Insieme nel giorno…

Lettere alla redazione della “Badia”

Caro don,
questa è una lettera a quattro mani, perché la firmiamo mio marito e io; questo già le dice la nostra fortuna, perché – al contrario di tante coppie che conosco – noi possiamo ragionare insieme di molte cose, soprattutto di come allevare nostro figlio. Siamo ambedue religiosi, praticanti convinti e vorremmo tirare su nostro figlio con la migliore educazione religiosa. Io sono anche catechista nella nostra piccola parrocchia; alla Domenica andiamo alla messa dei bambini; di solito ci mettiamo nella stessa panca noi tre ed è molto bello.

Filippo, nostro figlio, di sette anni, è un bambino vivacissimo, irrequieto, anche se molto intelligente; gli raccomandiamo sempre di star fermo e tranquillo durante la messa, che è il modo più bello di santificare la festa.

Ma domenica scorsa Filippo ha passato ogni limite: ha voluto mettersi vicino a me, poi si girava a far le boccacce ai compagni più grandi, poi cadeva dall’inginocchiatoio, poi si dondolava, poi sbuffava, poi mi prendeva la borsa, poi – da ultimo – si è messo a canticchiare quando tutti erano zitti: era un’escalation che io non sapevo controllare.

Allora gli ho detto una, due, dieci volte che lo avrei portato fuori e lui niente, anzi aumentava il disturbo. A quel punto, io l’ho preso con la forza, l’ho portato fuori dall’uscita laterale; quando sono stata fuori, gli ho mollato un ceffone con tutta la rabbia che avevo e l’ho portato dalla nonna (che abita a trecento metri dalla chiesa) dicendo: «Io non ti voglio in chiesa in questo modo; sei troppo piccolo, devi start dalla nonna». E me ne sono venuta via come un fulmine. Rientrata in chiesa, il cuore mi batteva, ero agitata e arrabbiata con me stessa e con Filippo, sentivo gli occhi di tutti su di me.

Di lì a un quarto d’ora, Filippo è improvvisamente rientrato; si è aggrappato alla mia gonna, aveva i lacrimoni ed è stato quieto per tutto il resto del tempo. Io ero sollevata, gli ho semplicemente fatto una carezza e, per me, tutto finiva lì. Però dopo noi due, Alfio e io, abbiamo discusso a lungo.

Mio marito ha detto (mi chiede di riferirglielo per filo e per segno): «Filippo è stato il più intelligente! Io pensavo: Ecco, vuol fare tutto lei, e io sono messo da parte; non ha chiesto a me di intervenire; del resto lui era vicino alla mamma e non a me. Piera ha fatto tutto da sola, ha deciso tutto lei, anche di portarlo fuori in quel modo”. Mentre Filippo non c’era, io credevo che ormai la domenica fosse rovinata. Con che faccia lo andavamo a prendere dalla nonna? Come giustificare il comportamento della mamma, per me assolutamente esagerato? Non si rovina così la festa! I bambini sono bambini, si sa: santificare la festa vuol anche dire stare in pace, non avere crisi di collera, esser gioiosi… Poi – è sempre mio marito che parla – ho capito una cosa: tu, Piera, hai agito così perché ti premeva di più quello che pensava la gente; volevi solo difendere te stessa e fare vedere che il tuo bambino non può fare quello che vuole. Ma in fondo un bambino è un bambino e così hai veramente rischiato di rovinare la festa. Fortuna die Filippo è stato più intelligente».

Riconosco che in quello che dice mio marito c’è molto di vero: infondo avevo paura che fosse compromessa la mia «fama» di catechista e allora ero molto agitata e cercavo di coprire in tutti i modi le disobbedienze e l’agitazione di Filippo. Credo proprio di aver capito, anche grazie a mio marito, che non devo esser così preoccupata di quello che pensano gli altri; voglio lasciare un po’ più di libertà a nostro figlio e non vergognarmi di lui perché è irrequieto e agitato. So io che sospiro di sollievo ho provato quando lui è entrato e mi ha abbracciato. Ci resta però una domanda: come abituare il bambino a santificare la festa? Come fargli capire che lui in chiesa deve comportarsi bene, che non deve tirare troppo la corda? Come fargli sentire che la messa è l’atto più importante della Domenica? Anche mio marito è d’accordo che il vero punto è questo, al di là delle mie esagerazioni di Domenica scorsa.

Ci rendiamo conto che questa non è solo una domanda religiosa: spiegare bene il terzo comandamento, far capire l’importanza della messa, ecc.

Questo è molto importante, ma non basta. Non basta nemmeno che siamo convinti noi, perché noi siamo convintissimi che la celebrazione liturgica è il momento più alto della giornata domenicale; occorre fare in modo che queste convinzioni passino a nostro figlio ed egli le traduca in comportamento!
Ma che cosa vuol dire per un bambino di seconda elementare «santificare la festa» ?

Lettera firmata

Carissimi ,
vorrei prima di tutto congratularmi con voi e con il vostro modo di parlarvi. Mi pare chiaro che avete a cuore la «riuscita» religiosa di vostro figlio e usate tutti i mezzi a vostra disposizione per trasmettergli ciò cui tenete di più. È molto prezioso anche il dialogo che, dopo il “fattaccio” è intervenuto tra voi: è raro trovare che da un dialogo nascano decisioni di atteggiamenti diversi: cosi la mamma ha accolto bene il messaggio del marito e vuole davvero non mettere in secondo piano il suo valore di mamma. Dopo aver riflettuto, è disposta anche ad appannare la sua immagine di brava catechista che sa tenere i bambini, è disposta a non lasciarsi condizionare troppo dalla gente, questo per un autentico amore al bambino.

