiane e non preveda si facciano scorte, contestando ogni logica di ingordigia e di accumulo. Unica eccezione è costituita dalla doppia raccolta nel giorno che precede il sabato. Le ragioni sono però le stesse: il pane è per l’uomo, per la sua dignità e la sua gioia e la fatica a procurarlo è comunque subordinata alla nobiltà dell’uomo. L’uomo ha diritto di vedere riconosciuto il diritto di fare festa, cioè di onorare Dio e di stare con le persone care.

Alla luce di quanto emerso da questa esperienza raccontata dalla Bibbia, che a mio giudizio assume l’aspetto di esperienza paradigmatica, vorrei ora sviluppare la riflessione riguardante le quattro caratteristiche del pane che ho sopra richiamato. Sarà l’occasione per condividere una valutazione sull’attuale situazione in rapporto all’ambiente in cui viviamo, alle risorse di cui disponiamo, al loro uso e alla loro distribuzione, alla condizione di vita delle diverse popolazioni che abitano in questo momento il nostro pianeta, ai principi che stanno ispirando il vivere sociale in rapporto con la questione seria del rispetto della natura e del diritto di ognuno di avere il pane necessario. Ritengo che su questi punti la Lettera Enciclica di papa Francesco dal titolo Laudato si’, vada considerata uno dei testi più illuminati e coraggiosi e per questo motivo vi attingerò ampiamente

Pane quotidiano

Il pane che ogni uomo ha il diritto di avere è anzitutto un pane che va considerato “quotidiano”. In prospettiva biblica potremmo dire che questa è l’intenzione di Dio quando egli pensa all’uomo nella pienezza della sua esperienza di vita: l’uomo deve poter contare sul pane che è necessario per la vita di ogni giorno. Un modo per dire che ci si deve guardare dal pericolo dell’ingordigia e dell’avidità, dall’ansia dell’accumulo con la sua illusoria sicurezza e dal senso di potere che la ricchezza trasmette.

Se guardiamo la realtà che ci circonda, dobbiamo riconoscere che questo pericolo non solo non è evitato ma sembra essersi piuttosto trasformato in una sorta di principio negativo che condiziona in modo impressionante l’intera socialità umana.

Segnalo solo tre dati: secondo il nuovo rapporto di Oxfam (Oxford Committee for Famine Relief: Istituto con sede ad Oxford che si interessa della povertà nella sua dimensione globale), diffuso alla vigilia del Forum economico mondiale di Davos (gennaio 2018) otto uomini possiedono la stessa ricchezza (426 miliardi di dollari) di 3,6 miliardi di persone. Secondo l’organizzazione, le multinazionali e i potenti del mondo continuano ad alimentare la disuguaglianza, facendo ricorso all’evasione fiscale, massimizzando i profitti anche a costo di comprimere verso il basso i salari e usando il loro potere per influenzare la politica. La Fao calcola che ogni anno si sprechino 1,3 miliardi di tonnellate di cibo, pari a 1/3 della produzione totale destinata al consumo umano. Nell’ultima edizione del Rapporto annuale dell’Onusulla sicurezza alimentare (Roma, 15 settembre 2017) la fame nel mondo colpisce nel 2016 circa 815 milioni di persone, vale a dire11% della popolazione mondiale.

Si tratta di tre informazioni molto eloquenti e, per altro, in evidente contraddizione reciproca. Il quadro è impressionante. Se non si rimane indifferenti, la reazione non può che essere di sconcerto e di rabbia. Verrebbe da dire: “Questo non è tollerabile!”. Ma soprattutto viene da pensare: “Come può succedere una cosa simile? E perché mai può succedere?”.

Si comprende bene che – nel pieno rispetto della generosità delle singole persone – qui non si tratta semplicemente di aumentare la consistenza negli aiuti. La questione del pane quotidiano esige qui una riflessione lucida e coraggiosa a cui dovrebbe seguire un’azione incisiva. Siamo infatti di fronte a una situazione globale che è condizionato da un vero e proprio sistema. È su questo che occorre fare luce.