Sono d’accordo anch’io che Filippo è stato intelligente, ma forse per motivi un po’ diversi da quelli che pensa il papà, il quale pare mettersi un pò troppo nei panni del bambino che si sente offeso e umiliato dalla mamma.

Come preparare la festa?

È responsabilità degli adulti attendere la Domenica con gioia, collocarvi ciò che riposa e distende, ciò che unisce e ricrea e non ingolfarla di impegni, di appuntamenti sociali più o meno obbligati, cui si va come a un funerale. È responsabilità degli adulti non tramutare la domenica in un’unica e snervante coda perché, una volta comprata la casa al mare o ai monti, «bisogna pur andarci ».

I bambini avrebbero molto da insegnarci, per santificare la festa. Bisognerebbe – è un’ idea ! – intitolare la festa: per chi sarà la festa domenica prossima? Ma ci ri-siamo: questo non dovrebbe essere il solito espediente per togliersi i bambini dai piedi, come certe festicciole (termine appropriato !) in tavernetta dove gli adulti sono diventati invisibili e i poveri ragazzini devono far finta di divertirsi. Intitolare una festa significa inventarne un patrono, un protettore, un suggeritore e ben venga se abita nel-l’aldilà: nella festa ci dovrebbe essere un po’ di andirivieni, una finestra sulla memoria, su presenze diverse. Ci potrebbe essere un posto a tavola vuoto, il giorno in cui si intitola la festa a un parente defunto, ad esempio: ci potrebbe essere un posto occupato da un estraneo, invece, che ci fa il dono di sedersi alla nostra tavola il giorno in cui si intitola la festa a culture diverse, a bisogni diversi (un extracomunitario, ad esempio).

Ma occorre anche che gli adulti trovino i loro modi di riposo, di pace (il Signore ha inventato il sabato per l’uomo e non viceversa) e che imparino a rispettarli vicendevolmente: certi figli sono purtroppo spettatori impotenti di litigi ricorrenti nella coppia, proprio perché è festa ! Lui vuol mettersi in pantofole e, finalmente, non mettersi in giacca e cravatta; lei vuol uscire, finalmente, esser portata in giro, sfoggiare l’abito più bello. Fa parte del santificare la festa anche la pattuizione che produce pace e ben-essere: al limite, in mancanza di fantasia, si può fare la domenica in pantofole (e tutti felici di essere in pantofole) e la domenica in uscita (e tutti felici di essere in uscita). Correre a messa per «mettere a posto » il Signore, quasi per scaramanzia, presentando all’ altare una cesta di musi-ripicche-rancori-livori perché ognuno ha tirato l’altro per i capelli, non è certo il modo che il Signore della Vita vuole per noi: lui ha inventato la festa non per sé, ma perché sa che noi uomini abbiamo bisognosi lui, che stiamo bene se impariamo a staccarci dal quotidiano e a riposare in lui.

È vero, il punto più alto della domenica è la celebrazione liturgica ed è anche vero che al bambino va chiesto di esprimere anche esteriormente la sua partecipazione. Ma tutto questo si impara, poco per volta; tutti insieme: si può dire al bambino: « Dio ci concede di presentarci davanti a Lui come famiglia; impareremo insieme il modo migliore». Che ne dite di un processo graduale, in cui ad esempio si sta negli ultimi banchi finché lui è piccolo, poi si avanza insieme, fino a che tutti e tre, tutta la famiglia, ha imparato a diventare sempre più attenta e responsabile? Stare in famiglia davanti a Dio è una vera grazia, e anche il bambino può imparare a gustarlo.

La Redazione

N.B.: siamo sempre disponibili a ricevere vostri scritti o lettere a patto che siano firmate con nome e cognome; in caso contrario non verranno prese in considerazione.

Corrispondeza ai lettori – aprile 1963

Come madre di famiglia sento uno sdegno assoluto verso un’altra madre che, a difesa della figlia che ha commesso un grosso sbaglio, avrebbe detto: «Sono una madre all’antica, ma certe cose le capisco». In che mondo siamo? Io sono una madre giovanissima, ma certe cose mi rifiuto di capirle. Possibile che io soltanto sia una madre retriva e sciocca? Mi perdoni.

(lettera firmata)

Cara signora, io penso che quella madre, seppure ha pronunziato quelle parole, non abbia voluto difendere le sciocchezze della figlia: forse ha voluto essere semplicemente comprensiva verso l’umiliazione della figlia, senza con ciò approvare un fatto che è del tutto immorale e disgustoso. Lei non è una madre né retriva, né sciocca.
Una figlia vale non per la sua celebrità, ma per quanto riesce a non perdere la testa per questa sua celebrità. I giovani dovrebbero sapere che ci sono cose più importanti della voce e di una certa pettinatura, e, in fatto di amore, bisogna comportarsi da creature responsabili e non da «gatti», mi perdoni.
Dimentichiamo tutto e volgiamo lo sguardo alle cose belle, che capitano ancora nel mondo, grazie a Dio!

 

Desidero fare alcune utili osservazioni in calce ad una lettera apparsa recentemente sopra una rivista italiana, indirizzata al solito postino. Così si esprimevano i firmatari della lettera: «Siamo un gruppo di studenti e siamo stufi della tutela degli anziani (genitori, insegnanti giù di lì). Vogliamo la piena indipendenza fisica, intellettuale, morale e spirituale. Chiediamo di credere a quel che vogliamo, non agli idealismi o alle tradizioni. Vogliamo farci una vita nostra, secondo i nostri bisogni, senza falsi scrupoli per quanto riguarda il nostro piacere ed il nostro interesse, rispetto agli interessi, ai beni, ai sentimenti altrui».

Un gruppo di studenti milanesi

Quante stoltezze in poche parole tutte in una volta! Respingere ogni tutela, ogni consiglio, ogni esperienza degli anziani, per il gusto di provare a far l’adulto anzitempo.
Essere maleducati, ostentare atteggiamenti anarcoidi, non sacrificarsi mai a nessuna legge o principio che esuli dall’egoistico interesse personale. Criticare tutto e tutti, senza volere o sapere qualcosa di meglio. Questo, che in fondo vorrebbe essere il loro nuovo «credo», non rappresenta certo una evoluzione in senso positivo, ma soltanto una corruzione che cede alla delinquenza, e troppo spesso se ne lamentano i frutti nelle quotidiane cronache di delinquenza minorile!

Il Pescatore

Nel fanciullo c’è senso di Dio

È un fatto, tra i più noti, nell’ambito educativo, che il fanciullo, fin da quando usa la piccola intelligenza, manifesta il senso di Dio. Lo manifesta attraverso una serie di sfumature che potrebbero essere caratterizzate dal candore, dal rispetto, dalla commozione, dal timore, dalla amore, a seconda dell’età e dei suoi stati d’animo.

Quando egli viene invitato alla preghiera e quando di fatto prega, si vede che aderisce alla proposta con semplicità incantevole e con altrettanta semplicità attende alla grande azione: come si trattasse della cosa più normale ed ovvia, della sua occupazione. La sua spontaneità in quei momenti è sempre stata osservata ed ammirata dai grandi. Anche la Sacra Scrittura dice: «Dalla bocca dei bambini … hai ricavato una perfetta lode». Per cui chi guida i ragazzi alla preghiera non può resistere a fare proprio l’invito del Cantore della Scrittura: «Lodate, fanciulli, il Signore, lodate il nome del Signore». Natura e grazia battesimale sono alla base di una simile apertura alla preghiera, di una così spiccata facilità ad accettare il colloquio con Dio.

Quando egli ascolta la parola cli Gesù e quando sente parlare di Dio, la sua attenzione si fa seria, talora commossa. È come si trattasse di udire cose che da tempo egli attendeva. Anzi, allora verrebbe da pensare alle parole di uno scrittore tedesco: «Ogni fanciullo è una parola di Dio che non si ripete mai». Il fanciullo stesso, cioè, è parola viva, irrepetibile della divina bontà; parola che con spontaneità si armonizza con quella scrittura. Parlando ad essi si ha viva indicazione che le parole che vengono dette sono proprio quelle che essi attendono e che le stesse parole non potrebbero avere più adatti e rispettosi ascoltatori. Forse è per questo che Gesù disse: «Lasciate che i piccoli vengano a me …».

Quando egli guarda figure religiose, specialmente egli guarda il Crocefisso, il suo interesse è così vivo da voler quasi coprire il perché di quel volto e di quell’atteggiamento. Egli sa commuoversi, pensare, agire interiormente, è capace di vivere da solo quel momento di intima commozione.
Così solo nella crescita di «quel senso di Dio» il ragazzo potrà dare sviluppo alla sua incipiente personalità cristiana. E bisogna proprio cominciare dal fare attenzione a questo fine tatto interiore dei ragazzi, per poter poi costruire l’amore di Dio, che ha portato alla vita con Lui nella grazia.
Si possono invitare i genitori a queste grandi esperienze che sole sanno dare intima gioia e sole fanno vivere ai genitori stessi la grandezza della famiglia, dell’essere padre e madre.

Corrispondenza ai lettori – marzo 1963

«Desidero sapere con quali parole Gesù nell’istituzione del sacramento del matrimonio, proibisce la limitazione delle nascite. Oppure in riferimento a quali parole di Gesù, la Chiesa ci dà questa chiara e ferma legge morale. È questo un problema sempre vivo e spinoso per tutte le giovani famiglie che hanno già due o tre figli».

Un padre

In tutto il Vangelo non esiste una sola parola di Gesù che esplicitamente tratti il problema della limitazione delle nascite, per il semplice motivo che nel tempo in cui Gesù parlava e per le persone alle quali direttamente era rivolta la sua parola, tale problema non esisteva. Presso gli ebrei, infatti, la sterilità era ritenuta il massimo disonore per una donna e una numerosa figliolanza, non solo non era temuta, ma era desiderata come una benedizione di Dio e costituiva un motivo di orgoglio per gli sposi. Ora Gesù parlava in modo concreto alle persone che aveva davanti, conformando la sua parola alla loro mentalità e alle loro necessità. Egli non aveva bisogno di trattare problemi che sarebbero sorti dopo, perché a questo aveva stabilito di provvedere diversamente, e cioè eleggendo gli apostoli e mandandoli per il mondo con la promessa della sua assistenza ad essi e ai loro successori, che sono i Papi e i vescovi. Questi avrebbero parlato a nome di Gesù, toccando i vari problemi a tempo opportuno, come e quando si sarebbero presentati nel corso della storia, attualizzando così in modo continuato l’insegnamento ricevuto.