Papa Francesco parla nella lettera Enciclica Laudato si’ di un paradigma economico-tecnocratico che in questo momento sta dando una forma ben precisa alla convivenza sociale mondiale. Tale paradigma fonde insieme la potenza di una tecnologia che si considerata del tutto svincolata da principi etici e di una economia che risponde al criterio del massimo profitto ad ogni costo. Il mercato non è in sé negativo e neppure le leggi del mercato: è negativo il principio del profitto ad ogni costo, che può di fatto entrare a governare il mercato e a ispirarne tutte le leggi. L’obiettivo del massimo profitto trasforma l’economia in una sorta di regina predatrice, alla quale la politica appare in questo momento tristemente sottomessa, se non a volte addirittura compromessa attraverso la corruzione. Questa sovrana senza scrupoli, che tende unicamente al guadagno, porta con sé come inesorabile conseguenza la logica del consumo e la prassi dello scarto, unite allo sfruttamento rapace delle risorse, con il conseguente impoverimento delle popolazioni più deboli e la messa a rischio del futuro per le giovani generazioni.

L’esempio della deforestazione della regione amazzonica è un esempio chiarissimo al riguardo. La brama del profitto massimo ed immediato di pochi abitanti sul territorio al servizio di grandi potentati economici di livello mondiale induce spesso a concedere ampie zoni di foresta per uno sfruttamento del terreno a fini di coltivazione intensiva indiscriminata, compromettendo così la vita delle popolazioni più deboli di questo delicato habitat e ponendo una drammatica ipoteca sul futuro dell’intera popolazione del pianeta. Il profitto ad ogni costo acceca, induce ad agire in vista di un interesse personale di corto respiro e getta ombre preoccupanti sull’orizzonte generale.

Ma un’altra considerazione va fatta, che tocca più direttamente la dimensione interiore dell’uomo e la sua felicità. Il consumismo generalizzato prodotto dalla regola del profitto ad ogni costo spegne il desiderio, annulla il senso della gioia per quanto si possiede e compromette l’esperienza della gratuità e della gratitudine. Esso conduce ad un evidente paradosso: il “consumatore” risulta condannato a rimanere sempre un passo indietro rispetto al processo della produzione. Il consumo infatti riproduce la struttura del piacere, che è per definizione istantaneo e destinato ad essere immediatamente riattivato. La legge del consumo induce a produrre qualcosa di nuovo subito dopo aver immesso qualcosa nel mercato, di modo che il consumatore, appena comprato il prodotto, già pensi al nuovo e si disponga ad acquistarlo. Non c’è spazio una gioia pacata e distesa di ciò che si ha tra le mani, non si sarà mai veramente contenti di quello che si ha. Niente gioia, dunque, poiché questa nasce dalla pacata serenità interiore, maturata nel tempo attraverso l’esperienza progressiva delle buone relazioni.

A ciò va aggiunto il contributo della tecnologia che, rivendicando la neutralità della scienza e sottraendosi ad ogni regola etica, di fatto facilmente si consegna al potere dell’economia corsara e alla regola che la ispira, cioè il profitto massimo e il consumo indiscriminato. “L’uomo moderno – sono parole di Romano Guardini citate nella Laudato si’ – non è stato educato al retto uso della potenza, perché l’immensa crescita tecnologica non è stata accompagnata da uno sviluppo dell’essere umano per quanto riguarda la responsabilità, i valori, la coscienza … La possibilità dell’uomo di usare male la sua potenza è in continuo aumento quando non esistono norme di libertà ma solo pretese necessità di utilità e sicurezza” (LS, 105).

Purtroppo la tecnologia da sola non genera progresso e facilmente si allea con chi la può utilizzare sulla base delle risorse economiche che possiede, secondo finalità che rispondono ai suoi discutibili obiettivi.