Se oggi Gesù fosse visibilmente presente come Maestro in mezzo a noi, egli indubbiamente direbbe la sua parola a proposito della limitazione delle nascite, come la direbbe a proposito di tanti altri problemi, che oggi travagliano gli uomini, che ieri non erano neanche avvertiti. Non essendoci Lui visibilmente, parla al suo posto la Chiesa. E quando parla la Chiesa docente è come se parlasse personalmente Gesù, anzi per mezzo della Chiesa è Gesù che parla : «Chi ascolta voi  ascolta me».
Bisogna anche tener presente che la Chiesa trae il suo insegnamento non esclusivamente dal Vangelo e quindi dalle parole di Gesù che esso ci riporta, ma da tutta la Rivelazione, la quale è contenuta, oltre che nei quattro Vangeli, anche in tutti gli altri libri che compongono la Bibbia e nella Tradizione. La Rivelazione non è né cominciata né terminata con Gesù. Essa si apre col primo libro della Bibbia, il Genesi, e si chiude con la morte dell’ultimo Apostolo.

In base a quanto sopra esposto, si può rispondere che la Chiesa attinge il suo insegnamento sul problema della limitazione delle nascite alla Rivelazione, contenuta nella Scrittura e nella Tradizione, e alla morale naturale. Secondo questo insegnamento, la limitazione delle nascite con mezzi che impediscono positivamente la procreazione costituisce un grave peccato, perché va contro la finalità dell’atto coniugale, che è evidentemente la procreazione stessa, spezzando il legame naturale che esiste fra l’uno e l’altra. Una limitazione delle nascite, che non rompa tale legame naturale (astensione periodica con o senza metodo Ogino Knaus), praticata per giusti motivi, è invece lecita; talvolta doverosa.

La grazia è come il sangue

Non riesco a spiegarmi quale utilità derivi alla Chiesa dagli Ordini Contemplativi Claustrali, tanto più che sento dire che attualmente versano in grave crisi economica. Al contrario sono felice di vedere Ordini Religiosi che si prendono cura degli ammalati, degli orfani, dei vecchi.

Laura

La chiesa non rifiutando nessun tipo di vocazione, preferisce le prime che tu critichi, alle seconde che ammiri. Pio XI, il potente ideatore del più recente piano di conquista Missionaria, colui che volle si penetrasse nei luoghi più impervi dell’Africa, dell’Asia, dell’interno della Russia, ordinò si erigessero in Roma stessa vari istituti per formare uomini adatti a questa penetrazione; quando doveva prendere di mira la conquista Missionaria d’uno Stato o d’una Regione, dicono che cominciasse sempre col fondarvi un Convento di frati o di suore d’un Ordine contemplativo.

Per la realtà del corpo Mistico, per la realtà della Grazia che è comunicativa, il grande come il piccolo sacrificio sono un momento della universale salvezza. Se noi sosteniamo con i sacrifici, che nascono dal nostro attivo lavoro, queste umili suore che nel chiuso dei Monasteri soffrono e pregano e lavorano, esse a loro volta, con l’orante sacrificio sostengono il nostro braccio nel duro lavoro quotidiano. È questa la «circolazione» della Grazia nella vita del Corpo Mistico, come il sangue circola nelle vene del nostro corpo mortale. Anche gli Ordini Religiosi che non sono di per sé esclusivamente votati alla preghiera, non avrebbero alcuna vitalità, non potrebbero durare nella loro azione di aiuto al prossimo, se in qualche modo non vivessero almeno qualche ora al giorno, di pura presenza con Dio.

Il Pescatore

Corrispondenza con i lettori – febbraio 1963


«Io guardo volentieri la televisione, quando trasmette qualche incontro di pugilato. Desidererei conoscere il pensiero della Chiesa intorno alla boxe e, se la Chiesa non si è pronunciata, cosa ne pensa lei».

Luigi T.