Pane nostro

Il pane vero, che nutre l’uomo e lo rende autenticamente tale, non è pensabile in se stesso, come pura entità materiale, scientificamente analizzabile ed economicamente valutabile, derivante da un processo tecnicamente ben definito e ben impostato. In altre parole, il pane non è semplicemente un prodotto. In quanto nutrimento per l’uomo, cibo per la sua vita, il pane chiama in causa le relazioni umane. Lo dimostra il fatto che il cibo normalmente si consuma insieme, che il pasto è un rito sociale di comunione, che il banchetto è un modo di fare festa.

Anche in questo caso occorrerà far chiarezza nei confronti di un sistema economico e tecnocratico che tende a cancellare la rilevanza sociale del nutrimento e a sfruttare le dinamiche aggregative in vista dei consueti obiettivi di consumo e di profitto. “Bisogna rafforzare – dice papa Francesco – la consapevolezza che siamo una sola famiglia umana (LS 52) e che il nostro vivere insieme non può essere ricondotto a rapporti commerciali e di proprietà. Tutto ciò ha delle ricadute rilevanti sul versante del rispetto dell’ambiente e dell’utilizzo delle risorse. È ormai sempre più evidente che esiste una forte correlazione tra ecologia e vita sociale: “Quando parliamo di ambiente facciamo riferimento anche ad una particolare relazione: quella fra la natura e la società che la abita. È fondamentale cercare soluzioni integrali che considerino le interazioni dei sistemi naturali tra loro e con i sistemi sociali. Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi- socio-ambientale” (LS, 139).

Per questo nella Laudato si’ si parla di “Ecologia integrale”, “Ecologia sociale” (LS, 142), “Ecologia culturale” e su quest’ultima giustamente si osserva come “la visione consumistica dell’essere umano, favorita dagli ingranaggi dell’attuale economia globalizzata, tende e rendere omogenee tutte le culture e a indebolire l’immensa varietà culturale, che è un tesoro dell’umanità” (LS, 143).

Il pane che è nostro richiama un concetto tanto caro alla dottrina sociale della Chiesa, ma caro anche a tutti gli uomini di buona volontà: il concetto di bene comune. “L’ecologia umana è inseparabile dalla nozione di bene comune, un principio che svolge un ruolo centrale e unificante nell’etica sociale” (LS, 156). Per “bene comune” – insegna il Concilio Vaticano II – si intende “l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente” (GS, 26).

La libertà umana è capace di orientare l’economia e la tecnica ponendole a servizio a servizio di un altro tipo di progresso, più sano, più umano, più sociale e più integrale. Per esempio – ricorda papa Francesco – quando comunità di piccoli produttori optano per sistemi di produzione meno inquinanti, sostenendo il modello di vita, di felicità e di convivialità non consumistico. O quando la tecnica si orienta si orienta prioritariamente a risolvere i problemi concreti degli altri” (LS 112).

Pane ricevuto in dono

Il racconto biblico della manna insiste fortemente su un particolare: il pane di cui i figli di Israele si nutrono è un pane che viene dal cielo, che è dono di Dio, che è espressione del suo amore e della sua fedeltà ma anche della sua cura e della sua provvidenza. Dietro questo pane, offerto in modo così sorprendente, c’è in questo caso un cuore, un sentimento di affetto, un’intenzione di bene, che rende questo pane un segno e che a sua volta fa sorgere nel cuore di chi lo riceve un sentimento di consolazione e di gratitudine.

Il pane è un dono, che lo si riconosca o no, questa è la verità. È un dono che viene dalla terra ma che in realtà rimanda al cielo. La terra stessa infatti è un dono che l’uomo ha ricevuto. Egli non ne è padrone, ma custode responsabile. Egli è anche chiamato a farsi spettatore ammirato di quei processi di produzione del pane che rinviano al mistero della vita e al suo sviluppo, attraverso quelle tappe che la scienza orgogliosa ha reso fredde nel suo linguaggio specialistico, ma che in verità hanno sempre toccato il cuore di coloro che con fierezza si sono definiti contadini o coltivatori. Queste tappe della produzione del pane sono: l’aratura, la semina, l’attesa vigile, la mietitura. A queste si aggiungono poi quelle dei maestri fornai: l’impasto, la lievitazione, la cottura. Economia e tecnica certo possono intervenire in questo processo che ha potenza e il sapore della vita, ma mai prenderanno il sopravvento, quando viva è consapevolezza che l’orizzonte nel quale ci si muove è quello del dono per cui essere grati e di un compito di cui essere fieri. Gratuità, riconoscenza e responsabilità sono le parole che danno contenuto a questa verità del pane che è dono.