Pio XII nel suo discorso al Congresso Scientifico Nazionale dello Sport e dell’Educazione Fisica diceva che lo sport e la ginnastica hanno il fine prossimo di educare, sviluppare e fortificare il corpo dal lato statico e dinamico; come fine più remoto ha l’utilizzazione, da parte dell’anima, di un corpo così preparato per lo sviluppo della vita interiore o esteriore della persona. Ha anche un fine più profondo: quello di contribuire alla perfezione e, come fine supremo di ogni attività umana, di avvicinare l’uomo a Dio.
E’ in questa luce che vanno ascoltati i Teologi che parlano di questo sport.
L’idolatria dello sport che ha per fine se stesso, lo sport che fa spesso dell’atleta un omicida, lo sport che rovina la salute fisica e causa danno allo stesso spirito, sono stati sempre dalla Chiesa riprovati.
Lo sport sano, che fortifica il fisico, nobilita lo spirito ed eleva l’uomo, è stato sempre ammesso e favorito. Il pugilato rientra nella prima seconda categoria? Il pugilato non è solo uno sport di forza, ma uno sport che risveglia i latenti istinti dell’homo brutus (l’uomo animale), perché il suo elemento intrinseco è nelle percosse che il pugile deve assestare all’avversario.
Si pensi alle molte lesioni del cervello che non si risanano ed al caso pietoso in cui sono ridotti molti pugili, per tutta la vita, avendo subìto un assalto di pugni tale da menomarli in maniera irrimediabile; si pensi ai non rari casi di morte.
E anche quando non si hanno queste gravi conseguenze; viene sempre a risentirne lo spirito, per il soffocamento della sensibilità e di tutti gli altri sentimenti umani; sia nei protagonisti che si trovano sul quadrato, sia negli spettatori, tutti protesi ad incitare ed aizzare quasi il loro favorito, perché abbatta e faccia crollare l’avversario il più presto possibile.
Da ciò si comprende come il pugilato sia contro il precetto del Signore: «Non uccidere», che vieta anche qualsiasi ferimento e mutilazione, e contro. L’insegnamento della Chiesa, che lo giudica «un’azione di brutale violenza … Qualcosa di poco umano» (Pio XII).
Naturalmente il solo vederlo in televisione per sé, non costituisce peccato; lo potrebbe diventare invece per alcuni soggetti particolarmente eccitabili.

Il Pescatore

 

«Alle volte resto sbalordita dall’agire di mio figlio, che ha appena 8, anni. Quando io e suo padre litighiamo (per sciocchezze s’intende), il nostro piccolo sa sempre chi ha torto o chi ha ragione e lo dimostra in qualche modo. Un giovedì sera per esempio io volevo andare al cinema e mio marito non se la sentiva, accusando stanchezza; quando io dissi: “Ci vado col bambino”, egli rispose: “Vai pure!”
Ma quando lo dissi a mio figlio, mi sentii rispondere: “lo resto con papà, perché è stanco”. Così non se ne fece nulla.
Possibile che a questa età abbia già una coscienza ed una volontà?»

Una mamma

Anche prima di quella età, cara signora, i piccoli ci guardano e ci giudicano. Non crediamo che i loro occhi innocenti siano un terso cristallo, dietro il quale non si formula nessuna idea. Guai a noi, se l’esempio che noi diamo a loro non è dei migliori: potremmo rovinarli per tutta la vita. Alle volte l’ingenua parola di un bimbo, un suo sorriso o una sua lacrima, può trarci indietro dall’orlo di un abisso; mentre un’immagine guasta, una frase indiscreta, un atteggiamento equivoco, che offendono involontariamente quella candida creatura, può perturbare e macchiare un’anima, con serie conseguenze per il futuro.

Il Pescatore

Ai nostri cari ammalati “Volontari della sofferenza”

Nel precedente numero abbiamo pubblicato il discorso che il S. Padre ha recentemente indirizzato ai «Volontari della sofferenza».

Con il presente numero iniziamo la pubblicazione di un documento nel quale si illustreranno a puntate, le finalità del movimento tanto caro al cuore del S. Padre.
Cari ammalati, i vostri sacerdoti, fanno molto affidamento sulla vostra preziosa collaborazione e confidano che vorrete porre a disposizione della Misericordia Divina il «talento» della vostra sofferenza come moneta preziosa per il riscatto di tante anime della nostra parrocchia nell’occasione dell’imminente S. Missione.

CHI SONO I «VOLONTARI DELLA SOFFERENZA» 

Sono tutti gli ammalati e sofferenti, che, accogliendo docilmente l’invito alla preghiera e alla penitenza rivolto dalla Madonna a Lourdes e a Fatima, si riuniscono in una grande famiglia e si impegnano a vivere in grazia di Dio e ad offrire volontariamente al Signore, per mezzo di Maria, tutto il loro penare, lungo o breve che sia:

  1. Per espiare e riparare le tante offese recate al Cuore di Gesù e al Cuore Immacolato di Maria;
  2. per ottenere la conversione dei peccatori e impedire che tante anime vadano all’inferno;
  3. Per sostenere, con il loro aiuto spirituale, le intenzioni del Papa e il sacro ministero dei Sacerdoti.

«PREGHIERA E PENITENZA»: MESSAGGIO DI LOURDES E DI FATIMA 

Lourdes e Fatima: due nomi e due realtà che hanno acceso, nella notte paurosa del nostro tormentato tempo, una vivida luce di speranza, per la salvezza delle anime e del mondo!
Lourdes e Fatima sono un messaggio di salvezza, che ripete, e rinnova il Messaggio del Divino Salvatore, per bocca di Colei che è la Madre della Misericordia e vive per la vita e la salvezza dei Suoi figli.
Pio XII: «…A Lourdes, la Beata Vergine Maria viene a Bernardetta, ne fa la propria confidente, la collaboratrice, lo strumento della Sua materna tenerezza e della misericordiosa onnipotenza del Suo Figlio, per restaurare il mondo in Cristo, mediante un nuovo e incomparabile effondersi della Redenzione».

Card. Giuseppe Siri: «…A Fatima la Vergine è venuta, accompagnata da straordinarie manifestazioni per portare un messaggio d’invito alla preghiera e alla penitenza, per inserirsi esplicitamente e prendere posizione nella storia del nostro secolo. Ha predetto la fine della prima guerra e squarciato il futuro sulle prove che sarebbero sopravvenute, ha indicato la via e le condizioni della salvezza. Fatima è un avvertimento, una proporzione di condizioni per la pace del mondo e la salvezza delle anime, una indicazione di alternativa, una infinita speranza».

Alla preghiera e alla penitenza sono legate la salvezza delle anime e le sorti del mondo! Nel messaggio della Madonna a Fatima, c’è un’affermazione che basterebbe da sola a orientare una vita: «Pregate, pregate molto e fate sacrifici per i peccatori. Badate che molte, molte anime vanno all’inferno, perché non vi è chi preghi e si sacrifichi per esse».

Per spiegare la natura dei sacrifici richiesti, la Madonna aggiunse: «Volete offrirvi al Signore, pronti a fare sacrifici, ad accettare tutte le pene che Egli vorrà mandarvi, in riparazione di tanti peccati con cui si offende la Divina Maestà, per ottenere la conversione dei peccati, e in ammenda onorevole delle bestemmie e di tutte le offese fatte al Cuore Immacolato di Maria?»
La Vergine è scesa dal Cielo per chiedere: si è rivolta a tutti i Suoi figli, alla loro fede, alla loro generosità. Il Suo Cuore Immacolato vuol essere via e rifugio di salvezza, e cerca ausiliari alla Sua ansia di condurre tutti i cuori della Terra a Dio, perché tutte le anime si salvino e al mondo siano risparmiate le tremende sciagure che lo minacciano.

LA RISPOSTA DEI «VOLONTARI DELLA SOFFERENZA»

«I Volontari della Sofferenza» vogliono rispondere, umilmente e con generosità, all’appello della Madre della Misericordia, mettendo a Sua totale disposizione il «talento» della propria sofferenza la più salutare e meritoria penitenza imposta da Dio all’uomo come moneta preziosa per il riscatto delle anime. Essi, infatti, non dimenticano che la redenzione dell’umanità è avvenuta nel dolore, quello di Gesù, e che la Passione redentrice del Salvatore Divino ha da continuare nelle membra del Suo Corpo Mistico, a beneficio di tutti i fratelli.

La fraterna unione, poi, che si stabilisce tra i «Volontari» conferisce alla loro preghiera e alla offerta quotidiana del loro dolore una nuova, particolare potenza d’intercessione, come assicurano le parole di Gesù: «Quando due o più persone saranno riunite nel mio nome, lo sarò in mezzo a loro» (Mt. 18, 20).

(continua)

Corrispondenza con i lettori – gennaio 1963

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AI PIU’ DILIGENTI!
Il mese scorso al termine di un anno di vita non facile del nostro Bollettino Parrocchiale, abbiamo invitato le nostre famiglie a collaborare per la riuscita di un’inchiesta, rispondendo ad un questionario e indirizzandolo in busta chiusa, senza affrancarla, alla «REDAZIONE DE LA BADIA – VIA DANTE – LENO».
L’inchiesta riguardava il numero dei nostri lettori nelle diverse famiglie, l’interesse che più o meno suscitava e i miglioramenti che desideravano vi fossero apportati.
Purtroppo le famiglie non hanno capito l’importanza dell’inchiesta, per rendere sempre più interessante «LA BADIA» e non hanno risposto che poche persone. Le risposte sono perciò insufficienti a raggiungere lo scopo, che si prefiggeva l’inchiesta.
Ringraziamo comunque tutti coloro che hanno cercato di collaborare per un giornale sempre più bello, inviandoci il questionario compilato e scrivendoci anche qualche graziosa lettera. Anzi invitiamo voi, che siete i più diligenti fra i nostri lettori, a scrivere ancora, facendoci conoscere i vostri desideri: da parte nostra faremo tutto il possibile per accontentarvi.
Vogliamo che ogni nucleo familiare non si senta un isolato nella Parrocchia, ma piuttosto che tutte le famigli sappiano di avere un ruolo importante nella COMUNITA’ e che dipende da ciascuna famiglia se i Lenesi progrediranno economicamente e socialmente, ma soprattutto in campo morale e spirituale.
L’anno nuovo ci trovi tutti uniti nella buona volontà e pronti a sacrificarci per il miglioramenti di tutti.
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Ecco alcune lettere, tra le più interessanti giunte in redazione:

 

«Nella mia famiglia, appena arriva, La Badia viene letta subito e tutta, ancora in giornata, da me che sono la mamma. Mi prendo mezzora di respiro e me la leggo in pace. Mi interessa tutta, ma c’è una rubrica che leggo per la prima: è la Corrispondenza con i lettori. Mi piace molto leggerla, anche se non sono io a fare le domande, perché la trovo molto istruttiva. Questa sera ho letto alla mia figliola la risposta data a S. M., perché tempo fa le feci capire che quel giovane che le stava attorno non andava; purtroppo aveva tutte le belle qualità di quel giovanotto descritto nella domanda di S. M.
Anche se la mia ragazza non proferì parola, credo fosse persuasa che noi mamme non si parla sempre invano, soprattutto trattandosi di cose tanto importanti! … Mi spiace solo che l’elenco delle offerte pro «Badia» porti via dello spazio, che potrebbe essere utilizzato invece per una buona parola (sempre) agli ammalati; i quali hanno maggior tempo di leggere, specialmente d’inverno, quando per il freddo sono costretti a rimanere sempre in casa. Penso che coloro che offrono qualcosa, non lo facciano per vedere il proprio nome sul giornale… Ora che il giornale arriva anche ai militari, sarebbe buona cosa che contenesse sempre anche qualche buona parola per loro; questo mi interessa molto, perché tra qualche mese avrò anch’io un figliolo soldato. Certo che per accontentarci tutti le quattro paginette forse non basteranno; ma sarebbe poco male offrire anche 100 lire al mese, pur dì trovare qualcosa in più sul nostro Bollettino Parrocchiale… Quante 100 lire si spendono inutilmente oggi! Vorrei anche che portasse qualche esortazione e magari dei rimproveri per le mamme, per i papà e per i figli, come fanno in Chiesa i nostri Sacerdoti, che sono tanto bravi; così quelli che in chiesa non vengono, potrebbero leggerli!»