Da qui il rispetto per la natura nella quale e della quale viviamo; di più, l’affetto e la cura. Dilapidare le risorse, profanare i territori, sovvertire gli equilibri degli ecosistemi, intervenire in modo scriteriato sulle risorse significa comportarsi da saccheggiatori, dimenticare che tutto ciò è nostro per grazia e che noi non siamo patroni ma destinatari temporanei e quindi anche custodi.

Una parola merita al riguardo la responsabilità nei confronti delle future generazioni e su quella che dobbiamo chiamare la solidarietà intergenerazionale. Su questo punto Laudato si’ pronuncia parole forti: “La terra che abbiamo ricevuto appartiene anche a loro … Potremmo lasciare alle prossime generazioni troppe macerie, deserti e sporcizia. Pensiamo alle responsabilità che ci attribuiranno coloro che dovranno sopportare le peggiori conseguenze” (LS, 161).

Pane che non è solo cibo

“L’uomo non vive di solo pane, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Dt 6,14): questa è la frase che Mosè pronuncia quando medita con i figli di Israele sulla vicenda della manna. Un modo per ricordare che il pane che nutre l’uomo per la vita non si identifica in tutto e per tutto con il cibo. Forse rischiando una certa semplificazione, potremmo dire che il cibo risponde al bisogno, mentre il pane risponde al desiderio. Il pane assume infatti, soprattutto nel linguaggio dei poeti, anche un valore simbolico e viene a indicare tutto ciò che nutre nel senso più ampio del termine. Nutrire non è semplicemente alimentare, è appagare, far giungere alla persona ciò che le permette di mantenersi in vita: dunque non solo di sopravvivere ma di sentirsi pienamente viva. Se con il termine “bisogno” indichiamo la richiesta imperiosa dell’organismo che per assolvere le sue funzioni vitali esige l’alimento indispensabile, con il termine “desiderio” potremo invece indicare tutto ciò che la persona sente indispensabile a partire dalla complessiva ricchezza della sua soggettività. L’uomo rimane un segreto a se stesso e non potrà comprendere sino in fondo in che modo precisamente interagiscono quelli che sono gli elementi costitutivi della sua identità vitale.

Quel che è certo è che ognuno di noi è e sarà sempre un misterioso e meraviglioso dinamico intreccio dinamico di intelligenza, sentimento, memoria, immaginazione, volontà, libertà. Come unità vitale e come irripetibile soggettività, ognuno di noi avrà comunque sempre fame di giustizia, di bellezza, di dignità, di sapienza, di gioia e di pace e quindi di comprensione, di sostegno, di stima, di fiducia, di considerazione, di benevolenza, di perdono. Anche questo, o forse soprattutto questo, è il pane di cui l’uomo sente interiormente il bisogno, non nella forma di uno stimolo istintivo ma di una esigenza del cuore, di quello che dovremmo appunto chiamare, con termine più evocativo e nobile “desiderio”.

Quando ci poniamo a questo livello, intuiamo che il paradigma creato dall’economia del consumo e dalla tecnica senza regole appare del tutto inadeguato ed anzi pericoloso. Emerge qui tutta la sua limitatezza e illusorietà. L’uomo, il suo cuore e la sua mente, la sua ricca e composita personalità, desidera ciò che un tale sistema non è in grado di offrire. Mira a un nutrimento che non sarà mai semplicemente un prodotto. Certo, il bisogno del cibo non può rimanere senza risposta, ma non dovrà mai essere separato dal desiderio della vita nella sua pienezza. Questa domanda di nutrimento esige dunque una risposta che non si limita alla sfera dell’economia e della tecnica, per altro pericolosamente esposte alla strumentalizzazione del profitto ad ogni costo, del consumo e dello scarto, ma che si apre alla dimensione complessiva dell’esperienza umana, che è sociale, culturale e spirituale.

Se una conclusione si può ricavare dalla riflessione che abbiamo condotto – avendo forse un poco meglio compreso in che senso il pane di cui parliamo è e sempre dovrà essere pane quotidiano, pane nostro, pane ricevuto e pane che è più del cibo – questa conclusione muove nella linea della necessità di un cambiamento di stile di vita, dell’assunzione cioè di un modo di vivere in grado di unificarne le diverse dimensioni e di offrire la risposta alla domande riguardante il nutrimento di cui l’uomo di oggi e di sempre ha desiderio.

Laudato si’ vede questo stile ben rappresentato nella della figura di san Francesco d’Assisi. “In lui – scrive papa Francesco – si riscontra fino a che punto sono inseparabili la preoccupazione per la natura, la giustizia verso i poveri, l’impegno nella società e la pace interiore” (LS, 10). Provando a declinare questo esempio nella vita di oggi, lo stesso papa Francesco afferma: “Si può aver bisogno di poco e vivere molto, soprattutto quando si è capaci di dare spazio ad altri piaceri e si trova soddisfazione negli incontri fraterni, nel servizio, nel mettere a frutto i propri carismi, nella musica e nell’arte, nel contatto con la natura, nella preghiera. La felicità richiede di saper limitare alcune necessità che ci stordiscono, restando così disponibili per le molteplici possibilità che offre la vita … Il costante cumulo di possibilità di consumare distrae il cuore e impedisce di apprezzare ogni cosa e ogni momento. Al contrario, rendersi presenti serenamente davanti ad ogni realtà, per quanto piccola possa essere, ci apre molte più possibilità di comprensione e di realizzazione personale. La spiritualità cristiana propone una crescita nella sobrietà e una capacità di godere con poco. È un ritorno alla semplicità che ci permette di fermarci a gustare le piccole cose, di ringraziare delle possibilità che offre la vita” (LS 222-223).

Sono parole – mi sentirei di dire – la cui la cui risonanza riempie di pace la mente e il cuore; sono però anche parole che indicano chiaramente la direzione da intraprendere quando si vorrà cercare e donare il pane che fa vivere.

Al poeta il compito di pronunciare sul pane l’ultima parola, che va oltre le parole e apre verso l’orizzonte ampio del suo significato più vero:

Del mare e della terra faremo pane,
coltiveremo a grano la terra e i pianeti.
Il pane di ogni bocca,
di ogni uomo,
ogni giorno arriverà,
perché andammo a seminarlo
e a produrlo
non per un uomo
ma per tutti.
Il pane,
il pane per tutti i popoli,
e con esso
ciò che ha forma e sapore
di pane
divideremo:
la terra,
la bellezza,
l’amore,
tutto questo
ha sapore di pane.

(Pablo Neruda)

Bellezza e piacere

La ripresa dell’incontro di formazione per i genitori dei ragazzi del VI e VII anno ICFR tenuta dal prof. Giuseppe Mari il 3 febbraio 2018.

Relatore: Giuseppe Mari
Ordinario di Pedagogia generale, Università Cattolica del Sacro Cuore (giuseppe.mari@unicatt.it).

(…) la Chiesa esiste per comunicare proprio questo: la Verità, la Bontà e la Bellezza “in persona”. (Papa Francesco, Discorso, 16 marzo 2013)

Perché la chiesa annuncia la bellezza “in persona”?