G. B. (Una mamma)

Non solo non cestiniamo, ma abbiamo trascritta per intero la sua lettera, perché vogliamo tener conto delle sue osservazioni e vogliamo dare la prova a tutti i lettori di quello che sa fare la buona volontà, anche senza molta cultura. Grazie di cuore, cara Signora. Volesse il Cielo che tutte le mamme del mondo fossero come lei.

 

«Dato che siamo stati tutti invitati a dire il nostro parere, mi permetto di fare un’osservazione (anche a nome di mio marito). Gli articoli sono quasi tutti interessanti nella loro varietà. L’articolo che, a nostro avviso, appaga poco è la cronaca dell’oratorio. Secondo noi dovrebbe essere più informativa… Tenere più al corrente i genitori di quello che fanno o pensano i nostri figli. Siamo noi i genitori, è vero; ma purtroppo la maggior parte di noi non ha sufficiente intuito per penetrare nei loro animi… Occorre che qualcuno ci istruisca, per poter guidare meglio i nostri figli. E questo lo può fare soprattutto l’Assistente dei nostri ragazzi! Ci sono le prediche per noi, è vero; ma per un motivo o per l’altro quante ne perdiamo. Chiediamo a «La Badia» di aiutarci nella nostra opera di educatori, oggi tanto difficile. Forse chiediamo troppo e domandiamo scusa; ma abbiamo tanto bisogno delle parole di chi conosce i nostri figli meglio di noi. Nella speranza di essere esaudita, porgiamo i nostri auguri perché «La Badia» venga apprezzata sempre di più».

A. G. S. (Un’altra mamma)

Apprezziamo altamente le sue considerazioni, gentile signora. Faccio però notare che se la «Cronaca dell’oratorio» contenesse ciò che dice lei, cesserebbe di essere «cronaca» … Forse lei intendeva dire che desidererebbe maggiori articoli formativi dei genitori: cercheremo senz’altro di accontentarla. Ma certamente non potranno mai sostituire «Le Prediche» che per motivi non sempre ragionevoli molte mamme e moltissimi papà disertano!

 

«Non sono superstiziosa, comunque devo confessare di essere rimasta molto impressionata per un sogno riguardante l’eternità… Si può credere ai sogni? Come spiegarmi la mia inquietudine? … Leggendo la Bibbia, devo dedurne che certi sogni sono veri, perché non posso metterne in dubbio la veridicità … E allora, credere o non credere ai sogni? Ci sono segni particolari a cui si può prestar fede? Perché alcuni sì ed altri no? La Chiesa condanna chi crede nei sogni? Da parte mia devo riconoscere che la mia fede è aumentata per quel sogno!»

M. A.

Prima di tutto bisogna distinguere tra sogno e visione (o rivelazione privata). Il «sogno» è la «successione disordinata ed automatica di illusioni ed allucinazioni, che si presenta solitamente nel periodo iniziale o finale del sonno». Quindi è una cosa irreale, vana, non degna di essere creduta. La visione invece (c’è anche quella «Beatifica» che godremo in Cielo) o rivelazione privata consiste in «una manifestazione da parte della Divinità, direttamente o no, di una cosa occulta» ed è sempre soprannaturale, in quanto non compete tutto questo alla nostra natura umana. Con questa distinzione è tutto spiegato chiaramente:
1) I sogni da lei citati dalla Bibbia sono «Visioni», anche se talvolta nel linguaggio parlato si chiamano semplicemente sogni;
2) Le visioni sono tutte vere, e quindi dobbiamo crederci; mentre i sogni sono falsi e non si devono credere, se non si è superstiziosi;
3) Se fossi in lei, non direi che quel sogno le ha aumentato la fede, perché sarebbe ridicolo che un «sogno» potesse aumentare o diminuire la nostra fede.

Il Pescatore

 

Colloqui coi genitori – Vigilare su figli

Uno dei doveri fondamentali dei genitori è la vigilanza sui figli. Compito non facile, riconosciamolo subito, in quanto suppone che i genitori sappiano vigilare prima su stessi. L’esempio, lo abbiamo visto nella nota precedente, è il più eloquente degli educatori. I genitori devono vedere tutto, senza parere, e intervenire al momento opportuno. Sorvegliando attentamente i propri figli innanzitutto è possibile prevenire moltissime mancanze. Quante tristi esperienze si potrebbero, evitare se i giovani non venissero lasciati troppo di frequente senza alcun controllo nelle letture, quando si divertono in casa e fuori, quando sono con gli amici!

Ogni qualvolta poi si debba intervenire perché sono state commesse delle mancanze, lo si faccia per persuadere e incoraggiare, e non per mettere timore. Intervenire per reprimere è creare degli ipocriti e dei ribelli. Dal modo di intervenire, ricordiamolo sempre, dipenderanno i rapporti fra genitori e figli per tutta la vita. Il nostro intervento perciò non deve far venire meno il rispetto, la riconoscenza, l’amore imperituro dei nostri figli. Ricordiamo pure che on basterà un solo intervento per stabilire la normalità.
Chi deve vigilare? Tutti e due i genitori. Il padre, e questo capita assai di frequente, non scarichi la responsabilità sulla madre.

Molte sono le cose sulle quali i genitori devono vigilare. Esaminiamo oggi un argomento che richiede una particolare attenzione: il cinema e la televisione. Meriterebbero da soli un lungo discorso per il carattere contagioso che hanno assunto da alcuni anni, potendo costituire nella società un prevalente veicolo di maleducazione; un sottile, veleno di cui sono vittime specialmente i ragazzi ed i giovani. Davanti a troppi spettacoli si genera in essi un pericoloso squilibrio, gravido di funeste conseguenze fisiche, intellettuali e morali.
Le nuove generazioni non possono fare a meno del cinema e della televisione. In una recente inchiesta svolta fra un centinaio di ragazzi di Leno, dai 9 ai 12 anni, è risultato che l’85 per cento si reca al cinema una o due volte alla settimana, e coloro che seguono la televisione, quasi ogni giorno, sono l’89 per cento. Nulla di male se si recassero al cinema in ambienti appositi dove, di solito, vengono proiettate pellicole adatte ai ragazzi, in ora opportuna e solo per loro; oppure si limitassero a seguire alla televisione i programmi che ogni pomeriggio vengono trasmessi per i ragazzi.

Ciò che preoccupa è il constatare (riferisco ancora i risultati dell’inchiesta sopra citata) che il 41 per cento dei ragazzi interrogati hanno dichiarato di recarsi al cinema quasi sempre da soli, per vedere pellicole che non sono riservate a loro e il 53 per cento, di seguire alla televisione i programmi degli adulti ogni sera, quasi sempre in luoghi pubblici e, in non pochi casi, fino ad ora tarda. Come si vede, in generale, si permette con troppa tranquillità che i ragazzi vedano cinema e televisione.

«Bisogna che si abitui, in fin dei conti. Non potrà stare sempre attaccato alle gonnelle materne! E’ meglio abituarli subito, una volta che domani dovranno fare da sé!». Ecco, d’altra parte, come la pensano i genitori. Perché allora non lasciamo mangiare ai nostri figli quello che vogliono, quando vogliono e come vogliono? Si rovinerebbero la salute! si risponde.

E la salute dello spirito forse conta meno di quella del corpo? Forse non siamo del tutto convinti dei pericoli cui vanno incontro i ragazzi recandosi in ambienti pubblici dove vengono dati spettacoli non adatti a loro.
Ricordiamoci dei discorsi che sentiamo anche noi quando ci rechiamo in certi ambienti; delle scene poco edificanti cui si assiste davanti o vicino a noi; dei sottintesi e dei commenti salaci che vengono fatti allo spettacolo. Certe scene poi di crudo realismo, che possono lasciare indifferenti noi adulti, nel ragazzo invece, anche se per il momento non possono ancora portare alcun turbamento nella sua anima ignara, gli si imprimono profondamente nella memoria e, siamone certi, torneranno colorite da una forza irresistibile nel momento del pericolo morale.

Non vi pare che certi spettacoli sguaiati, scandalosi, scurrili sono per le tenere anime altrettanti traumi che non si cicatrizzeranno più? E poi ci lamentiamo e non sappiamo, spiegarci che a una certa età i nostri figli siano svagati, distratti, irascibili. Perché meravigliarci che sulla loro bocca ci sia un frasario da indiani; ripetano, in ogni momento della giornata, gesti e versi che ci esasperano? L’opera vigilatrice dei genitori in questo campo è più che necessaria. Facciamo pure vedere cinema e televisione una o più volte la settimana. Sarebbe ottima norma però che vi fosse al loro fianco la mamma o il babbo, per mitigare l’impressione delle sequenze crude, pronti a spiegare con limpida parola il passaggio oscuro, che può prestarsi a equivoca interpretazione.

Se non è possibile accompagnarli, e questo capita spesso, si mandino al cinema e alla televisione da soli, ma solamente in ambienti sicuri, dove possano seguire spettacoli adatti alla loro età. Al ritorno in casa non dimentichiamo di farci ripetere quanto hanno visto; discutiamo insieme lo spettacolo, approvando ciò che vi è stato di positivo e condannando quanto c’è stato di negativo. In tale modo, non solo si neutralizzano le tossine velenose, ma è possibile avere spunti per chiarimenti ben precisi su un piano educativo e morale. Aiuteremo così i nostri ragazzi a conquistare idee giuste e vere, formeremo nel loro cuore e nella loro mente il germe dell’uomo di domani. Li prepareremo ad affrontare e a saper superare altri pericoli che incontreranno nella vita. Se veramente ci preoccupiamo dell’educazione dei nostri figli non possiamo trascurare questo nostro compito. Basta volerlo e sacrificarsi un po’.

Leonense (un papà)