  • Perché annuncia Cristo, il “Buon Pastore”;
    Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore. Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde; egli è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore (Vangelo secondo Giovanni 10,11-15)
  • L’originale dice “bel (kalós) pastore”. Che cosa c’è di bello in Gesù?
  • Che dà la vita;
  • La radice della “bellezza” è morale, lo dice la parola stessa: “bello” dal latino benolus, diminutivo di bonus (“buono”). Ecco perché ciò che è bello corrisponde a ciò che è buono e a ciò che è vero;
  • La bellezza che cambia (perché è soggetta al potere del tempo) non è la “vera” bellezza e nemmeno quella “buona”. Non significa nulla? Certo che significa qualcosa, ma – appunto – solo una parte (la superficie) di quello che vuol dire la bellezza, che significa molto di più;
  • Lo stesso vale per il piacere. Tutto ciò che è buono genera piacere, ma non tutto ciò che genera piacere è buono. Come facciamo a orientarci? Dobbiamo fare attenzione a chi diventiamo attraverso quello che facciamo. La favola di Pinocchio insegna.

Un antico racconto per riflettere insieme

Eracle, al momento del passaggio dalla fanciullezza alla giovinezza, quando i giovani, ormai padroni di sé, mostrano se nella vita si indirizzeranno sulla via della virtù o su quella del vizio, si recò in un luogo solitario e seduto si domandava quale strada prendere; ed ecco gli apparvero due donne che venivano verso di lui (…). [Una] gli disse: “Vedo che tu, o Eracle, sei in dubbio su quale indirizzo dare alla tua vita. Allora, se mi farai tua amica, io ti porterò per la strada più dolce e facile, e non ci sarà piacere che tu non gusterai e passerai la vita senza fare esperienza del dolore”. (…) Ed Eracle, dopo averla ascoltata, chiese: “Donna, come ti chiami?”. E quella: “Felicità mi chiamano gli amici, ma quelli che mi odiano mi chiamano con disprezzo Vizio”. E intanto l’altra donna, avvicinatasi, disse: “Anch’io giungo a te, o Eracle, conoscendo i tuoi genitori (…). Non ti ingannerò con promesse allettanti, ma ti spiegherò senza menzogne come gli dei hanno ordinato la realtà delle cose buone e belle che ci sono, infatti, nessuna essi concedono agli uomini senza fatica e impegno (…). Se ti prenderai cura di affrontare questi sacrifici, tu potrai, o Eracle, figlio di nobili genitori, acquistare la più beata felicità”.
(Senofonte, Memorabili, II, 21-34; RCS 2001, pp. 161-169)

  • La forza fisica è sfidata a mostrarsi forza morale;
  • Il piacere attira ed è una aspirazione che tutti abbiamo;
  • I due discorsi si assomigliano molto, ma c’è un particolare unico nel discorso di Virtù;
  • È il richiamo ai “genitori”. Ci ricorda che abbiamo una provenienza, cioè qualcosa di originario: la nostra dignità. Siamo liberi solamente se scegliamo quello che ci merita ossia quello che vale. In caso contrario la bellezza e il piacere, che costituiscono due richiami che possono essere buoni, diventano cattivi perché ci fanno agire male cioè in modo incoerente rispetto al bene che siamo.

Quattro chiacchiere sulla fotografia

Sei appassionato di fotografia? L’Oratorio San Luigi organizza una serie di incontri sulla magia delle immagini, della composizione, della luce!

Nelle date di giovedì 5, 12, 19 e 26 ottobre, a partire dalle ore 20.30 presso l’Oratorio, avranno luogo gli incontri. Il clima delle discussioni sarà informale, quindi la partecipazione è aperta a tutti coloro che fossero interessati o appassionati, anche senza conoscenze pregresse. Domenica 29 ottobre, con modalità da concordare, avrà luogo un’uscita nei dintorni di Leno per mettere in pratica quello che è stato discusso negli incontri precedenti.

Con le fotografie realizzate nel corso degli incontri sarà poi allestita una piccola esposizione presso i locali dell’Oratorio.

Non è necessario essere in possesso di una macchina fotografica per partecipare agli incontri. Invitiamo comunque chi ne fosse in possesso a portarla, in modo da poter provare “in diretta” ciò che viene spiegato.

La partecipazione alle spese è di 50€ (4 incontri + uscita); per tutte le info potete contattarci all’indirizzo info@oratorioleno.it o tramite l’apposito modulo nella pagina Contatti.